La Repubblica democratica del Congo non riesce ad uscire dalla crisi che affligge il Paese e che, apparentemente, trova la sua causa maggiore nella forte instabilità politica che il governo di Kinshasa non è riuscito a riequilibrare dopo il passaggio da colonia francese a Stato indipendente. Ma non è solo la crisi politica ad aver gettato il Paese nel caos.[Best_Wordpress_Gallery id=”455″ gal_title=”Congo”]Le transizioni nel governo congolese non sono mai state contraddistinte da passaggi di testimone pacifici, considerando che dal 1960 si susseguono leader a suon di colpi di Stato. Il passaggio a repubblica democratica doveva attenuare, se non risolvere completamente, questo problema. Ma, da quando nel 2006 sono state annunciate le prime elezioni democratiche, poi ripetute nel 2011, a uscirne vincitore è sempre stato Joseph Kabila, già presidente del Congo dal 16 gennaio 2001, quando suo padre Laurent Désiré Kabila, che aveva sconfitto in una sanguinosa guerra civile il dittatore Robert Mobutu, fu assassinato. In entrambe le occasioni, a seguito dell’improbabile esito elettorale, il popolo congolese ha accusato il presidente di aver truccato le elezioni e si è riversato nelle strade mettendo a ferro e fuoco Kinshasa.Nel 2016 erano state promesse elezioni oneste e rivoluzionarie: per iniziare, il presidente Kabila, chiaramente restìo ad abbandonare il “trono”, secondo le leggi della costituzione nazionale non avrebbe potuto correre per il terzo mandato consecutivo. Inoltre il popolo non avrebbe mai votato il presidente in carica dal 2001 e finalmente avrebbe colto l’occasione per liberarsene. Ma le elezioni non sono mai state convocate: il governo, per non permettere al popolo di entrare nelle cabine elettorali, le ha rimandate di continuo trovando un pretesto dopo l’altro. L’atteggiamento recalcitrante di Kabila ha scatenato l’ira dei cittadini congolesi che da settembre continuano ad organizzare manifestazioni e proteste che vengono regolarmente soffocate nella violenza e nel sangue. Non soddisfatto, il regime del presidente del Congo ha dato il via a un’ondata di incarcerazioni, torture ed esecuzioni di massa che colpiscono chiunque sia considerato un nemico del governo.Per cercare di trovare una soluzione pacifica, nel corso degli ultimi due anni, insieme alle influenti figure della Chiesa cattolica del Congo si sono seduti al tavolo delle trattative anche diversi funzionari dell’Unione africana e delle Nazioni Unite. Il 31 dicembre, finalmente, sembrava che si fosse giunti ad un accordo: il piano prevedeva la formazione di un governo di transizione sotto la presidenza di Kabila ma con primo ministro un membro scelto tra le fila dell’opposizione, il quale avrebbe dovuto tenere in mano le redini del paese sino alle elezioni che, in teoria, si dovrebbero tenere prima della fine del 2017.Ma nulla di tutto ciò è mai avvenuto. Infatti né è stato formato un governo di transizione come quello auspicato né, tantomeno, è stata ancora annunciata la data delle prossime elezioni. Ad aggravare una situazione politica che sembra non avere bisogno di essere ulteriormente debilitata pesa la morte, avvenuta a febbraio, di Etienne Tshisekedi, la più importante figura dell’opposizione nel governo congolese.Storia di un’opposizioneLunga e coraggiosa è stata la sua battaglia contro il regime dei Kabila: nel 1980 Tshisekedi fu rimosso da ogni carica che ricopriva in seno all’esecutivo e subì la detenzione per le sue posizioni critiche verso il governo di Laurent Kabila, padre dell’attuale  presidente, posizioni che gli valsero numerosi provvedimenti restrittivi della libertà individuale. Il 15 febbraio 1982 fu il cofondatore dell’Upds, movimento di cui è stato a capo fino alla morte, e che può essere considerato il più popolare in Congo, sebbene relegato, fin dalla sua nascita, ai margini dagli ambienti governativi, specie per la sua linea che predicava un cambiamento radicale nel solco della lotta non violenta e della democrazia.Ciò che emerge da questo quadro è che persino delle eventuali elezioni non riuscirebbero comunque a far uscire il Congo dal vortice di instabilità e violenza in cui è inciampato senza poi essersi più rialzato per uscirne. Nella remota ipotesi che si riuscisse a trovare un equilibrio politico a Kinshasa, ciò comporterebbe pochi vantaggi per il resto del paese, ancora assai lontano dal preoccuparsi delle vicende di palazzo.A ragion di causa. Perché nei villaggi congolesi gli abitanti devono preoccuparsi di un’altra piaga: i gruppi ribelli (provenienti dai limitrofi Burundi, Ruanda e Uganda) che si sono stabiliti a macchia di leopardo in diverse regioni del Congo. Queste milizie armate infatti, con il sostegno militare di Angola, Zimbabwe e Namibia, combattono il regime dei Kabila dal 1998, anno in cui le attività politiche sono diventate monopolio di un solo movimento: l’Alleanza delle forze democratiche del Congo (Afdl), trasformata e rimpiazzata agli inizi del 1999 dai Comitati dei poteri popolari (Cpp).Inizialmente legate unicamente ai loro rispettivi Paesi, queste milizie negli anni hanno vissuto divisioni interne che hanno portato alcuni combattenti ad allontanarsi dall’esercito per diventare invece mercenari. Si alleano con chiunque sia pronto a pagarli, e a usufruire dei loro servizi sono personaggi i cui obiettivi solitamente non superano l’orizzonte di interessi circoscritti a piccole realtà locali. In altre parole in Congo chiunque abbia abbastanza denaro può pagare un piccolo esercito pronto a combattere per qualsiasi causa, purché siano riempite le tasche ai suoi uomini.Questa situazione non aiuta il Paese a trovare la stabilità di cui ha bisogno. Non solo perché il governo stesso, in questo modo, ha la possibilità di assoldare dei gruppi armati illegali, da considerare come veri e propri mercenari; ma soprattuto perché, quando sullo stesso territorio i gruppi armati sono molteplici e con diverse bandiere, è difficile, a seguito di disordini e violenze, individuare in ogni occasione gli effettivi responsabili.Così il governo può perpetrare le sue barbarità contro la propria popolazione approfittando della presenza delle milizie armate per addossare la colpa degli atti di violenza più efferati a qualsivoglia gruppo mercenario. Stesso vantaggio di cui, viceversa, possono godere i gruppi armati che, puntando il dito contro il governo del presidente Kabila, hanno la possibilità di agire in un vantaggioso contesto di totale confusione.Per questo, pensare a come risolvere il caotico quadro politico del Congo, è forse di secondaria importanza. Prima bisognerebbe trovare una soluzione per mettere i congolesi nella condizione di potersi preoccupare delle vicende politiche, piuttosto che, costantemente, della propria sicurezza. Fino a quel momento, la Repubblica democratica del Congo di “democratico” avrà ben poco.