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Mario Draghi lavora alla sua squadra di governo e assieme alla composizione dei vari ministeri (su cui bisogna ancora capire in che misura si equilibreranno personalità tecniche e politici di professione) uno dei temi su cui si tornerà a dibattere sarà quello della gestione di uno dei gangli vitali del potere nazionale, l’intelligence. Che nella fase finale del governo Conte era diventato oggetto del contendere di un’ampia battaglia politica interna alla maggioranza giallorossa, tra un premier che puntava a sfruttare fino ai limiti del personalismo le prerogative di coordinamento e controllo sull’intelligence garantitegli ex lege e partiti che spingevano per la nomina di un’autorità delegata per ridimensionare l’inquilino di Palazzo Chigi (Italia Viva) o per occupare la casella con un loro esponente (Pd e M5S).

La nomina di Piero Benassi nelle ultime giornate del governo sembrava aver raffreddato le tensioni, che ora con il cambio di esecutivo sembrano destinate a riacutizzarsi, specie se si considera l’insolito attivismo con cui l’ex ambasciatore sta trattando i dossier critici in questa fase. Benassi va oltre le prerogative assegnate a un esponente di un governo dimissionario, certamente, ma bisogna considerare la difficile situazione in cui Conte lo ha lasciato dopo le dimissioni, con apparati guidati da figure strettamente legate al presidente del Consiglio e freschi di nomine di nuovo innesto. 

Mario Draghi dovrà, giocoforza, proseguire sulla strada del suo predecessore e procedere alla nomina di un’autorità delegata per il coordinamento dell’attività dei servizi segreti. Glielo consiglia un principio realista: da un lato, bisognerà evitare di inserire, come insipientemente ha fatto Conte sperando nella nascita del suo terzo governo, le nomine di intelligence nel contesto delle negoziazioni per la formazione dell’esecutivo e nella battaglia tra i partiti; dall’altro, bisognerà riportare sui binari operativi più adatti le autorità deputate alla prima linea di presidio della sicurezza repubblicana in una fase che presenta minacce di vario tipo, dal rischio di scalate ostili ad attori economici nazionali alla possibile infiltrazione della criminalità organizzata nella campagna vaccinale, passando per la tutela dai “classici” rischi di carattere geopolitico e securitario.

Il premier incaricato non ha esperienze dirette con il mondo dei servizi o un curriculum di studi sul tema paragonabile a quello di altri importanti dirigenti pubblici e aziendali della generazione a lui coeva (pensiamo a Paolo Savona e Franco Bernabè, per fare due nomi tra i più noti) ma da capo di istituzioni come la Banca d’Italia e la Banca Centrale Europea ha avuto modo di confrontarsi con processi decisionali che coinvolgono il governo dei trend globali e l’anticipazione degli scenari politici e macroeconomici con cui i decisori delle politiche monetarie devono giocoforza confrontarsi. Dalle agenzie di rating alle grandi banche di investimento, passiamo per i vari boiardi delle burocrazie strategiche, Draghi ha quindi visto in prima persona le manovre e le politiche di istituzioni (anche private) che utilizzano il modus operandi dell’attività di intelligence. E da economista rodato qual è non può sottovalutare il peso dell’intelligence economica nella competizione strategica tra i capitalismi “politici” ai tempi del Covid-19. Infine, rappresentando per indicazione diretta del presidente della Repubblica Sergio Mattarella la sua nomina una scelta funzionale al rispetto dei cardini geopolitici in cui l’Italia è inquadrata (Ue e Nato) le scelte di intelligence saranno vagliate da vicino dagli alleati dell’Italia.

Possiamo dunque ipotizzare che Draghi, al momento delle scelte per l’autorità delegata, opterà per una nomina ai vertici dei servizi capace di dare garanzie di imparzialità, governo deciso dei processi, conoscenza approfondita dei dossier più scottanti per il sistema-Paese e coscienza geopolitica. La Verità ha messo in campo alcune ipotesi di nomi con cui Draghi potrebbe trovare un’interlocuzione favorevole: il prefetto Gianni de Gennaro, già titolare della carica nel governo Monti e oggi intento a ricoprire l’inusuale carica di presidente della Banca Popolare di Bari; l’ambasciatore Giampiero Massolo, che da alcuni anni presiede l’Ispi ed è ai vertici di Fincantieri e ha avuto in passato un’esperienza da direttore del Dis, ultimamente molto attento a raccomandare al Paese una “prova di maturità” di fronte alle sfide e alle opportunità portate dal cambio di amministrazione negli Usa; Alessandro Pansa, ex direttore del Dis (2016-2018) e oggi incaricato del ruolo di presidente di Sparkle e di super-consulente di Telecom.

Profili di assoluta competenza e rispettabilità, a cui ci sentiamo di non escludere quello dello stesso Benassi, certamente papabile per una riconferma qualora Draghi valutasse preferibile non accelerare sul cambio di rotta rispetto all’era Conte e coltivare al suo fianco un progetto di fidelizzazione dei vertici già legati, negli scorsi mesi ed anni, al “partito” personale del predecessore. La Repubblica non manca di eccellenti “riserve” su cui contare (pensiamo anche alla reperibilità sulla piazza dell’ex direttore dell’Aise Alberto Manenti) e figure di questo calibro darebbero la garanzia di una governance indipendente e di alto profilo capace di dare priorità al ruolo dei servizi come strumento operativo e scudo del sistema Paese rispetto a quello di “campo di battaglie” tra cordate concorrenti. Nell’ora del massimo cimento per il Paese e della ricerca dell’unità nazionale, ogni cedimento verso questo secondo scenario sarebbe rovinoso.