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Nazionalismi

Come la condanna di Le Pen (non) cambia la politica francese

Gli avversari usano moderazione, il suo partito non vuole fare mosse avventate in vista del voto politico. Le Pen condannata ma tutti cauti.
Marine Le Pen

La condanna di Marine Le Pen a due anni di reclusione e cinque di interdizione da qualsiasi candidatura ha aperto un’ampia discussione nella politica francese e internazionale, ma a Parigi tutti si guardano bene dal cogliere al balzo la palla della condanna della leader sovranista.

Ha iniziato lunedì dalla sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon, ricordando che anche senza la sua donna-simbolo il Rassemblement National sarà contrastato da La France Insoumise “in tutte le strade e le piazze” e che i processi non sono la via ideale per affrontare i rivali.

Ha proseguito, martedì, François Bayrou, primo ministro e leader del Movimento Democratico (MoDem) centrista, uscito nel 2024 assolto da sette anni di grane per un processo per appropriazione indebita di fondi europei, sottolineando davanti all’Assemblea Nazionale che “qualsiasi decisione seria e ponderata in materia penale debba essere soggetta a ricorso prima del giudizio definitivo”. Il ministro della Giustizia Gerald Darmanin ha aggiunto che a suo avviso il ricorso di Le Pen dovrà essere il più veloce possibile per capire se lo stop alla candidatura per le presidenziali del 2027 sarà confermata per la leader del primo partito di Francia.

Un quadro molto diverso da quello della “democrazia giustiziata” di cui parlava Jordan Bardella, presidente del Rassemblement National, dopo la condanna della 56enne deputata del Passo di Calais.

I politici azzoppati

Il Rassemblement vuole utilizzare la carta dell’attacco giudiziario a Le Pen come ostacolo politico, ma la realtà è che la stessa leader ha preparato con lungimiranza la ricerca di alternative politiche alla sua figura nel partito e ormai dopo anni di governi di minoranza e di arroccamento del presidente Emmanuel Macron il consenso al partito non è più personale sulla sua figura ma radicato tra le classi lavoratrici, i giovani elettori, la piccola borghesia urbana, gli abitanti della provincia transalpina.

La consapevolezza di Le Pen è che la fattispecie di cui è accusata rende complessa la strada verso il ricorso e che il pubblico francese ha già punito politicamente chi ha provato a scalare le istituzioni nazionali nonostante i verdetti sfavorevoli dei tribunali: Le Monde ricorda i casi dei gollisti Alain Juppé, costretto a dimettersi dalla guida dell’Unione per un Movimento Popolare (Ump) a favore di Nicolas Sarkozy dopo una condanna nel 2004, e di François Fillon, azzoppato nelle presidenziali del 2017 da un’indagine sulla moglie Penelope.

I sondaggi, del resto, dicono che se si votasse ora per le presidenziali Bardella conserverebbe il 35-36% di consensi di Le Pen al primo turno e la politica transalpina dice che è la “non sfiducia” del Rassemblement, confinato all’opposizione, a permettere al governo Bayrou di esistere. Ogni mossa andrà ponderata con cura: se Le Pen chiamasse la piazza e denunciasse una congiura contro di sé, salderebbe la sinistra del Nuovo Fronte Popolare a Bayrou, che peraltro ha usato parole moderate nei suoi confronti. Inoltre, questo danneggerebbe la svolta per la normalizzazione di un partito che non è più la formazione radicale e ultranazionalista di un tempo.

La vera soglia politica sarà a luglio, quando un anno dopo il voto anticipato convocato da Macron nel 2024 si potrà tornare a votare per il Parlamento e potranno emergere fatti nuovi volti a fare spazio ai lepenisti in Parlamento tramite il ritorno alle urne. Ogni “fallo di reazione” rischia di essere deleterio e per Le Pen oggi la strategia più pragmatica appare quella di continuare a guidare politicamente la sua base di fedelissimi nella consapevolezza che resta la destra nazionalista la formazione da battere. Solo in caso di appello si potrà tornare a alzare la posta. Ma Le Pen spera che avvenga in un quadro politico ben consolidato a favore del suo partito, ora in mano al fido Bardella.

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