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Nel 2022 si assisterà alla fine della pandemia? È questa la domanda più ricorrente nel mondo. La fase pandemica è iniziata l’11 marzo 2020, dunque ci si sta avviando verso il secondo anniversario e verso l’ingresso nel terzo anno dello stato di massima emergenza sanitaria globale causato dalla diffusione del Sars Cov-2. Ma alla domanda iniziale rispondere è quasi impossibile. Questo per due ordini di motivi. In primo luogo, anche a livello scientifico non esiste un’unanime definizione del concetto di pandemia. In secondo luogo, la dichiarazione di inizio e fine pandemia altro non è che un atto amministrativo del segretario dell’Oms. Ci sono cioè dei passaggi burocratici e non solo di analisi scientifica per determinare l’interruzione della fase massima di allerta sanitaria. Il comportamento del virus e la situazione dei vari sistemi sanitari più colpiti dalla malattia altro non sono, in questo contesto, che semplici variabili.

Che cos’è una pandemia?

Non è mai stato ben chiaro il concetto di pandemia. Quando nel 2020 è stata dichiarata, è aumentata la percezione in Europa della gravità della diffusione del nuovo coronavirus. Nell’immaginario collettivo, una pandemia implica scenari apocalittici. La mente è andata al biennio caratterizzato dalla febbre spagnola tra il 1918 e il 1920, in grado di causare più di 50 milioni di morti. Non necessariamente però un contesto pandemico deve avare una portata così funesta. Nella definizione ufficiale data dall’Oms, occorrono tre elementi per poter considerare pandemica la diffusione di una malattia. Il primo ha a che fare con la comparsa di un nuovo agente patogeno, per il quale non esistono cure o vaccini adeguati. Il secondo invece riguarda la trasmissibilità da uomo a uomo dell’agente patogeno e infine il terzo elemento consiste nel livello di diffusione a livello globale. All’11 marzo 2020 il nuovo coronavirus aveva effettivamente tutti e tre questi elementi.

Manca, in questa definizione, il riferimento al livello di gravità della malattia. Non importa cioè se un virus abbia o meno un’alta mortalità, ciò che conta è la sua diffusione. Fino al 2003 per la verità, sul sito dell’Oms, era presente un quarto elemento che richiamava proprio alla presenza di un “enorme numero di morti”. Questa postilla è stata tolta però nel maggio del 2009. Lo si evince dalla discussione sorta nel gennaio 2010, quando il Consiglio d’Europa ha chiesto chiarimenti proprio su questo punto in riferimento alla dichiarazione di pandemia per la diffusione dell’influenza suina. La modifica della definizione ha alimentato un dibattito in grado di riflettere le visioni discordanti interne al mondo scientifico sul concetto di pandemia. Lo stesso Anthony Fauci, il virologo “super consulente” della Casa Bianca, nel febbraio 2020 ha ammesso l’assenza di una precisa definizione di pandemia. 

Le basi giuridiche della dichiarazione di pandemia

Se non si ha quindi una definitiva cognizione del concetto di pandemia, difficilmente si potrà capire quando questa terminerà. Si dovrà aspettare l’azzeramento totale dei casi a livello globale? Oppure un minore impatto della malattia sull’uomo? O, ancora, una pressione poco significativa del Covid sui sistemi sanitari più colpiti? La diffusione della variante Omicron ha aperto di recente speranze sulla fine della pandemia. La sua elevata contagiosità ha portato a un minore impatto dei casi più acuti della malattia. Da qui la possibilità di considerare il coronavirus endemico e non più pandemico. L’Oms però ha dato in tal senso dei segnali contraddittori. “È plausibile – ha dichiarato il responsabile in Europa dell’Oms, Hans Kluge –  che la regione (europea, ndr) si stia avviando verso una sorta di fine della pandemia”. Un’affermazione tendente all’ottimismo, ma allo stesso tempo anche allo scetticismo. Il termine “sorta” indica l’assenza di dati precisi per poter dichiarare la fine della pandemia. La decisione dunque potrebbe essere rimessa unicamente alla discrezionalità di specifici organi dell’Oms, prima ancora che all’obiettività di parametri scientifici.

Ci sono però dei regolamenti a cui far riferimento. Sono due i documenti che orientano il massimo organo sanitario internazionale nella fase pandemica. A spiegarlo, in un articolo pubblicato nel marzo 2020 su “BioLaw Journal, è il ricercatore di diritto internazionale all’Università Cattolica Ilja Richard Pavone. Il primo documento riguarda il Regolamento Sanitario Internazionale (Rsi) del 2005, l’altro invece è la Guida alla gestione del Rischio di influenza pandemica ed è stato stilato nel 2017. In quest’ultimo viene ribadita una gestione in due fasi dell’allarme pandemico. La prima fase scatta con la dichiarazione di emergenza internazionale di salute pubblica (Pheic) e corrisponde al livello 5, su una scala di 6, di allerta sanitaria. Così come sottolineato da Pavone, secondo l’articolo 12 del Regolamento del 2005 il potere di dichiarare la Pheic è delegato al Segretario Generale dell’Oms, sentito il parere non vincolante dell’Emergency Committee. Nel caso del nuovo coronavirus, questa fase è scattata il 30 gennaio 2020. Quando l’allerta passa al livello 6 scatta allora la seconda fase, ossia quella di pandemia vera e propria, dichiarata per il Sars Cov-2 l’11 marzo 2020. A determinare l’avanzamento del livello è il riscontro di una rapida trasmissione in almeno due continenti dell’agente patogeno. Il Regolamento del 2005 non chiarisce a chi spetta il compito di dichiarare ufficialmente la pandemia. La Guida del 2017 lo assegna invece al Segretario Generale dell’Oms: “Si tratta – si legge nel documento di Pavone – di una funzione politica delegata dalla Guida al Segretario”.

Chi dichiarerà terminata l’emergenza?

La scelta di dichiarare la pandemia è quindi di ordine marcatamente politico. É facile intuire come altrettanto lo è la dichiarazione di fine pandemia. Sarà una decisione che dovrà prendere il segretario dell’Oms, attualmente l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. Un motivo in più per ritenere eccessivo il peso mediatico dato negli ultimi due anni a bollettini, dati e grafici ripetutamente diffusi alla popolazione. Non saranno curve, numeri di positivi e di ospedalizzazioni a determinare la fine dell’attuale fase pandemica. Al netto ovviamente dell’incidenza di parametri relativi alla diffusione del virus, lo stop definitivo all’emergenza è in mano unicamente alla discrezionalità del vertice dell’Oms. Le dichiarazioni di inizio e fine della pandemia sono determinate da atti politici prima ancora che da obiettivi dati scientifici.

Cosa comporterà la dichiarazione di fine pandemia?

Le decisioni dell’Oms non sono vincolanti per gli Stati. Lo stesso documento di gestione pandemica del 2017 viene ritenuto una “guida” per l’appunto. Ogni governo è libero di muoversi nella gestione di un’emergenza sanitaria seguendo proprie disposizioni. Non è detto dunque che per tornare alla normalità occorra aspettare la dichiarazione di fine pandemia da parte di Ghebreyesus. Ma è chiaro che la posizione dell’Oms ha un indubbio valore politico. Per un singolo governo anticipare la fine di misure restrittive potrebbe rappresentare un azzardo. Se l’epidemia dovesse tornare a livelli molto alti, su di esso graverebbero molte responsabilità. Finché permarrà lo stato di pandemia, è probabile che si continuerà a convivere con misure di contenimento del virus, anche più lievi rispetto a quelle conosciute dal 2020 in poi. Subito dopo si passerà ufficialmente in una fase di vigilanza per monitorare la situazione. Capire qual è il confine oltre il quale si andrà dall’emergenza alla vigilanza è purtroppo impossibile. Tutto è rimesso e delegato nelle mani del segretario dell’Oms.

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