I rapporti fra Mosca e Teheran sono stati storicamente caratterizzati dall’alternanza fra collaborazione e antagonismo, ma negli anni recenti quest’ultimo è stato gradualmente messo da parte per perseguire un’agenda basata su interessi condivisi in Medio Oriente. Lo scoppio della guerra civile siriana e l’ascesa dello Stato islamico hanno giocato un ruolo fondamentale nel convincere il Cremlino ad adottare una nuova strategia per la dominanza nella regione più instabile del mondo, portando ad un graduale avvicinamento a tutti quegli attori regionali i cui interessi sono stati ritenuti affini a quelli russi.

In questo contesto di rielaborazione strategica sono stati consolidati i rapporti con l’Iran, che la Russia sta aiutando in campo militare, energetico, economico e diplomatico, rendendo meno asfissianti l’isolamento internazionale ed il regime sanzionatorio. I sogni russi di egemonia sull’Eurasia sono, infatti, inestricabilmente legati alla pacificazione del Medio Oriente. Una pacificazione che può essere ottenuta soltanto creando un nuovo equilibrio di potere in grado di includere anche l’Iran.

Gli sviluppi recenti

Il 10 novembre è stato inaugurato il cantiere del secondo reattore della centrale nucleare di Bushehr alla presenza del vice-presidente dell’Iran, del direttore dell’agenzia atomica iraniana e del vice-direttore di Rosatom. Il progetto è parte di un accordo stipulato nel 2014 per il potenziamento della centrale di Bushehr con due nuovi reattori: una volta completato, questo progetto consentirà all’Iran di ridurre significativamente la propria dipendenza dall’utilizzo e dall’esportazione di idrocarburi e di avvicinarsi alla sicurezza energetica.

I due Paesi hanno anche intensificato gli interscambi agroindustriali per far fronte all’accesso sempre più limitato ai mercati occidentali. Nei primi sette mesi del 2019, le esportazioni russe in Iran sono aumentate di quasi il 40% rispetto allo stesso periodo nell’anno precedente e Mosca ha annunciato a più riprese che continuerà a fare affari nel Paese nonostante le sanzioni statunitensi.

Dopo anni di trattative sotto banco, Teheran ha infine raggiunto un accordo di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica, che è entrato in vigore il 27 ottobre di quest’anno. La scelta di aderire all’organizzazione è avvenuta al termine di un lungo processo decisionale da parte delle autorità iraniane, che hanno intravisto in essa un’opportunità per diversificare i mercati di destinazione dei propri beni e accelerare la costruzione della cosiddetta economia di resistenza.

La visione comune

Nel dopo-sanzioni, il Cremlino ha velocemente ri-orientato il focus dell’agenda estera verso Asia centro-meridionale e Africa, riesumando il vecchio sogno di guidare la transizione verso il multipolarismo creando un asse con le principali potenze interessate a sfidare l’ordine internazionale liberale nato all’indomani della Seconda guerra mondiale e fortificatosi con il collasso dell’Unione sovietica.

Sebbene sia vero che in questa visione egemonica un ruolo di primo piano sia rivestito dalla Cina, che per una serie di caratteristiche culturali, demografiche, militari, economiche e tecnologiche, si configura come l’unico giocatore dell’arena planetaria realmente capace di sfidare gli Stati Uniti, gli eventi recenti mostrano come il Cremlino stia rivalutando la funzione potenzialmente ricopribile dall’Iran.

Infatti, gli interessi della Repubblica islamica convergono con quelli russi nei principali teatri di conflitto internazionali: in America latina, dove Teheran appoggia la lotta dell’asse Cuba-Nicaragua-Venezuela, in Medio Oriente, dove l’intervento iraniano è stato fondamentale per la sconfitta dello Stato islamico e per tenere in sella Bashar al-Assad.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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