Enrico Letta prossimo presidente del Consiglio Europeo? Tra molti contendenti alla guida dell’autorità più alta dell’Unione Europea per la fase di negoziazione politica post-voto per Strasburgo molti addetti ai lavori ritengono sempre più caldo quello dell’ex presidente del Consiglio e già leader del Partito Democratico. Il quale è oggi tra i candidati di punta, anche più di un concorrente di assoluto standing come Mario Draghi. Il quale inizialmente era circolato come ingombrante, potenziale sostituto di Ursula von der Leyen, da lui indirettamente, duramente criticata, alla Commissione Europea.
Perché Letta è favorito su Draghi
Ma se da un lato appare sempre più probabile pensare che Mario Draghi non sarà il prossimo presidente della Commissione Europea a causa del comprensibile rifiuto del Partito Popolare Europeo di cedere la carica apicale di Palazzo Berlaymont dopo il voto comunitario, anche per il Consiglio per Draghi le strade si sono complicate.
Se, infatti, a causa della primazia del Ppe e dunque della Cdu che fu di Angela Merkel nel Parlamento Europeo la voce principale per la Commissione sarà tedesca, nel Consiglio, forum che riunisce i capi di Stato e di Governo, la Francia di Emmanuel Macron vuole giocarsi il ruolo di kingmaker. Con la carica di presidente della Commissione destinata a un Ursula-bis o con ogni probabilità a un candidato gradito ai cristiano-democratici tedeschi e Parigi che già controlla la Bce con Christine Lagarde l’Italia diventa una seria candidata a un posto europeo di primo piano.
Il nodo Macron e il turno dell’Italia
Qualora fosse l’inquilino dell’Eliseo a dare le carte, Letta e Draghi, che con lui hanno saldi rapporti, il primo da amico stretto di Parigi e il secondo da estensore del Trattato del Quirinale, sarebbero potenziali nomi spendibili. Ebbene, in quest’ottica Letta appare in vantaggio su Draghi per una triplice serie di motivi.
Il primo è di natura politico-istituzionale: Letta, membro del Pd, è vicino alla famiglia del Partito Socialista Europeo che dalla morte del presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, a inizio 2022, non ha più controllato nessuna delle tre cariche apicali dell’Ue. Inoltre, il Pse, che sarà il secondo gruppo dopo le Europee, si trova in condizione di dare le carte ai popolari potendo contare su Olaf Scholz e Pedro Sanchez, leader di Germania e Spagna, nel Consiglio Europeo.
La sfida del mercato comune
Il secondo punto a favore di Letta è la recente opera da lui svolta proprio su input della presidenza spagnola del Consiglio Europeo di fine 2023 per realizzare un rapporto sul mercato unico destinato a fare da traccia per future politiche comunitarie.
Come si legge nell’introduzione del rapporto firmata da Letta e ripresa da Le Grand Continent, “dobbiamo tracciare un percorso che ci consenta di continuare a svolgere un ruolo in un mondo sempre più complesso, puntando al tempo stesso a preservare la pace e a sostenere un ordine internazionale basato su regole, garantendo al tempo stesso la nostra sicurezza economica”. Questo il vaste programme che Letta affida all’Europa, sottolineando come “in questo difficile sforzo, è essenziale continuare a investire nel miglioramento e nella promozione degli standard , rafforzando il ruolo del mercato interno come piattaforma forte che sostiene l’innovazione, protegge gli interessi dei consumatori e promuove lo sviluppo sostenibile”. Un piano ambizioso per un’agenda europea a tutto campo che richiama quella Macron-Scholz recentemente messa a terra in un editoriale congiunto sul Financial Times.
Draghi è, in quest’ottica, ritenuto strutturalmente più vicino al sistema politico-istituzionale a guida statunitense e su di lui pende il rischio di un veto tedesco a livello politico, burocratico e di “Stato profondo” per antipatie pregresse risalenti all’epoca del grand commis romano alla guida della Banca centrale europea. E soprattutto, Draghi potrebbe ricevere il veto della convitata di pietra in questo discorso: Giorgia Meloni, che nel predecessore a Palazzo Chigi vedrebbe, inevitabilmente, un vero e proprio commissario del suo governo.
Il nodo Meloni
La premier italiana, e qua veniamo al terzo e ultimo punto, difficilmente messa davanti al fatto compiuto porrebbe un veto su Letta. Innanzitutto per la convergenza ispano-franco-tedesca facilmente costruibile sul primo socialista che potrebbe guidare il Consiglio Europeo nella sua attuale conformazione di leadership dopo il liberale Charles Michel e i popolari Herman van Rompuy e Donald Tusk.
In secondo luogo, perché Meloni sarebbe sinceramente colpita dal report sul mercato unico di Letta. Come ricorda La Stampa, tra i due i contatti sono diventati frequenti mentre Letta compilava il report e, inoltre, aprire a una scelta accomodante coi francesi, magari piazzando lo zampino di una discussione franca sulla Commissione, consentirebbe a Meloni di negoziare per l’Italia un posto di peso nel prossimo esecutivo Ue: per La Stampa “le permetterebbe di mantenere per l’Italia una casella di prima fascia nella Commissione. Le mire sono rivolte alla Concorrenza o all’Economia” oggi detenuta da Paolo Gentiloni.
Meloni-Letta, un rapporto cordiale
Per Meloni, abituata alla logica secondo cui fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, Letta è a tal proposito sempre stato un avversario politico, mai un nemico.
I ben informati ricordano il cordiale colloquio tra i due quando Letta fu chiamato a guidare il Pd nel 2021, un tentativo di convergenza tra due leader desiderosi di andare alle urne sull’ipotesi di spingere per fini elettorali Draghi al Quirinale tra fine 2021 e inizio 2022, la partecipazione congiunta a diversi eventi e presentazioni di libri romane, la personalizzazione della campagna elettorale precedente la vittoria del centrodestra nel settembre 2022 volta a tagliare fuori Matteo Salvini e Giuseppe Conte dall’attenzione della gran massa dell’opinione pubblica.
Ad aprile Letta è tornato in quota europea a Palazzo Chigi per un dialogo con Meloni ritenuto costruttivo. La pubblicazione del report ha forse sbloccato qualcosa. Nelle grandi manovre europee Meloni sa che non sarà lei a dare le carte. Meglio un volto italiano di nulla, questa appare la logica. Forse elemento decisivo qualora le alchimie politiche decidessero che all’Italia spetta il Consiglio Ue. Per la cui guida più di un commentatore scommette Letta si stia già preparando.
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