La Cina ha trasferito 20 addestratori di arti marziali dell’Enbo Fight Club sull’altopiano tibetano per preparare il proprio esercito a un nuovo, eventuale corpo a corpo con le forze indiane. Il confine sino-indiano, una striscia di terra che si snoda tra le altissime vette himalayane per 3.488 chilometri, continua infatti a essere carico di tensioni.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato lo scontro avvenuto lo scorso 15 giugno tra decine di soldati indiani e cinesi nel Ladakh, cioè quella parte del Kashmir contesa tra i due giganti asiatici in cui si trova la valle di Galwan. Ebbene, in condizioni estreme, lungo un sentiero situato nei pressi della Lac (Line of Actual Control, una linea che separa i due Paesi) i soldati di entrambi gli schieramenti se le sono date di santa ragione.

Il risultato della battaglia, combattuta con mazze ferrate, bastoni e sassi, parla di 20 morti indiani, compreso un colonnello, e (forse) di 35 cinesi. Difficile risalire all’esatta dinamica dei fatti, visto che Cina e India hanno fornito – e continuano a farlo – versioni tra loro contrastanti. Certo è che la tensione è alle stelle, nonostante i ripetuti colloqui diplomatici avvenuti e accuse reciproche.

Gli istruttori cinesi

L’imperativo cinese è uno: abbassare la tensione. Non a caso nei giorni scorsi è stato trovato un accordo tra le parti. Fonti militari di New Delhi, citate dai media indiani, hanno parlato di “disimpegno” delle truppe dai punti di frizione dopo gli scontri nella valle di Galwan, con un accordo arrivato dopo undici ore di colloqui tra i generali dei due eserciti tenutosi ieri in una “cordiale, positiva e costruttiva atmosfera”.

Da Pechino, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha sottolineato che, dopo l’ultimo round di colloqui, “entrambe le parti si sono scambiate opinioni franche e approfondite sulle questioni in sospeso nell’attuale controllo della frontiera e hanno concordato di adottare le misure necessarie per promuovere il raffreddamento della situazione”.

Eppure Pechino non ha intenzione di abbassare la guardia, ed è per questo che il Dragone ha inviato nella “zona rossa” diversi addestratori di arti marziali. Il loro obiettivo? Non sono state date spiegazioni ufficiali. Appare tuttavia evidente come lo scopo sia quello di preparare le truppe nel caso in cui dovesse scoppiare una nuovo scontro. I 20 istruttori di arti marziali sono stati stanziati a Lhasa, capitale del Tibet.

Prepararsi al peggio

Perché usare l’arte del corpo a corpo e non qualche arma convenzionale? Un accordo del 1996 vieta e entrambi gli schieramenti di utilizzare armi da fuoco ed esplosivi. I soldati, dunque, hanno escogitato un diversivo: darsele di santa ragione imbracciando armi improprie, spesso costruite artigianalmente con materiali trovati in loco.

Nel frattempo, fonti di agenzia affermano che nella regione himalayana contesa tra Pechino e Nuova Delhi, i cinesi sembrano aver costruito nuove strutture vicino al luogo dove, a metà giugno, sono avvenuti pesanti scontri tra gli eserciti dei due Paesi. La Cina sembra dunque aver aumentato la sua presenza militare nella contesa Galwan Valley, vicino al confine indiano: le immagini mostrano un nuovo campo, quelle che sembrano posizioni difensive come bunker e una strada in costruzione. Le immagini sono state scattate il 22 giugno e sembrano mostrare posizioni sul lato indiano dove alcuni giorni prima non c’era nulla.


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