La sfida per la prossima Commissione europea è già iniziata. Il problema è che all’Italia ne spetterebbe uno è il modo per salvarsi dovrebbe essere quello di puntare tutto su uno in campo economico. L’allarme risuona da parecchi mesi nelle stanze di Palazzo Chigi, ma l’isolamento cui è costretto il nostro governo a causa dell’assedio posto dall’asse franco-tedesco e della sfida fra l’esecutivo giallo-verde e la leadership Ue rischia di tagliarci fuori. E questo, per forza di cose, è un problema. Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha lancia la sua allerta chiedendo che il governo si impegni pienamente in questo frangente: “Per essere attivi e svolgere il ruolo che ci spetta in Europa, il governo italiano deve saper proporre e ottenere un commissario con una delega qualificata in campo economico: al Commercio, all’Industria, al Mercato interno, agli Affari economici e alla Concorrenza”.

L’esecutivo, chiaramente, ci sta pensando. Luigi Di Maio, da vice premier nonché ministro dello Sviluppo economico, ha già detto che l’Italia punta ad avere il commissario all’industria e al commercio interno. Ma la volontà di orientare la politica industriale dell’Unione europea si rischia di impantanare davanti a due dati, politico ed economico. Il primo ostacolo riguarda il fatto che i due partiti che compongono il governo italiano non saranno sicuramente nel maggior gruppo parlamentare europeo, che è il Partito popolare. La Lega attraverso il suo blocco sovranista e il Movimento Cinque Stelle non saranno sicuramente parte della maggioranza. Al limite può sperarlo il Carroccio, ma in ogni caso non sarà certo il partito con più peso all’interna dell’alleanza (eventuale e non certa) fra Ppe e sovranisti. In questo caso, sarà del tutto impraticabile per Roma ottenere un posto da commissario che conti qualcosa sui dossier economici. E il sogno cdi avere un italiano alla guida degli Affari Economici rischia di essere impossibile già solo per questo motivo.

Ma c’è un altro elemento che deve essere considerato ancora più importante. Ed è il fatto che i Paesi dell’Europa centrale e settentrionale non vorranno assolutamente delegare a Roma uno dei “dicasteri” europei su cui si fonda la capacità dell’Unione europea di obbligare l’Italia a una certa politica finanziaria più ligia al dovere  meno rivolta verso le aperture “mediterranee”. Secondo le indiscrezioni, le possibili coalizioni successive al voto di domenica e soprattutto in base a quanto dichiarato dai rappresentati europei nei confronti dell’Italia, sembra abbastanza difficile che il governo possa prova re a puntare su un commissario economico. Ed è del tutto evidente che i Paesi dell’Europa del Nord hanno già fatto blocco: un italiano in Commissione ci sarà per forza. Ma questo italiano non potrà essere alla guida degli Affari economici. Tanto mento all’Industria, considerando che questo significherebbe avere un avversario dell’asse franco-tedesco.

Difficile ad oggi dire quale ruolo avrà un italiano nella prossima Commissione. La Lega puntava alle politiche agricole, ma è chiaro che il gioco sia molto più complesso. La politica agricola comune è importante: ma qui si tratta di avere una persona in grado di guidare gli Affari economici. E sembra che da Bruxelles il segnale sia già arrivato: un secco no. La dimostrazione è data dal fatto che proprio una settimana dopo le elezioni, il 5 giugno, la Commissione europea potrebbe aprire la procedura sul debito nei confronti dell’Italia, mentre, come scrive Huffington Post, “il 13 giugno i ministri dell’Economia ne discuteranno alla riunione dell’Eurogruppo in Lussemburgo”. Il rischio, adesso, è che Bruxelles abbia già pronta la mannaia su Roma.