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Chiusa la Conferenza di Palermo sulla Libia , è il momento di iniziare a tirare le somme. E se l’Italia può dirsi soddisfatta per avere ospitato un summit internazionale sul Paese nordafricano, c’è ancora una serie di punti interrogativi che aleggiano su questo vertice.

Difficile, se non impossibile, valutare le conseguenze a medio e lungo termine di questo vertice. È del tutto evidente che solo la cronaca delle prossime settimane, se non mesi, potrà fornire un quadro abbastanza chiaro sulla portata del summit siciliano. Per il governo di Giuseppe Conte è stato il più importante evento internazionale dei primi mesi di mandato. E il fatto che si sia tenuto e che siano stati coinvolti i principali leader libici (oltre che rappresentanti di tutte le potenze coinvolte) sono stati comunque segnali importanti del fatto che Roma sia rientrata nella partita libica dopo anni di tentativi di esclusione causati dalla caduta di Muhammar Gheddafi.

Ma al netto dei risultati positivi del vertice, spiegati da Mauro Indelicato su questa testata, l’Italia non può dirsi estremamente soddisfatta. E il motivo è che l’incontro di Palermo ha rappresentato non l’assunzione della leadership italiana sulla Libia, ma un palcoscenico su cui altri attori hanno effettivamente preso possesso della transizione libica. Con il governo italiano, questo governo, che ha avuto (purtroppo) solo il merito di prendere in mano una situazione deficitaria e di riuscire a mettere delle toppe anche se ormai tutto stava sfuggendo di mano. E l’attesa del generale Khalifa Haftar è stato forse il simbolo più eclatante di questa condizione italiana.

Haftar è diventato imprescindibile

In molti hanno detto che l’arrivo di Haftar a Palermo ha rappresentato la vittoria dell’Italia. Vero, nel senso che senza di lui il vertice avrebbe avuto un peso minore nel panorama della transizione libica. Ma paradossalmente, l’attesa quasi spasmodica del maresciallo della Cirenaica ha fatto capire a tutti che l’Italia, è bene dirlo, esce non propriamente vittoriosa.

Haftar ha ottenuto ciò che voleva: nessuno può fare a meno di lui in Libia. E l’Italia, che per anni ha sostenuto esclusivamente Fayez al-Sarraj, ha ospitato (quasi in pompa magna) il simbolo della sua sconfitta. E dal momento che l’Italia non ha, effettivamente, un peso reale nelle manovre del generale di Tobruk, su cui il controllo lo hanno Russia, Francia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, è chiaro che Roma può aver raggiunto soltanto accettato una realtà che, fino a qualche mese fa, avrebbe tranquillamente evitato.

L’Italia non doveva arrivare a questo punto. Il sostegno a Sarraj, premier debolissimo e incapace di controllare anche la stessa Tripoli, è stato probabilmente gestito male ma anche assolutamente necessario. Roma non poteva fare altro che supportare il capo del governo riconosciuto non solo per il riconoscimento internazionale del suo esecutivo, ma anche perché gli interessi economici italiani in Libia sono praticamente tutti nella parte occidentale, quella controllata dal governo di Tripoli.

In sostanza, l’Italia aveva una strategia deficitaria: ma ce l’aveva. Poi è stata travolta dal corso degli eventi. E il governo Conte (che di certo non ha colpe) si è dovuto rimboccare le maniche per limitare danni enormi non solo derivanti dal dopo Gheddafi ma anche dal “dopo Sarraj”. Che fondamentalmente già esiste, ed è stata la stessa conferenza di Palermo a certificarlo. Con rischi enormi anche per la nostra stessa credibilità sul piano locale.

Obiettivi molto vaghi

La vaghezza con cui sono stati definiti gli obiettivi di questa Conferenza (a un certo punto è stata chiamata “conferenza di servizio”), si è vista anche nell’opacità dei risultati ottenuti. Chi sperava in un documento condiviso, si è dovuto ricredere. Nessuno ha firmato nulla. 

E i vari interlocutori libici, a parte una vigorosa stretta di mano benedetta da Conte, si sono lasciati con l’assoluta certezza che quanto è avvenuto a Palermo non avrebbe cambiato nella sostanza il futuro del Paese. E lo ha dimostrato lo stesso Haftar, che ha per adesso semplicemente sospeso le sue mire su Tripoli in chiave elettorale (visto che le Nazioni Unite hanno bocciato il piano per votare questo inverno), ma ha praticamente lanciato una opa sulla Libia. 

Anche la nota finale di Conte, per quanto (va ribadito) non responsabile dei nostri trascorsi libici, si è dimostrata in qualche modo debole. Si è parlato di “inclusione”, di una nuova conferenza tra i vari attori della crisi, possibilmente da tenere in Libia. E anche dal punto di vista del disarmo, trattandosi di una Paese in guerra, si è raggiunto davvero poco.

Gli altri Paesi invitati

Da un punto di vista internazionale, la presenza dei funzionari stranieri non è stata, in generale, del livello che ci si poteva attendere. Sono stati due gli interpreti di maggior peso: Dmitri Medvedev, primo ministro russo, e Abdel Fattah Al-Sisi, presidente dell’Egitto. E anche da queste due presenze, si capisce come Haftar sia stato il vero vincitore della Conferenza, essendo Mosca e Il Cairo i maggiori supporter del maresciallo della Cirenaica, insieme alla Francia (che infatti ha inviato una persona di peso come Jean-Yves Le Drian). Degne di nota la presenza del presidente tunisino, Beji Caid Essebsi e del premier greco Alexis Tsipras. Ma non sono i grandi attori che si voleva portare a Palermo.

Manca Donald Trump, che aveva fatto da “padrino” alla cabina di regia congiunta fra Italia e Stati Uniti sul Mediterraneo allargato e alla conferenza. Mancava Vladimir Putin, che il governo aveva invitato a Palermo. Mancavano Emmanuel Macron e Angela Merkel, che hanno volutamente evitato di partecipare al vertice quasi per mandare un segnale che non era affar loro il piano italiano. La Germania ha addirittura snobbato il meeting inviando un sottosegretario. Mancava Theresa May, che è comunque la premier di una delle potenze coinvolte nella guerra.

A questa situazione, si aggiunge poi l’ultima mossa della Turchia che se n’è andata dalla Conferenza per ripicca per non essere stata coinvolta nella riunione informale dell’ultimo giorno. Anche in questo caso, da parte dell’Italia c’è stato un errore clamoroso. Fuat Oktay, il vice premier turco, ha detto che qualcuno “ha abusato dell’ospitalità italiana”. Ma l’errore c’è stato da parte di Roma. E adesso potremmo pagarne le conseguenze.

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