Uscito l’annuncio del governo Netanyahu di occupare Gaza, fa rabbrividire la coincidenza con la proposta di legge della Lega contro l’antisemitismo. In realtà, è arrivata solo ora in Commissione Affari Costituzionali dopo essere stata depositata il 30 gennaio 2024. Non è da oggi, insomma, che il partito guidato da Matteo Salvini si distingue per una linea accanitamente filo-israeliana. Si spiega anche così il premio Italia-Israele riconosciuto al ministro dei Trasporti da parte di una rete di associazioni (Istituto Milton Friedman, Unione delle associazioni Italia-Israele, Maccabi World Union, Israel’s defend & security forum e Alleanza per Israele). Evidentemente, per citare il discorso cerimoniale dell’ambasciatore di Tel Aviv, Jonathan Peled, “il coraggio di assumere pubblicamente delle posizioni coraggiose e spesso di rottura” si desume dall’intenzione di reprimere il diritto a manifestare pubblicamente un pensiero che si presume “antisemita”. Quando potrebbe invece essere, del tutto legittimamente, anti-israeliano (o anti-sionista).
Ma andiamo con ordine. Il testo, presentato dal capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama, Massimiliano Romeo, con altri due leghisti, Pirovano e Bergesio, si compone di tre articoli. Il primo funge da premessa concettuale, poiché chiarisce cosa deve intendersi per antisemitismo. La definizione adottata è quella di un’associazione che raggruppa 35 Paesi, la International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), fondata nel 1998 dall’allora primo ministro socialdemocratico svedese Göran Persson. Secondo l’IHRA, l’antisemitismo equivale “una percezione degli Ebrei che può tradursi in odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette contro le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici”. Già qui ci sarebbe materia opinabile: se le parole hanno un senso, anche i non ebrei, se fatti oggetto dello stesso odio per chi è ebreo, rientrerebbero nella categoria da proteggere. Al lettore appassionato di logica aristotelica ogni commento.
Il secondo articolo investe il piano culturale. Con qualche inquietante eco poliziesca. Si prevede infatti l’istituzione di una “banca dati” in cui archiviare gli episodi di cronaca tacciabili di antisemitismo, a fini di “monitoraggio”. Una sorta di schedatura. La parte più significativa è però la prevedibile stretta sui social media per contrastare il “linguaggio d’odio” (hate speech), in questo caso antisemita, con la “segnalazione e rimozione” di contenuti sospetti. Dopodiché, immancabili le campagne di sensibilizzazione nelle scuole e sui media, con contorno di formazione apposita per insegnanti, e anche per le forze dell’ordine. L’obbiettivo è abbattere “i pregiudizi e gli stereotipi” nonché le “teorie complottistiche che ne possono derivare”. E i preconcetti e luoghi comuni diffamatori per altri gruppi religiosi, ad esempio i musulmani, vittime pure loro di una non meno dilagante islamofobia, quelli invece non meritano attenzione?
Ma è l’ultimo articolo che rappresenta un pugno in faccia alla libertà di espressione (articolo 21 della Costituzione) e alla libertà di manifestare “pacificamente e senz’armi” (articolo 17).
Vi si legge infatti che negare l’autorizzazione a riunioni o manifestazioni pubbliche, facoltà in capo alle questure, può essere motivato nell’eventualità di “grave rischio potenziale” che in comizi o cortei emergano “simboli, slogan, messaggi e qualsiasi altro atto antisemita”. Due considerazioni. Anzitutto, la base legale a cui ci si rifà sono le “ragioni di moralità” previste dal testo unico di sicurezza che, nel punto specifico, risale a un decreto del 1931. Promulgato, cioè, in pieno fascismo. La moralità dovrebbe c’entrare poco con la libera professione di idee. Ma questo è un problema di più vasto anacronismo giuridico, che riguarda la mancata pulizia della nostra legislazione da residui di un passato in cui lo Stato paternalisticamente si ergeva a custode della morale.
È nel merito, tuttavia, che il legislatore assume una posizione apertamente autoritaria, cioè arbitraria. Per manifestare non c’è alcun bisogno di chiedere il permesso: si deve darne solo comunicazione al questore o al prefetto, che possono esercitare un potere di divieto solo per “comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica”, senza disquisire sulle opinioni dei manifestanti. La Lega, invece, vorrebbe attribuire alla polizia e al governo, ovvero al ministero dell’Interno da cui dipendono le prefetture, lo strapotere di rendere illegali raduni in piazza in via preventiva, nella supposizione che possano rivelarsi focolai di propaganda antisemita.
L’intento liberticida (e incostituzionale) è palese. Nel concreto, poi, come correttamente fatto osservare da alcuni esponenti del M5S e del Pd, la vulgata aprioristicamente filo-israeliana bolla come antisemite le critiche all’operato di Israele o all’ideologia che lo ispira, il sionismo, confondendo volutamente l’ebraismo (che è una religione, in quanto tale da rispettare come tutte le altre) con le azioni di uno Stato, da anni governato dal sionismo cosiddetto “revisionista” del partito Likud, che essendo scelte politiche dovrebbero poter rimanere condannabili. Esattamente come quelle di un qualunque altro Stato. Il vero rischio, quindi, è di comprimere la libera espressione in luogo pubblico di chi accusa Israele di genocidio del popolo palestinese, marchiando alla stregua di un pericolo per la cittadinanza i sostenitori di una Palestina libera e sovrana. Ma del resto, non c’è da stupirsene.
Sotto il profilo legislativo, dal 1993 è in vigore una legge, la Mancino, che persegue penalmente l’istigazione all’odio razziale o religioso. Un reato d’opinione, allora come oggi pensato proprio contro l’antisemitismo (in realtà anti-ebraismo, perché semiti sono anche gli arabi, ma transeat). Romeo e i promotori leghisti fingono di non ricordare che nel 2014 il loro partito voleva abolirlo tramite referendum. Ancora nel 2018, era Giorgia Meloni a dire di voler abrogarla: “Siamo sempre stati contrari ai reati di opinione – dichiarava all’Ansa il 3 agosto di quell’anno – perché riteniamo la libertà di espressione sacra e inviolabile”. Se qualcuno si domandasse perché la destra italiana si rimangia quel che professava non preoccupandosi del divampare di sentimenti anti-israeliani nel suo elettorato, la risposta è semplice quanto desolante: Meloni, Salvini & C contano su quell’auto-condizionamento psicologico che induce poi i loro elettori, al momento delle elezioni, a far cadere comunque la crocetta su di loro pur di non far vincere gli avversari. È il ricatto del bipolarismo.
Adesso, mentre si allunga la lista di Paesi che per lo meno intendono riconoscere lo Stato palestinese, dalla maggioranza che governa l’Italia si rilancia una crociata ideologica che, con il pretesto dell’antisemitismo, vorrebbe ulteriormente limitare lo scontro democratico, pur di giustificare la politica sterministica e guerrafondaia di una nazione che non si vede in base a quale diritto possa pretendere l’immunità dalla critica. Di mezzo, potrebbero andarci anche quei nostri concittadini di fede o origine ebraica che additano Israele come colpevole di “pulizia etnica” e “genocidio”.
È quel che hanno fatto in due occasioni, a febbraio e in questi giorni, decine di intellettuali, da Anna Foa a Carlo Ginzburg, da Gad Lerner a Roberto Saviano. Ma preferiamo ricordarne qui un altro, di appello, meno strombazzato e con nomi meno celebri, firmato nel 2021 da un gruppo di giovani ebrei italiani. Ecco cosa diceva: “La situazione attuale rappresenta l’apice di un sistema di disuguaglianze e ingiustizie che va avanti da troppi anni: l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi e l’embargo contro Gaza incarnano l’intollerabile violenza strutturale che il popolo palestinese subisce quotidianamente. Condanniamo le politiche razziste e di discriminazione nei confronti dei palestinesi”. Nell’ultimo anno e mezzo la discriminazione ha fatto un salto di livello: è diventata guerra di sterminio e di occupazione.