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Il Congresso degli Stati Uniti si prepara a reintrodurre una risoluzione militare che mira a ridurre il supporto Usa all’Arabia Saudita nella guerra contro lo Yemen. Se approvata da entrambe le camere e firmata dal presidente Trump, essa metterebbe fine al sostegno Usa alla coalizione Saudita. A dicembre, il Senato ha approvato il documento con 56 voti contro 41, e molti repubblicani hanno deciso di inviare un messaggio a Trump passando dall’altra parte e sostenendo la legislazione. 

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In quel momento i repubblicani controllavano la Camera dei Rappresentanti e si sono rifiutati di permettere una votazione sul documento, di fatto neutralizzandolo fino all’insediamento del nuovo congresso a gennaio. Con i democratici al controllo della Camera, l’impegno per ridurre il coinvolgimento Usa è stato però rinnovato. Ma, anche se la camera dovesse approvare il progetto di legge, il che è probabile, e il Senato farà altrettanto, comunque esso dovrà essere firmato da Trump.

L’amministrazione Trump ha già espresso la propria contrarietà alla misura, definendola “inappropriata”. Poiché gli Usa non hanno schierato truppe di combattimento in Yemen, una “war powers resolution” non ha senso, in quanto essa serve a ritirare le truppe in servizio. Amico di lunga data dell’Arabia Saudita, molto probabilmente Trump metterà il veto alla risoluzione quando arriverà sulla sua scrivania.

La proposta di legge ha già fatto storia in quanto prima nel suo genere a essere stata approvata dal Congresso dai tempi della risoluzione del 1973. In quell’occasione il documento era stato approvato in seguito alle guerre della Corea e del Vietnam, che videro entrambe un coinvolgimento militare degli Usa senza un’ufficiale dichiarazione di guerra da parte del Congresso. Soprattutto, entrambi i conflitti avevano coinvolto anche soldati arruolati tramite coscrizione. Preoccupato dall’abuso di potere presidenziale nelle azioni militari dopo che il presidente Nixon aveva ordinato in segreto un bombardamento sulla Cambogia, il Congresso approvò la risoluzione, che trasferiva la maggior parte dei poteri militari al Congresso stesso.

Essa prevede anche che il presidente notifichi ogni azione militare al Congresso entro 48 ore dall’inizio delle operazioni, e vieta che le forze armate restino schierate per più di 60 giorni senza l’approvazione del Congresso.

La risoluzione sullo Yemen  “impone al presidente di ritirare le forze armate statunitensi dai conflitti che si svolgono nello Yemen o che comunque lo riguardano”, fatta eccezione per le forze incaricate di contrastare Al Qaeda. Essa dichiara inoltre esplicitamente che per “ostilità” si intende anche il rifornimento dei velivoli non statunitensi, una grossa componente del coinvolgimento degli Usa. 

L’America ha fatto il suo ingresso nella guerra tra la coalizione yemenita, appoggiata dai Sauditi, e gli Houthi, supportati dall’Iran, nel 2015, sotto la presidenza Obama. Per decenni gli Usa e l’Arabia Saudita hanno mantenuto strette relazioni diplomatiche. Queste includono regolari acquisti di armi e partnership militari, e hanno anche visto l’impegno di 500mila truppe statunitensi in Arabia Saudita durante la guerra del Golfo. 

Inizialmente gli Usa avevano visto in questo regno ricco di petrolio un prezioso alleato per contrastare l’Iran in seguito alla rivoluzione del 1978-79. La rottura dell’alleanza fra gli Usa e l’Iran portò a una crisi degli ostaggi, a una guerra e a un conseguente raffreddamento delle relazioni che dura ormai da decenni. Un alleato come l’Arabia Saudita divenne quindi fondamentale per la politica estera Usa in Medio Oriente. Per mantenere il proprio punto di appoggio nella regione, per ragioni sia politiche che economiche, gli Stati Uniti hanno guardato all’Arabia Saudita per procurarsi un solido alleato nel mondo arabo. 

Questa relazione ha anche permesso agli Stati Uniti di contrastare la minaccia dell’influenza russa nella regione, specialmente durante la Guerra fredda.

L’anno scorso, il principe Mohammed bin Salman ha trascorso tre settimane in tour negli Stati Uniti. Durante la sua visita ha rilasciato interviste esclusive ai media, ha discusso con alcuni dei più famosi Ceo americani di opportunità di business e, infine, ha incontrato Trump alla Casa Bianca.

Durante l’incontro il leader americano si è compiaciuto delle migliaia di milioni di dollari che l’Arabia Saudita stava spendendo in armamenti e tecnologie e dell’enorme quantità di posti di lavoro che il commercio di armi avrebbe creato. 

“Questa relazione è probabilmente più forte di quanto non sia mai stata”, ha detto Trump riguardo al Paese mediorientale. 

Gli affari e le relazioni politiche tra le due nazioni sono così apprezzate che spesso è sembrato che nulla potesse dividerle. Dopo che 28 pagine del rapporto sull’11 settembre furono declassificate e rese pubbliche, tuttavia, fu chiaro che non solo la maggior parte dei dirottatori provenivano dall’Arabia Saudita, ma anche che essi erano finanziati dalle alte sfere del governo. Ma, nonostante questa rivelazione, nulla è cambiato tra Riad e Washington. 

Ora, dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista del Washington Post che aveva cittadinanza saudita, ma residenza americana, sembra che i toni stiano cambiando a Washington. Trump ha dichiarato che avrebbe mantenuto l’alleanza col Paese per contrastare l’Iran e conservare la stabilità nell’industria petrolifera, nonché per onorare l’accordo sul commercio di armi. Ha anche rimproverato pubblicamente le agenzie d’intelligence straniere e domestiche affermando che era possibile che il principe fosse al corrente dei piani per l’uccisione di Khashoggi, così come che non lo fosse. 

In un articolo per Foreign Policy, Prem G. Kumar aveva sostenuto che la risposta di Trump all’omicidio avrebbe spronato il Congresso a prestare maggiore attenzione allo Stato arabo e forse a introdurre sanzioni o a intraprendere altre azioni ufficiali. Ed è esattamente ciò che sta accadendo ora con la war powers resolution. 

Nelle prossime settimane, il ruolo degli Usa in Yemen sarà al centro del dibattito, così come le relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Una partnership che ha resistito a decenni di alti e bassi sarà attentamente passata al vaglio e valutata, da una parte, in termini di vite yemenite perse e, dall’altra, in base ai profitti che porta alle compagnie americane. Se Trump ha il vantaggio del potere di veto, al quale i democratici non hanno i numeri per opporsi, è tuttavia chiaro che le opinioni sull’Arabia Saudita si stanno inasprendo a Washington, dove persino alcuni legislatori repubblicani stanno cominciando a tirar fuori la voce.

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