Il cantore per eccellenza degli operai e della working class statunitense, Bruce Springsteen, non ha dubbi: Donald Trump vincerà le elezioni presidenziali del 2020. The Boss, che ha costruito il suo successo globale interpretando, con la sua musica, le istanze, la cultura e le passioni di un’America profonda lavoratrice, estremamente diversa dalle metropoli rivierasche, è dal suo insediamento un oppositore del presidente, ma capisce le ragioni per cui, nonostante l’incompleta attuazione del programma elettorale, i ceti lavoratori puntino ancora su di lui. In un’intervista alla Cnn, Springsteen ha infatti sottolineato come per la corsa alla rielezione, nel 2020, il presidente repubblicano potrà contare senza indugio sul voto della sua base del 2016 in quanto ai democratici “manca qualcuno capace di parlare con la stessa voce” di Trump a un’America timorosa delle conseguenze della globalizzazione, socialmente conservatrice.

Gli operai eroi di Springsteen che votano Trump

Un leader che, come la celebre rockstar, capisca il mondo complesso degli operai della Rust Belt, decisivo per il successo del tycoon. Winsconsin, Michigan, e Pennsylvania sono stati infatti conquistati da Trump con un margine complessivo di soli 88mila voti, che hanno garantito al candidato repubblicano 46 Grandi Elettori rivelatisi decisivi per il successo della sua campagna presidenziale.

Lucio Caracciolo, nell’editoriale di apertura al numero di novembre 2016 di Limes, ha sottolineato il ruolo giocato dagli “sconfitti della globalizzazione” nel determinare il successo apparentemente impronosticabile di Trump. Egli ha infatti scritto che “(tra i lavoratori e i disoccupati della Rust Belt) il senso di espropriazione da globalizzazione è eccitato (…) dal senso di appartenenza alla massa dei forgotten men, i “dimenticati” su cui già Franklin Delano Roosevelt volle far leva nel decennio della Grande Depressione. Sono stati questi lavoratori [principalmente] bianchi, scarti del globalismo, sfuggiti ai sondaggisti, incardinati nei cosiddetti flyover States – l’America profonda che non si sente rappresentata dalle coste cosmopolite e visceralmente diffida del governo centrale – a spingere Trump verso la Casa Bianca”.

Sul medesimo numero, John Hulsman sottolineava il ruolo giocato dagli “eroi di Bruce Springsteen”, i milioni di Tom Joad (protagonista di Furore di John Steinbeck e di un celebre singolo del cantante) dell’America profonda.

Il consenso degli operai per Trump resiste?

In due anni di amministrazione, al programma elettorale di Trump mancano numerosi punti prima del completamento. Per ora, The Donald non ha ancora rilanciato l’industria manifatturiera degli Stati chiave per il suo trionfo; ha rinegoziato con successo il Nafta, ma gli effetti si vedranno sul lungo periodo; ha portato all’incasso la riforma fiscale, i cui benefici, tuttavia, più che sugli operai della Rust Belt sono ricaduti sui giganti del web e sui finanzieri di Wall Street.

Il paradosso di Trump è stata la sua capacità di far votare dagli operai un programma politico-economico in larga misura ispirato alle ricette neoliberiste di Ronald Reagan. Il suo obiettivo, favorire la spinta alla produzione grazie a un massiccio taglio fiscale, è stato in larga misura reso possibile dall’entrata a pieno regime delle politiche espansive dell’amministrazione Obama. E se sotto il profilo occupazionale l’economia americana vola per il combinato disposto di queste misure, bisogna sottolineare come la Rust Belt risulti, in questo contesto, arrancante. 

Si potrebbe pensare che il consenso di Trump abbia ricevuto colpi di notevole durezza da due anni di attuazione incompleta del programma elettorale. Ma le ultime elezioni di midterm, che hanno garantito a Trump un pareggio tattico potenzialmente foriero di una vittoria strategica in ottica 2020, segnalano che così non è stato. Il Financial Times ha  di recente rilevato la soddisfazione degli operai per una percezione del loro ruolo e della loro identità ben diversa rispetto ai lunghi anni precedenti: ben il 51% di loro oggi si augura che i propri figli si impegnino nel loro stesso lavoro. 

Una questione culturale

Come sottolinea Marco Gervasoni su Atlantico, “gli operai americani si sentivano abbandonati, inutili, incompresi quando non bistrattati, almeno nelle ultime due presidenze (l’ ultimo che si era rivolto loro era stato Bill Clinton). Ora, sarebbe esagerato scrivere che essi si sentono rappresentati da Trump, ma almeno in lui credono di possedere una voce”, e in questo biennio contraddittorio di governo da parte di Donald Trump il Presidente ha fatto in modo di rafforzare il messaggio diretto allo zoccolo duro del suo elettorato.

Parliamo dunque di una questione culturale, come sottolinea del resto anche Springsteen. Con i democratici sempre più spinti al sostegno ai diritti civili, al multiculturalismo, alla globalizzazione e, di converso, all’apparentamento con i ceti economico-sociali di riferimento (tra cui il grande business storicamente feudo repubblicano) il Grand Old  Party di Trump cerca la sua base elettorale nell’America più conservatrice, intercettando di conseguenza i favori dei lavoratori della classe media e degli operai.

“Non è la prima volta nella storia che un presidente repubblicano diventa un working class hero: lo fu a suo modo Richard Nixon, il primo a strappare i sindacati al Partito democratico, con cui erano legati fin dai tempi del New Deal. Ma Nixon lo fece promuovendo una politica economica e fiscale quasi liberal, e certo non ostile ai sindacati”, prosegue Gervasoni, che individua nelle politiche di Trump “un patto tra produttori”. Verso il 2020, dunque, il consenso di Trump nella sua base non sembra scemare. Ma risulta tuttavia difficile capire se la sua agenda potrà, sul lungo periodo, migliorare le condizioni di vita di una classe lavoratrice fortemente erosa dagli squilibri interni degli Stati Uniti e, soprattutto, vittima dell’accrescimento spaventoso delle disuguaglianze economiche nell’ultimo trentennio di cui, a ben guardare, lo stesso Trump è stato uno dei maggiori beneficiari.