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Il presidente russo Vladimir Putin ed il suo omologo bielorusso Alexander Lukashenko si sono incontrati, per la prima volta da quando sono scoppiate le proteste in Bielorussia, nella residenza di Sochi. Il vertice mirava a ribadire il supporto del Cremlino nei confronti della presidenza Lukashenko. Un obiettivo raggiunto in due modi: garantendo un prestito da un miliardo e mezzo di dollari alla Bielorussia e ribadendo l’importanza della cooperazione in ambito difensivo tra Mosca e Minsk. Putin ha anche affermato che “i bielorussi devono risolvere questa situazione al loro interno… con calma ed attraverso il dialogo” e “trovare una soluzione comune”. Si tratta di parole rassicuranti che non mettono in discussione una verità inoppugnabile: in caso di bisogno la Russia interverrà in difesa del governo del Paese alleato.

Una tattica efficace

La Bielorussia è segnata dalle proteste sin dalle elezioni presidenziali svoltesi il 9 agosto. Le consultazioni si sono concluse con la vittoria di Lukashenko, al potere da 23 anni sull’oppositrice Svetlana Tikhanovskaya. Una parte della popolazione non ha accettato il risultato elettorale ed è scesa in piazza per dimostrare. La repressione delle dimostrazioni le ha rafforzate ed ora sono organizzate con cadenza regolare. Secondo l’analista bielorussa Katia Glod, sentita da Euronews, “questa è un’ottima opportunità per Putin per fare pressione su Lukashenko dato che si è indebolito a livello interno ed ha perso il supporto dell’Occidente”. Secondo alcuni il Capo di Stato russo potrebbe avere intenzione di portare la Bielorussia, in maniera permanente, all’interno della sfera d’influenza di Mosca.

Chiarezza necessaria

I limiti di un possibile supporto militare russo sono evidenti. Putin lo aveva offerto a Lukashenko nel corso di una conversazione telefonica svoltasi ad agosto e questa proposta aveva provocato una serie di dure reazioni internazionali. Putin, in realtà, si era limitato ad offrire assistenza militare a Minsk nell’ambito di quanto previsto dall’Organizzazione per il trattato di sicurezza collettiva (Csto), un’alleanza difensiva a cui prendono parte sei Stati dell’ex Unione sovietica tra cui Russia e Bielorussia. Il trattato equipara una possibile aggressione esterna contro un Paese membro ad un’aggressione contro tutti. A livello legale, dunque, la Russia non può inviare truppe per sopprimere le proteste perché ciò non è espressamente previsto dagli accordi tra le parti.

I possibili scenari

Non è facile immaginare una Bielorussia priva di Lukashenko ed è altrettanto difficile pensare che a Minsk possa succedere quanto accaduto a Kiev, Tbilisi e nei Paesi Baltici. Le proteste e gli scioperi compiuti da centinaia di migliaia di bielorussi potrebbero essere destinati ad auto esaurirsi con il passare del tempo. In ogni protesta c’è sempre un obiettivo di fondo che, prima o poi, deve essere raggiunto. Qualora ciò non accada iniziano a verificarsi una serie di problematiche che, nel medio o nel lungo termine, possono portare ( non è uno sviluppo necessario) al progressivo indebolimento della massa che prende parte alle stesse. Il rischio è che alla fine scenda in piazza solo il nucleo dei contestatori, un numero necessariamente ridotto e che le dimostrazioni diventino sempre meno efficaci e più controllabili fino a spegnersi. L’alternativa può essere uno scenario venezuelano: contrapposizione permanente tra le forze di sicurezza e l’esercito, motivate a non abbandonare le istituzioni statali ed un numero variabile di contestatori. Caracas non è mai crollata, nonostante la gravissima crisi che l’ha colpita, proprio perché l’esercito ha scelto di restare dalla parte del potere.

La Bielorussia sta attraversando un momento particolarmente difficile e forse cruciale. Quanto accadrà qui potrebbe avere serie ripercussioni anche nella Federazione Russa. E questo è uno sviluppo che Putin vuole evitare ad ogni costo.

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