Il generale, per liberare i 18 marinai dei pescherecci italiani trattenuti da più di tre mesi, voleva l’incontro con Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. E alla fine l’ha ottenuto. Il presidente del consiglio e il ministro degli Esteri italiano hanno dovuto organizzare all’improvviso una toccata e fuga a Bengasi, fin dentro il quartier generale di Khalifa Haftar. In questa maniera l’uomo forte della Cirenaica ha ricevuto quel riconoscimento politico quale attore protagonista in Libia che negli ultimi mesi, complice la sua ritirata dalla Tripolitania, gli era mancato. Per lui una vittoria, per l’Italia un prezzo salato da pagare per riportare a casa i pescatori. E non è detto sia stato l’unico.

La mediazione di Maitiq

L’incubo per i marinai è iniziato il primo settembre. Quel giorno, dettaglio questo da non trascurare, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si era recato per una visita in Libia. Il titolare della Farnesina è stato prima a Tripoli e successivamente in Cirenaica. Qui però non ha incontrato Khalifa Haftar. Il generale si era già ritirato dalla Tripolitania, aveva perso il suo azzardo per la conquista della capitale. Chiaro dunque che sotto il fronte politico l’uomo forte della Cirenaica non risultava più così decisivo agli occhi della diplomazia internazionale. Tanto che, per l’appunto, Di Maio nell’est della Libia ha incontrato solamente il presidente del parlamento Aguila Saleh. Per Haftar si è trattato di un affronto. E forse non è un caso che mentre il nostro ministro degli Esteri tornava a Roma, le sue motovedette sequestravano i pescherecci Medinea e Antartide con gli equipaggi accusati di pesca in acque libiche. Per 108 giorni i 18 marinai a bordo sono stati rinchiusi in stato di fermo all’interno della palazzina che ospita l’amministrazione portuale di Bengasi. 

Nel frattempo l’Italia sotto il versante politico e diplomatico aveva iniziato a muoversi, ma i canali avviati negli anni precedenti con Haftar si sono rivelati improvvisamente interrotti. Da Roma quindi è provato a coinvolgere gli alleati del generale, russi ed egiziani in primis. Sia Mosca che Il Cairo però avevano nel frattempo allentato i rapporti con il numero uno del Libyan National Army. L’Italia ha quindi giocato altre carte, puntando su Francia ed Emirati Arabi Uniti. Nemmeno da Parigi ed Abu Dhabi si è riusciti ad imprimere un’accelerazione, lo dimostrano gli oltre 100 giorni di sequestro. É in questo contesto che è entrato in gioco il vice premier Ahmed Maitig: lui sa parlare italiano, conosce bene il contesto politico italiano e, soprattutto, è lui l’unico che da Tripoli riesce a parlare con Haftar. Tanto è vero che il 16 settembre i due si sono incontrati a Sochi dove, con la mediazione russa, hanno trovato l’accordo per la riapertura dei giacimenti petroliferi.

Sarebbe quindi stato, come trapelato da alcune fonti diplomatiche, proprio Ahmed Maitig a mettere in campo l’ultima e decisiva mediazione tra le istanze italiane e del Libyan National Army.

Il volo di Conte da Haftar

Khalifa Haftar ha fatto da subito capire, già dai primi giorni della vicenda, di voler ottenere un nuovo credito politico specialmente dall’Italia. Una vera e propria “riparazione” dell’affronto di non aver ricevuto la visita di Luigi Di Maio lo scorso primo settembre. Il generale lo ha fatto intendere chiaramente soprattutto quando ha proposto un baratto: la libertà dei 18 marinai in cambio della liberazione di cinque ragazzi libici detenuti nel nostro Paese con l’accusa (passata giudicata in secondo grado) di essere scafisti e responsabili dell’omicidio di 49 migranti. Nel corso delle settimane il generale non ha cambiato la sua posizione. Voleva a tutti i costi avere un colloquio diretto con i più importanti responsabili politici del nostro Paese. Una condizione esaudita in questo giovedì: il presidente del consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio sono dovuti volare fino a Bengasi per poter portare a casa la liberazione dei pescatori.

Dalla città della Cirenaica hanno confermato l’incontro. Fonti interpellate da Agenzia Nova hanno parlato di un colloquio che ha visto protagonisti Conte e Di Maio da un lato ed Haftar con Abdel Razzaq al Nadori, capo di stato maggiore dell’Lna, dall’altro. Dell’incontro non sono emersi particolari dettagli, al momento è quindi difficile capire se Haftar abbia o meno chiesto altre contropartite. La prima e per lui la più importante, ossia il riconoscimento del suo ruolo politico, l’ha già comunque ottenuta.

I marinai a casa con i pescherecci

Quella del premier e del ministro degli Esteri a Bengasi è stata una visita lampo. Nessuno di loro ha incontrato i pescatori dopo la liberazione. Conte e Di Maio sono atterrati in Cirenaica, hanno visitato il quartier generale di Haftar situato a 15 km dal centro di Bengasi, subito dopo sono ripartiti per Roma. Quando nelle prime ore del mattino si era avuta notizia dell’arrivo in Libia del leader del governo e del titolare della Farnesina, si pensava a un rientro in Italia dei 18 pescatori in loro compagnia. Così non è stato: i marinai non hanno incontrato Conte e Di Maio e il rientro a casa dovrebbe avvenire con i propri pescherecci. C’è però un intoppo: da Bengasi fonti locali hanno confermato che i motori delle imbarcazioni hanno difficoltà ad essere avviati. Tre mesi di inattività stanno creando non pochi problemi.

Nessun abbraccio con le famiglie dunque per il momento, nessun rientro immediato in Italia. I pescatori adesso sono sì liberi, ma ancora a Bengasi. Ci dovranno restare finché non ripareranno i pescherecci, sperando che le condizioni meteo, non certo ideali a dicembre per la navigazione, non prolunghino ulteriormente le attese.