Una delle conclusioni dell’ultima riunione ministeriale della Difesa dell’Alleanza Atlantica, il segretario generale Jens Stoltenberg ha detto che il blocco occidentale lavora a un nuovo Consiglio Nato-Ucraina, in cui il governo di Kiev sarà allo stesso livello dei Paesi membri. “Ci consulteremo su questioni di sicurezza di reciproco interesse. La nostra ambizione è di tenere la prima riunione del nuovo Consiglio al vertice di Vilnius“, ha confermato Stoltenberg. Rilanciando quindi l’idea di una graduale e progressiva integrazione dell’Ucraina nel sistema atlantico.
Secondo molti osservatori, la mossa di Stoltenberg ha una duplice valenza. Da un lato segnala il tentativo atlantico di rassicurare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sul fatto che la Nato stia discutendo del futuro del Paese invaso. Dall’altro però, per il governo di Kiev questo annuncio rappresenta anche una doccia fredda di fronte a una realtà dell’Alleanza ben diversa da quella agognata da Kiev quanto dai Paesi più fieramente antirussi. Tutti sono consapevoli dell’importanza della guerra e del sostegno economico, politico e militare all’Ucraina. Diverso però è il pensiero riguardo le garanzie di sicurezza da offrire al Paese a guerra finita, con una differenza notevole fra chi ritiene corretto assicurare a Kiev una road-map dettagliata per entrare nella Nato e chi invece lo considera un fattore di rischio per tutto il blocco.
Si arriva così a una via di mezzo. Stoltenberg, annunciando i lavori per il Consiglio Nato-Ucraina in cui Kiev è equiparata ai membri dell’Alleanza, di fatto supera – almeno negli obiettivi – la struttura della Commissione Nato-Ucraina: organo che ha come obiettivo quello di sviluppare le relazioni tra Kiev e Bruxelles e di fare da piattaforma di consultazione tra alleati e Ucraina su “questioni di sicurezza di interesse comune”. La Commissione, nota con l’acronimo Nuc, nasceva nel 1997 in un contesto del tutto diverso rispetto a quello in cui sorgerebbe questo nuovo Consiglio. All’epoca, infatti, era chiaro che lo scopo fosse blindare una forma di partenariato che rimaneva ben distinto da un’adesione formale e soprattutto si sviluppava in una condizione politica e sistemica molto differente rispetto al pieno coinvolgimento della Nato nel rifornire Kiev di fronte all’aggressione di Mosca. Il concetto di commissione tra Nato e Ucraina sottolineava proprio l’idea di una distinzione ancora netta.

Nel corso degli anni sono state fatte all’Ucraina delle promesse, più o meno esplicite, sulla sua integrazione nella Nato. Basti pensare al summit di Bucarest del 2008, in cui nelle dichiarazioni finali si affermava chiaramente che i Paesi membri avevano concordato che Georgia e Ucraina sarebbero diventati in futuro dei membri dell’Alleanza. L’impegno è proseguite con diverse forme di partenariati e con il lavoro sia di Kiev che di Bruxelles per rendere l’Ucraina sempre più integrata nel sistema euro-atlantico. Ma dalla guerra del 2014 fino all’invasione del 2022, le condizioni per far sì che l’Ucraina aderisse alla Nato sono diventate sempre più deboli nonostante la contemporanea maggiore sinergia tra Kiev e Occidente. Lo status di guerra permanente esclude, infatti, l’adesione all’Alleanza. E nonostante qualcuno, anche negli Stati Uniti, abbia sostenuto la rimozione di alcuni “ostacoli” alla velocizzazione del processo, lo stesso presidente Joe Biden ha fermato gli entusiasmi dicendo che Washington non avrebbe fatto sconti sulla procedura per diventare membri della Nato.
Dal punto di vista formale, e forse anche sostanziale, è difficile comprendere se il Consiglio Nato-Ucraina comporti un reale cambio di passo. In parte perché esistono già altre forme di cooperazione ben più concrete (basi pensare ad addestramento e fornitura di armi) e visibili sul campo di battaglia. In parte perché tendenzialmente il summit di Vilnius dovrebbe servire, negli auspici di Zelensky, a consegnare un percorso chiaro riguardo all’adesione effettiva dell’Ucraina nel blocco.
Come riferito dal Guardian, che riporta le dichiarazione dell’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato, Juliette Smith, l’idea del consiglio “sposterebbe le dinamiche fondamentali”, perché l’Ucraina sarebbe equiparato, anche come diritti, ai Paesi membri, potendo quindi incidere sui punti della discussione. Si tratta di una formulazione che potrebbe incontrare una certa critica da parte di Kiev. Tuttavia, l’impressione che si ha dai circuiti atlantici è che in questo momento Stoltenberg e molti partner occidentali preferiscono trovare una strada che consenta di salvare l’integrità politica del blocco evitando frizioni in un summit che, come quello di Vilnius, dovrà non solo discutere del futuro supporto a Kiev, ma anche del nuovo segretario generale. Si cerca, pertanto, una strada intermedia che salvi gli interessi di tutti prolungando i tempi di una discussione che si prenannuncia fondamentale quanto estremamente divisiva.

