Recentemente il ministero della Difesa israeliano ha annunciato che nei prossimi mesi sarà sperimentato un sistema d’arma avveniristico basato sulla tecnologia laser. Il progetto è ancora classificato e scarseggiano le informazioni in merito, ma il generale Yaniv Rotem, a capo del Direttorato della Difesa per la Ricerca e lo Sviluppo, ha espresso ottimismo, sostenendo che il successo delle sperimentazioni inaugurerà “una nuova era di guerra energetica in cielo, terra e mare”.

Negli stessi giorni, la compagnia Watergen veniva premiata a Las Vegas ai “Mark of Excellence Awards” per aver realizzato “Genny”, una macchina capace di estrarre fino a 30 litri al giorno di acqua potabile, pulita e di alta qualità dall’aria.

Le scoperte nei campi della tecnologia laser e aria-acqua sono soltanto alcuni degli innumerevoli traguardi raggiunti da Israele negli ultimi decenni nell’high tech ad uso civile e militare. Questi risultati, che riflettono lo status ormai consolidato di grande potenza militare e dell’innovazione, sono il frutto del focus significativo posto da Tel Aviv sulla ricerca e lo sviluppo sin dal 1948 con l’obiettivo di adattare il sistema-paese al clima di guerra permanente e all’habitat naturale.

I segreti del successo israeliano

Prevenzione e deterrenza sono le parole-chiave che fin dalla fondazione di Israele guidano e spiegano le azioni dei suoi strateghi militari e dei politici. La stragrande maggioranza delle innovazioni ed invenzioni ad uso civile che oggi invadono il mercato del paese sono di provenienza militare. Ed è proprio il keynesianismo militare la ragione della trasformazione di Tel Aviv in quella che Aart de Geus, l’amministratore delegato di Synopsys, la multinazionale statunitense leader nella produzione di chip, ha definito una “scale up nation” ed una “potenza tecnologica“.

Nell’ultimo decennio il settore dell’alta tecnologia è cresciuto ad un tasso annuale dell’8%, arrivando ad impiegare quasi 310mila persone l’anno scorso. Si tratta di una cifra enorme, che assume ulteriore significato considerando che nel paese vivono meno di 9 milioni di persone.

I grandi protagonisti sono dell’innovazione nascono spesso su iniziativa di militari reinventatisi imprenditori, come nel caso della Watergen. La compagnia, che oggi produce sistemi aria-acqua ad uso civile, è stata originariamente fondata da un ex comandante dell’Israeli Defense Force con l’obiettivo di trovare soluzioni emergenziali ai soldati impiegati nei teatri di battaglia. Una di queste emergenze potrebbe essere la lontananza da fonti idriche, o l’avvelenamento di quelle esistenti. Il potenziale delle scoperte effettuate dal reparto R&S ha poi spinto i vertici della compagnia ad aprirsi al mercato mondiale e al settore civile.

Lo Stato ha storicamente incentivato università, centri di eccellenza, forze armate e privati fornendo gran parte del capitale necessario alle loro attività di R&S. Il risultato è stata la nascita di un’economia mista in cui i settori pubblico e privato sono separati ma intersecati e collaborano congiuntamente ed attivamente per il benessere collettivo.

Da oltre un decennio Israele è saldamente presente nella classifica Unesco dei Paesi con la spesa più alta in R&S. Nel 2018 si è posizionato secondo, dietro la Corea del Sud, con una spesa pari al 4,2% del prodotto interno lordo (pil); ossia quasi il doppio rispetto alla media di Stati Uniti (2,7%) ed Unione europea (2%). Osservando i dati più attentamente, però, emerge come la differenza di spesa fra i primi due classificati sia irrisoria, poiché equivalente allo 0,1%, e come Israele abbia il più alto numero di ricercatori procapite del mondo: 8,250 ogni milione di abitanti.

Grazie allo sforzo dei ricercatori, civili e militari, il paese non ha soltanto raggiunto traguardi incredibili nelle scienze, nella medicina e nella tecnologia bellica, ma ha anche gradualmente risolto le problematiche derivanti dalle condizioni climatiche avverse, come afa e siccità, incrementando la produzione agroalimentare fino al punto di convertirsi in un esportatore di diversi beni, come frutta e cereali.

Il modello israeliano dovrebbe essere studiato, replicato ed adattato da parte di tutti quei paesi incapaci di uscire dalla trappola della de-industrializzazione, della privatizzazione dell’economia, e della crescita zero, come l’Italia ad esempio.

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