Il 21 giugno i cittadini serbi sono stati convocati alle urne per decidere la composizione del prossimo parlamento. Erano tante le incognite che gravavano sulla possibile prestazione elettorale del governo uscente del Partito Progressista del presidente Aleksandar Vucic, perciò le percentuali uscite dai seggi hanno colto di sorpresa tanto i suoi detrattori quanto i suoi sostenitori. I progressisti, infatti, hanno ottenuto più del 60% dei suffragi di coloro che hanno votato, un risultato senza precedenti.

Le parlamentari più attese degli ultimi anni

Le elezioni erano state inizialmente programmate per il 26 aprile ma l’arrivo del Covid19 nel paese aveva spinto il governo a rimandarle in attesa che la situazione sanitaria migliorasse. La più importante coalizione riunente i partiti d’opposizione, la cosiddetta Alleanza per la Serbia, formata da ben sette forze politiche, non ha partecipato alle elezioni, mantenendo una promessa fatta lo scorso anno. Secondo i membri della coalizione gareggiare sarebbe stato inutile per via dell’assenza di garanzie sulla democraticità delle elezioni; hanno conservato tale decisione sino all’ultimo momento.

L’auto-esclusione dalla partita elettorale dell’Alleanza per la Serbia ha indubbiamente giocato in favore di Vucic, ma è errato credere che il risultato fosse così scontato. I progressisti hanno dovuto affrontare la competizione della lista elettorale del Partito Socialista, che continua a godere di un fascino imperituro tra gli anziani nostalgici della Iugoslavia, e di una nuova forza politica destinata ai più giovani, l’Alleanza Patriottica di Aleksandar Sapic, campione olimpico reinventatosi politico che, negli anni, è riuscito a raccogliere un considerevole seguito popolare per via delle opere caritatevoli condotte in tutto il paese.

Il Partito Progressista si è, quindi, ritrovato dinanzi una competizione bi-dimensionale che, pur facilitata dall’assenza di diverse forze politiche, avrebbe comunque rischiato di erodere in maniera significativa il consenso di due fasce strategiche dell’elettorato: giovani ed anziani. Il partito di Vucic ha, perciò, giocato d’astuzia: ha sottratto una parte consistente di potenziali voti ai socialisti ottenendo la partecipazione alla propria lista elettorale di diverse sigle appartenenti alla galassia socialista e dei pensionati, e ha elaborato una piattaforma programmatica ed una strategia di comunicazione accattivanti che catturassero le nuove generazioni, focalizzando l’intera campagna sulla figura di Vucic, dipinto come l’unico politico capace di proteggere gli interessi presenti e futuri del paese.

Tra le fila del Partito Progressista regnava comunque l’incertezza, anche perché le elezioni si sarebbero tenute sullo sfondo della pandemia e di quasi due anni di proteste ininterrotte contro il presunto sistema autoritario e dispotico messo in piedi da Vucic. Infatti, dal 2018 sino ai mesi precedenti allo scoppio della pandemia, il movimento di protesta noto come “Uno su cinque milioni” ha riempito le strade di Belgrado, chiedendo le dimissioni del presidente in carica, libertà di informazione e giustizia per diversi scandali di corruzione emersi negli anni recenti.

La pandemia ha oscurato le proteste, e il prezioso supporto ricevuto da Russia, Cina e Turchia, sia in termini di giganteschi carichi umanitari che di personale medico specializzato, ha contribuito a mitigare notevolmente l’impatto del virus, evitando il tracollo del sistema sanitario nazionale e permettendo al paese di superare la crisi meglio di tanti altri paesi del Vecchio Continente.

La buona gestione dell’emergenza sanitaria ed il crescente interesse delle grandi potenze verso il destino del paese, entrambi frutto delle politiche di Vucic, devono aver convinto gli elettori a dimenticare le proteste anti-corruzione degli ultimi due anni e credere al motto scelto dai progressisti per le elezioni, “Per i nostri figli”, perché, ad operazioni di scrutinio quasi completate, il partito ha ottenuto quasi il 63% dei consensi e con tale risultato si appresta a formare la più solida maggioranza nella storia del paese, potendo disporre di 189 seggi su 250.

La prestazione degli altri due contendenti principali, il Partito Socialista e l’Alleanza Patriottica, è stata molto magra poiché hanno ottenuto, rispettivamente, il 10,9% ed il 4,3% dei voti. I numeri parlano chiaro, la vittoria dei progressisti è stata schiacciante, al di là della bassa affluenza: infatti, dei circa 3 milioni e 300mila serbi che domenica sono andati alle urne, più di 2 milioni hanno votato per i progressisti.

Che cosa succede adesso

Lo straordinario risultato elettorale può essere interpretato come un plebiscito che ha premiato le politiche economiche e i traguardi diplomatici dell’era Vucic. Scandali di corruzione a parte, il presidente serbo è riuscito ad attrarre corposi investimenti nel paese da parte europea, russa, cinese, turca ed ungherese, che hanno creato nuove opportunità di mobilità sociale e nuovi posti di lavoro e stanno contribuendo a riscrivere l’aspetto di Belgrado e la rete infrastrutturale nazionale.

Vucic è l’uomo della Serbia semplicemente perché mancano alternative credibili, statisti capaci di muoversi nelle trame degli affari balcanici e mantenersi in equilibrio tra Occidente ed Oriente, perciò non deve sorprendere che il traguardo storico ottenuto dal Partito Progressista sia stato accolto favorevolmente ed allo stesso modo negli Stati Uniti, nell’Unione Europea ed in Russia.

L’ex presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il 15 giugno era stato criticato dall’opposizione serba per aver lanciato un importante assist a Vucic, rassicurandolo su Twitter che “successi economici e forte leadership” lo avrebbero aiutato alle elezioni. Lo stesso giorno, Richard Grenell, inviato speciale degli Stati Uniti per la Serbia ed il Kosovo, comunicava che la Casa Bianca avrebbe ricevuto a colloquio il presidente serbo e la sua controparte kosovara, Hashim Thaci, il 27 dello stesso mese.

Prima di recarsi a Washington, dove potrà presentarsi come l’uomo forte di Belgrado, Vucic è atteso Mosca, dove presumibilmente riceverà istruzioni ed elaborerà una proposta concordata e coordinata con Vladimir Putin. Il capo della diplomazia del Cremlino, Sergej Lavrov, è stato molto chiaro sull’argomento: “Non consentiremo tentativi di riscrivere la storia né sulla seconda guerra mondiale né sugli eventi che ebbero luogo nei Balcani 25 anni fa”.

La risoluzione della questione kosovara rappresenta una priorità per ogni parte coinvolta, Belgrado, Pristina, Bruxelles, Washington e Mosca, e i tempi per la chiusura di questo dossier sembrano essere maturi: le parlamentari hanno consolidato la posizione di Vucic quale unico interlocutore con cui discutere a Belgrado, la nuova classe politica kosovara rappresentata da Thaci è alla ricerca di normalizzazione, ed anche gli sponsor internazionali dei due paesi sembrano concordare sulla necessità di chiudere questo capitolo di storia.

Per Belgrado, scendere ad un compromesso ritenuto equo, significherebbe disinnescare lo spettro sempreverde di un conflitto lungo i propri confini e poter sbloccare il processo d’adesione all’Unione Europea. Non è da escludere che la maggioranza ottenuta dalle parlamentari possa essere utilizzata da Vucic per tentare un azzardo (come uno scambio di territori) altrimenti impensabile per via delle possibili ricadute in termini di prestigio e stabilità dell’esecutivo. Dal 21 giugno, però, sul cammino di Vucic non si trovano più ostacoli ed ogni decisione può essere assunta senza correre il rischio di severi contraccolpi.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME