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Il rapporto di amore e odio con la Cina, le relazioni turbolente con le due Coree, la resa dei conti con l’alleato americano. E ancora: la Free and Open Indo-Pacific Strategy (Foip), traducibile in italiano con il nome di Strategia indo-pacifica libera e aperta, l’avvicinamento ai Paesi del sud-est asiatico in chiave anti cinese e, soprattutto, il nuovo ruolo del Giappone nel mondo all’alba di un cambiamento epocale. Con il ritiro dalla scena di Abe Shinzo per motivi di salute, il futuro di Tokyo in politica estera potrebbe cambiare per sempre o, molto più probabilmente, proseguire seguendo lo stesso percorso tracciato negli ultimi anni dal più longevo primo ministro della storia giapponese.

Le questioni irrisolte, dunque, sono molteplici e si sommano ai numerosi nodi di politica interna. Il sostituto di Abe, ha scritto l’Economist, erediterà “problemi immensi” da gestire: si va da un debito pubblico gigantesco a una popolazione in calo, da un’economia che arranca da decenni alla competizione con Pechino, passando per la velleità nipponica di rivedere la costituzione e liberarsi dall’ombrello militare statunitense, così diventare militarmente indipendente.

Per prevedere cosa potrebbe accadere al Giappone è importante capire chi potrà succedere ad Abe. Il Partito liberal democratico (Ldp) del Giappone ha intenzione di scegliere il successore di Abe Shinzo il 15 settembre, o comunque entro la fine di quel mese. I nomi più caldi citati dai media nipponici sono cinque: il capo della politica del Ldp, Fumio Kishida, 63 anni, l’ex segretario generale del Ldp, Shigeru Ishiba, 63, il segretario del capo del gabinetto Yoshihide Suga, un membro fondamentale del governo Abe, il ministro degli Esteri, Toshimitsu Motegi, 64 anni, e il ministro della Difesa Taro Kono, 57 anni.

Il nodo cinese e il controllo dell’Asia

Chiunque avrà la meglio, sottolineano gli analisti, dovrà imitare Abe per quanto riguarda l’accentramento del processo decisionale. Durante il suo lungo mandato, Abe Shinzo ha centralizzato l’agenda politica, istituito un consiglio di sicurezza nazionale e spostato il potere politico lontano dalla burocrazia. Al netto della politica interna, la vera sfida per chi raccoglierà l’eredita di Abe sarà cercare di portare a termine quanto promesso in politica estera dall’ormai ex primo ministro.

Se all’interno del Paese i riflettori saranno puntati sulle riforme strutturali ed economiche, negli esteri il punto focale riguarda i rapporti con la Cina. Pechino e Tokyo sono sempre stati in competizione per il controllo dell’Asia. Da quando il Dragone ha intrapreso la sua lenta ascesa verso il vertice dell’ordine globale, il Giappone è rimasto impantanato nelle sabbie mobili. Sia chiaro: l’economia nipponica è rimasta ed è tutt’ora una delle più imponenti al mondo, ma non può niente contro il gigante cinese. Questo confronto a distanza ha danneggiato i sogni di gloria dei giapponesi, che improvvisamente si sono ritrovati a fare i conti con un vicino a dir poco ingombrante, tanto in economia quanto negli affari politici.

Abe stava cercando di far capire al mondo che il continente asiatico non doveva essere identificato solo con la Cina, e che i cinesi non erano gli unici in grado di finanziare progetti basati sulle infrastrutture. Non a caso Abe Shinzo, assieme agli Stati Uniti di Donald Trump, aveva lanciato il concetto strategico dell’Indo-Pacifico. Cioè una sorta di Belt and Road Initiative al contrario, capitanata da Washington e Tokyo per contenere l’avanzata di Pechino. Sempre a questo proposito, il successore di Abe dovrà continuare a rafforzare i rapporti con i Paesi del sud-est asiatico, come India e Bangladesh, con chiunque abbia aderito alla Nuova Via della Seta ideata da Xi Jinping e con l’Australia. Dal canto suo, la Cina non ha commentato la notizia del ritiro del signor Abe. “Questa è una questione interna del Giappone e non abbiamo commenti da fare”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Zhao Lijian, in conferenza stampa.

L’alleanza con gli Stati Uniti

Gli ultimi anni di Abe sono stati caratterizzati da alcune scintille tra Giappone e Stati Uniti. Sembrava quasi che Tokyo fosse satura dell’ombrello militare offerto da Washington, e che il governo nipponico volesse smarcarsi una volta per tutte da un alleato prezioso quanto considerato da molti opprimente. D’altronde uno dei sogni di Abe è sempre stato quello di modificare la costituzione del Paese, la stessa che consente a Tokyo di poter contare sull’apporto di forze armate dovendo tuttavia fare i conti con un preciso vincolo pacifista.

Non mancano esempi recenti che dimostrano la volontà del governo giapponese di agire in modo indipendente per questioni inerenti ai propri interessi. Nel bel mezzo della crisi scoppiata nello Stretto di Hormuz, a due passi dalle coste iraniane, Tokyo contraddisse gli Stati Uniti sul ruolo dell’Iran nell’attacco ai danni di petroliere legate al Paese. In ogni caso Donald Trump ha reso omaggio al suo “grande amico” Abe, spiegando di essere rimasto sorpreso per le sue dimissioni. “Abbiamo avuto un ottimo rapporto. E mi sento solo molto male per lui, perché deve essere una cosa seria. Se lui se ne va – ama così tanto il suo paese – non riesco proprio a immaginare cosa sia. È un grande gentiluomo e quindi sto solo esprimendo il mio massimo rispetto”, ha spiegato il presidente Usa.

Uno dei meriti di Abe, al di là delle divergenze citate, è stato quello di andare d’accordo con Trump. Adesso sarà fondamentale attendere due appuntamenti per capire come potrà svilupparsi il legame tra Washington e Tokyo. Primo: chi sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti? Secondo: chi sostituirà Abe? La sensazione, come detto, è che il Giappone proseguirà sulla propria vita alla ricerca di una sempre maggiore indipendenza dall’alleato americano.

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