Nella complicata relazione tra Cina e Stati Uniti l’elemento militare gioca un ruolo centrale, dato che Pechino e Washington sfruttano le rispettive forze armate come fattore di rilevanza strategica da piazzare sul piatto della bilancia dei rapporti bilaterali. Il rapporto relativo di potenza militare tra Cina e Stati Uniti, in altre parole, è uno degli innumerevoli campi in cui si misura la competizione sino-americana e, soprattutto, la potenzialità delle confliggenti strategie geopolitiche delle due maggiori potenze planetarie.

Senza arrivare a evocare come imminenti scenari come quello disegnato dalla “trappola di Tucidide”, che prevede una traiettoria di collisione tra l’egemone in difesa dello status quo e la potenza emergente in rapida ascesa e che la pur complicata dialettica tra Donald Trump e Xi Jinping mira a prevenire, è bene considerare come oramai Cina e Stati Uniti vedano nella controparte il principale punto di riferimento su cui viene programmato il rafforzamento delle forze armate. E che l’elemento militare è destinato a giocare un ruolo preponderante nelle future relazioni tra i due Paesi.

Le forze armate cinesi a caccia dell’egemone americano

A dover giocare a carte scoperte, in questo contesto, è soprattutto la Cina. Mentre gli Stati Uniti, complice l’esperienza maturata nella Guerra Fredda e l’immenso bilancio militare, hanno da tempo consolidato i meccanismi di proiezione di potenza su scala planetaria, Pechino sta accelerando negli ultimi anni.

Sul finire del 2017 Xi Jinping ha avviato una grande riforma di lungo periodo dell’apparato delle forze armate cinesi, paragonabile nel contenuto al Goldwater-Nichols Act, siglato da Ronald Reagan nel 1986,   che ha centralizzato il controllo dell’esecutivo, ottimizzato la specializzazione delle diverse branche militari e il numero di effettivi e riorganizzato la Commissione Militare Centrale (CMC) presieduta dallo stesso Xi come stato maggiore congiunto. Per colmare il gap con Washington, Pechino ha “americanizzato” la struttura delle sue forze armate, come puntualizzato su The Diplomat. 

La crescente proiezione geopolitica della Cina nell’era Xi,e la definitiva sottomissione delle forze armate all’autorità politica conseguita dal dominus del Partito comunista cinese si sono accompagnate a un aumento del rilievo della componente militare nella geopolitica di Pechino e a un conseguente incremento del budget ad esso assegnata. La Cina è ora saldamente al secondo posto, dietro i soli Stati Uniti, nella classifica dei Paesi con il maggior budget per la Difesa, avendo grossomodo raddoppiato le sue allocazioni nell’ultimo decennio sino a superare, nel 2017, la soglia dei 200 miliardi di dollari.

L’accresciuta importanza ha portato con sé una rivoluzione dottrinaria: da Paese focalizzato sulla difesa continentale la Cina si è trasformata in potenza aeronavale. Proprio sui mari, infatti, la “Nuova via della seta” e le conseguenti proiezioni strategiche di Pechino conoscono le sfide maggiori, e proprio in campo navale gli Usa detengono una supremazia che, ad ora, risulta difficile scalfire.

Braccio di ferro nel Pacifico

Dai tempi dell’ammiraglio Mahan, teorizzatore della rilevanza geopolitica del dominio dei mari, sino ad oggi gli Stati Uniti hanno fatto della talassocrazia la cifra distintiva della loro strategia. Le forze armate americane hanno riposto nella componente navale, nella vigilanza sulle principali rotte commerciale e sui “colli di bottiglia” e nella costruzione di una solida flotta centrata sui gruppi di battaglia delle loro portaerei la tutela del loro interesse nazionale politico ed economico.

La Cina di Xi Jinping ha individuato nel riarmo navale la strategia più rapida per tutelare i suoi analoghi interessi. Dopo l’entrata in linea della sua prima portaerei, costituita su uno scafo di matrice sovietica, la Cina sta ora testando la sua seconda unità, interamente realizzata nei cantieri nazionali e varata nel 2017, e ha messo in cantiere la terza.

Al tempo stesso, il contenzioso sino-americano si manifesta al suo apice nel Mar Cinese Meridionale, ampio specchio d’acqua su cui transitano i vitali rifornimenti energetici di Pechino, che lo vorrebbe controllare in maniera pervasiva e militarizzare, trovando in questo campo l’opposizione di Washington e dei suoi alleati regionali. La strategia degli Usa mira a contenere nelle acque di casa la Repubblica Popolare che ritiene le stesse la sua porta sul mondo. Nel Mar Cinese Meridionale la Cina ha costruito isole artificiali e posizionato imponenti quantitativi di missili anti-nave a media e lunga gittata: il contenzioso geopolitico è notevole, perché solo rafforzando le sue forze armate Pechino sarà in grado di dare credibilità ai suoi progetti di portata mondiale.

Gli Usa puntano ad accerchiare la Cina

Consci della crescita del dispositivo militare, soprattutto navale, del potenziale rivale cinese gli Stati Uniti non hanno indugiato nel muovere verso la costituzione di uno schieramento ad essi favorevole nell’area dell’Indo-Pacifico. Mentre la Cina ha attratto nella sua orbita il Pakistan e Myanmar e portato Filippine e Thailandia a un posizionamento intermedio, gli Stati Uniti hanno di recente intensificato la loro relazione con l’India, che vede in Pechino una potenziale minaccia, e beneficiato del rampante rilancio militare del Giappone di Abe.

Non è un caso che gli alleati regionali di Washington, a cui va aggiunto lo storico partner australiano, da tempo intensifichino la corsa al riarmo navale: non solo la Cina ha capito come sugli oceani, nei decenni a venire, si costruirà una parte importante degli equilibri geopolitici planetari. Mentre gli alleati ammodernano le forze armate, gli Usa ripensano la loro dottrina: il Segretario di Stato Mike Pompeo è tra i principali fautori del contenimento della Cina, e tra diplomazia militare e viaggi di natura commerciale è oramai un ospite fisso nelle cancellerie dell’Asia Orientale.

Il confronto tra le forze armate cinesi e statunitensi, per ora, continuerà fortunatamente a restare teorico: tuttavia, gli sviluppi delle contese economiche e politiche portano sempre a ricordarne l’esistenza nella definizione dei rapporti di forza bilaterali. Allo stato attuale delle cose, Washington è in vantaggio: ma Pechino immagina una rincorsa di lungo termine, da completarsi sulla scia di decenni. La trappola di Tucidide rimane dietro l’angolo: sarà compito dei governanti di oggi e di domani tenere la tensione attorno al livello di guardia.

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