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Che cosa sta facendo in questo momento, Donald Trump? Fino a un anno fa, questa era una delle domande più facili del mondo. Bastava guardare su Twitter o sulle agenzie. Bastava un suo endorsement e un candidato sapeva di aver la strada spianata per la nomination. Ed eventualmente, per la vittoria. Non solo: The Donald incarnava al meglio il partito repubblicano tanto che nel 2020, per la prima volta nella sua storia, la sua piattaforma programmatica venne sostituita da uno scarno comunicato di poche righe che affermava di continuare a seguire quella del 2016, accompagnata da una “grande fiducia nel presidente Donald Trump”. E oggi, è sempre così? Sembrerebbe di sì.

Il trumpismo parrebbe aver preso piede quale forma prevalente del conservatorismo americano. Chi si oppone a Trump, semplicemente, perde il proprio posto. Come accaduto alla deputata Liz Cheney, che pure ha sostenuto i provvedimenti dell’amministrazione repubblicana nell’89% dei casi: per aver votato a favore del secondo impeachment, prima è stata rimossa dalla sua posizione di capo della conferenza alla Camera, una sorta di leader che gestisce i rapporti all’interno del gruppo. Ha ricevuto la sfida alle primarie per le elezioni 2022 di diversi esponenti repubblicani, tra cui Harriet Hageman, un’avvocata che è stata a suo tempo una consulente legale di Cheney. Quest’ultima, come schiaffo finale, è stata disconosciuta dal partito repubblicano del Wyoming come sua rappresentante con una votazione contestata. Eppure la sua sconfitta non è affatto certa. Il capogruppo del partito al Senato federale, Mitch McConnell, le ha offerto il suo sostegno.

Facciamo un passo indietro: il 7 febbraio scorso muore di Covid il deputato texano Ron Wright, conservatore e trumpiano. Per rimpiazzarlo si candidano la vedova, Susan Wright e il deputato statale Jake Ellzey.

La prima riceve immediatamente l’appoggio dall’ex presidente Trump mentre il secondo soltanto dall’ex governatore repubblicano Rick Perry. In questa particolare elezione suppletiva, è come se ci fosse una “primaria mista”, la cosiddetta “Jungle primary”. Si candidano tutti i candidati con ogni affiliazione partitica e alla fine i primi due si affrontano in un ballottaggio. Sfruttando la frammentazione del campo democratico, arrivano questi due repubblicani. Certo, Ellzey, che ha messo a fuoco la sua attenzione ai problemi del sesto distretto, in gran parte formato dalla periferia dell’area urbana del conglomerato metropolitano di Dallas-Fort Worth, cosa che gli ha permesso di ricevere i voti dei democratici (distintisi per aver usato la mascherina al seggio in uno stato che non imponeva l’obbligo). Questo può essere un segnale nazionale. I due leader alla Camera e Senato, Kevin McCarthy e Mitch McConnell, probabilmente non ammirano sinceramente Donald Trump. Le differenze sono soltanto stilistiche: il primo va spesso a trovarlo a Mar-a-Lago, mentre il secondo non lo ama ed è cordialmente ricambiato dal secondo che lo chiama “vecchio corvo”, ma entrambi cercano comunque di non disturbare troppo il can che dorme. I suoi sostenitori sono troppi per scontentarli, ma nel contempo non bisogna ceder loro il comando per evitare che succeda un disastro. Come avvenuto in California, dove un governatore democratico come Gavin Newsom, scosso da scandali di varia natura, ha trionfato nell’elezione di recall lo scorso settembre a causa dell’estremismo del portabandiera del Gop Larry Elder, un imbonitore radiofonico che strizzava l’occhio al mondo no vax.

D’altro canto, invece, un moderato come l’imprenditore Glenn Youngkin, nominato in Virginia da una convention chiusa per evitare il prevalere di un candidato estremista, ha prevalso di misura sul suo avversario, il barone dem Terry McAuliffe, grande amico dei Clinton riscopertosi progressista.

L’aggressività dell’ex presidente però, rappresenta un problema: il caso più clamoroso è stato in Pennsylvania, dove Trump ha sostenuto in fretta e furia Sean Parnell, veterano dell’esercito con una storia di abusi familiari che ha rischiato di mettere a rischio la successione del senatore uscente Pat Toomey, anche lui repubblicano.

Non solo lì: anche in Georgia il sostegno dato da Trump all’ex campione di basket Herschel Walker si è scontrata con i repubblicani statali, che avrebbero preferito un profilo più solido come quello del commissario all’agricoltura Gary Black, molto conosciuto e spendibile, per quella che sarà una consultazione cruciale per decidere chi controllerà il Senato a partire dal 2023 e bloccare la maggior parte delle nomine dell’amministrazione di Joe Biden.

Se nessuno osa sfidare apertamente il presidente, dietro le quinte però il lavoro della leadership di McConnell si sta facendo sentire, anche per decidere chi verrà eletto in stati conservatori come l’Alabama: non vuole assolutamente che ci sia un nuovo senatore come Tommy Tuberville, riottoso a eseguire gli ordini della leadership e soprattutto scarsamente preparato sui fondamentali della struttura istituzionale americana. Rispetto a Mo Brooks, deputato che ha lanciato la contestazione dei voti elettorali al Congresso lo scorso 6 gennaio, poco prima dell’irruzione della folla. Come dimostrò l’elezione speciale del dicembre 2017, quando l’estremista Roy Moore venne battuto dal dem moderato Doug Jones, anche in Alabama il rischio di perdere c’è, se si presentano candidati con programmi un po’ fuori dalle righe.

Certo però è che non si può fare a meno della base trumpiana per vincere nel midterm. E così la ricetta scelta da Mitch McConnell di attaccare solo i democratici senza proporre alternative.

Una crisi ideologica conclamata che, nonostante le difficoltà dei democratici, potrebbe non portare i risultati sperati nel midterm 2022. Cosa accadrebbe se Trump si chiamasse fuori nel 2024? Una catastrofe. Al momento Trump è il peggior candidato possibile. Esclusi tutti gli altri, per parafrase Winston Churchill.

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