Nella giovane storia della democrazia polacca post-comunista uno spazio d’eccellenza è stato occupato dal partito Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość, abbreviato in PiS), la formazione conservatrice fondata nel 2001 dai gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynski, che nel PiS hanno saputo ricondurre la tradizione sociale incarnata da Solidarnosc, il sindacato di Lech Walesa (ruralismo, liberalismo conservatore, apertura all’Occidente) con la linea cristiano-democratica delle diverse formazioni politiche formatesi in Polonia dopo la caduta della dittatura filosovietica.

Il PiS da liberale a conservatore

Lech, che sarebbe diventato presidente della Polonia dal 2005 sino alla sua morte nel tragico e misterioso incidente aereo del 2010 in Russia, che decapitò il governo di Varsavia, e Jaroslaw, attualmente deus ex machina del partito dopo essere stato primo ministro e aver corso senza successo per la presidenza della repubblica, seppero coniugare queste due linee politiche posizionando il PiS sin dall’inizio nel contesto della destra polacca.

Inizialmente fortemente liberale in materia di politica economica, il PiS dopo il suo progressivo avvicinamento alla Chiesa Cattolica iniziato nel 2005 ha puntato a differenziarsi dalla linea pro-mercato di Piattaforma Civica, la formazione del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, e a valorizzare i vantaggi della spesa sociale e dell’investimento in sanità, istruzione e welfare che la Polonia necessitava con forza dopo il caos degli Anni Novanta, segnati da una transizione disordinata all’economia di mercato e da una vera e propria macelleria sociale.

Una linea, invero, molto simile a quella seguita in Ungheria da Fidesz, il partito del Primo Ministro Viktor Orban. E se quest’ultimo è un leader molto atipico nella famiglia del Partito Popolare Europeo, il PiS è sotto il profilo dell’approccio economico una mosca bianca nel contesto dell’Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei, che nel nostro Paese fa riferimento a Fratelli d’Italia.

Dopo le ultime elezioni vinte con il 37,6% dei voti nel 2015, infatti, il PiS ha proposto una serie di misure sociali volte a rafforzare le reti di protezione: sono stati introdotti dei sistemi agevolati per il conseguimento di mutui immobiliari, abbassata l’Iva sui beni di largo consumo, rafforzate le politiche per la famiglia, stanziati 5 miliardi di euro in un fondo per le disabilità.

L’asse con la Chiesa

Il sistema sociale del PiS è espressione del suo radicamento nella Polonia più profonda, rurale e periferica, in cui la Chiesa cattolica è stata a lungo, dopo la fine del regime, la maggiore istituzione sussidiaria di riferimento contro le distorsioni dell’accelerata apertura di mercato del Paese.

La cristianità in Polonia, come succede nel resto dell’Europa Orientale, è nazionale prima ancora che ecumenica. Il sostegno dei vertici episcopali polacchi alle politiche dell’attuale esecutivo si è palesato in maniera particolarmente evidente in occasione del “Rosario sulle frontiere” del 7 ottobre 2017, iniziativa che ha visto fedeli di 22 diocesi della Polonia riunirsi lungo i 3mila chilometri di confini del Paese per pregare, come riportato da Andrea Galli di Avvenire, contro “la secolarizzazione della società polacca e la perdita dell’identità  cristiana del Vecchio Continente (pregate perché l”Europa resti Europa’ ha detto l’arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszewski, nell’omelia della Messa trasmessa in diretta sulla Radio Maria polacca) e il pericolo di una sua islamizzazione.

Il PiS e la Polonia atlantica

Le posizioni eterodosse in politica economica si coniugano a una visione delle relazioni internazionali ben congeniale al gruppo dell’Acre, in termini assoluti il più atlantista nel panorama comunitario.

E nella galassia che, forse impropriamente, definiremmo “sovranista” la Polonia governata dal PiS negli ultimi anni (con gli esecutivi guidati dal 2015 al 2017 dall’antropologa Beata Szydlo e da allora in avanti dall’economista Mateus Morawiecki) si è contraddistinta come il Paese maggiormente allineato a Washington.

La trionfale accoglienza riservata a Donald Trump, la scelta di acquistare il gas naturale liquefatto statunitense contro qualsiasi logica di efficienza economica, la disponibilità a guidare il fronte del contenimento anti russo e, soprattutto, la consapevolezza di poter contrapporre un atlantismo ferreo a un europeismo vissuto in maniera discontinua e fredda, specie nel contesto della gestione dei flussi migratori, segnalano l’importanza della Polonia per le mosse di Washington nel Vecchio Continente, che il PiS ha tutta l’intenzione di assecondare.

L’atlantismo del  PiS

Intervenendo su Limes  di giugno 2017 il politologo Roman Kuzniar ha affermato che, allo stato attuale delle cose “Varsavia è più vicina a Washington che a Berlino” e che, nei prossimi anni, la Polonia guidata dal partito di Kaczynski potrebbe diventare il perno strategico decisivo per l’evoluzione delle mosse degli Stati Uniti in campo europeo, come piattaforma di partenza per il contenimento della Russia e come elemento di pressione per una Germania percepita sempre più come rivale.

La scelta filo-atlantica del PiS ricorda molto quella della Lega di Matteo Salvini. E atlantismo e euroscetticismo, molto spesso, vanno di pari passo. Tanto da far pensare che il secondo atteggiamento si manifesti come diretta e compiuta conseguenza del primo. E che le dichiarazioni sulla volontà di “cambiare l’Europa dall’interno”, in fin dei conti, siano il paravento per quella che è una tradizionale scelta di campo che privilegia Washington a Bruxelles. Senza che da ciò derivi un discorso concreto sugli interessi nazionali in politica estera.