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Tutto parte dallo scorso 18 dicembre. Tutto nasce da Atbara, città nel centro del Sudan. E forse non è un caso che tutto parte proprio da qui: in questo territorio l’omonimo fiume Atbara confluisce nel Nilo, così come a pochi passi dalla città la linea ferrata che scende dall’Egitto si incrocia con quella proveniente da Port Sudan. Questo fa della cittadina sudanese uno snodo fluviale e ferroviario fondamentale e, nel corso degli anni, Atbara diventa il polo industriale del paese africano. Per tal motivo, è qui che nasce il primo sindacato, così come è qui che ha sede la roccaforte del partito comunista sudanese. Quando nel paese soffiano venti di rivolta, si guarda in primis proprio ad Atbara e non fa eccezione nemmeno il caso delle proteste contro Al Bashir. Da quelle prime manifestazioni del 18 dicembre, si arriva ben presto ad una capillare diffusione in tutto il paese. L’epilogo da qualche ora è ben noto: un colpo di Stato pone fine alla lunga presidenza di Omar Al Bashir.

I motivi della protesta

A ben vedere, le prime manifestazioni nel Sudan appaiono spontanee. La gente che si riversa in strada ad Atbara ed a Port Sudan, così come in altre zone del paese, chiede la fine degli aumenti dei prezzi dei beni di prima necessità. Pasta, pane e farina diventano quasi inaccessibili per una fetta sempre più ampia di popolazione. Quando le manifestazioni arrivano anche nella capitale Khartoum, la protesta sembra essere sposata non solo dalla fascia più povera della cittadinanza, ma anche da diverse categorie sociali: studenti, ceto medio e, soprattutto, ordini professionali. Per questo a dicembre ed a gennaio le manifestazioni appaiono più partecipate e numerose ed iniziano i primi scontri con la Polizia.

Da parte sua Omar Al Bashir, prova ad usare bastone e carota. Parla più volte di pericolose ingerenze straniere e prova a reprimere il dissenso ma, al tempo stesso, promette misure per i ceti meno abbienti. Ma oramai il paese sembra fuori dal suo controllo. Lui, che arriva al potere con un colpo di Stato nel 1989, adesso appare in difficoltà e senza avere più presa tra la popolazione ed i suoi stessi sostenitori. Più volte Bashir riesce, quando la situazione interna si fa complicata, a compattare l’opinione pubblica attorno a sé. Lo fa chiedendo sacrifici per non dover piegare il Sudan alle volontà dei paesi stranieri, accusa più volte gli Usa di aver negli anni imposto sanzioni alla base delle difficoltà dell’economia, in generale Bashir pur provenendo da ambienti militari riesce politicamente a controllare il paese ed a tenere testa ai principi di malcontento manifestati in passato.

Questa volta, per l’appunto, non è così. A distanza di più di tre mesi dal via alle manifestazioni, il Sudan è ancora una polveriera ed i cittadini non abbandonano le piazze. È questo il segno principale, forse, della fine del suo trentennio di presidenza.

La dinamica delle ultime ore

La miccia definitiva che innesca la caduta di Bashir, parte lo scorso 6 aprile. Il Sudan non sembra pacificato, ma fino a quel momento le manifestazioni non riescono a scalfire i palazzi del potere. Da circa una settimana invece, a Khartoum si respira un’atmosfera pesante, si intuisce che qualcosa proprio all’interno di quei palazzi si è rotta. La gente è sempre più numerosa in piazza, la censura non riesce ad impedire le riunioni dei manifestanti, sono soprattutto gli ordini professionali ad organizzare cortei nella capitale ed in altre città sudanesi. Ma, soprattutto, questa volta l’esercito non interviene. Anzi, i militari non usano la forza nemmeno da quando il 6 aprile i manifestanti riescono a creare un vero e proprio sit in nei pressi del quartiere governativo.

Nonostante assembramenti ed interi gruppi organizzati risiedano nelle piazze per giorni dinnanzi ai luoghi del potere, i militari non sparano un colpo. Anzi, in alcuni video girati a Khartoum nei giorni scorsi si notano uomini in divisa sparare ad altri colleghi in divisa. Ecco il segno della rottura delle alleanze interne all’esercito ed agli apparati di sicurezza. Di fatto, da due giorni a questa parte, Bashir rimane isolato e circondato solo dai fedelissimi. Con la presa dell’aeroporto della capitale da parte dei militari nella notte tra mercoledì e giovedì, inizia quindi la resa dei conti. Il resto è cronaca delle ultime ore: i militari vanno al potere, Bashir è arrestato. Adesso tocca vedere chi prenderà il suo posto e, soprattutto, come reagirà la piazza.





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