Non esistono vaccini per sconfiggere il nuovo coronavirus. Le uniche raccomandazioni che danno medici ed esperti sono quelle di evitare luoghi affollati, lavarsi bene le mani e restare a casa se siamo persone che hanno più di 75 anni o 65 non in buona salute.

Nella maggior parte dei casi i pazienti contagiati guariscono senza bisogno di particolari cure. Gli studi epidemiologici fin qui condotti spiegano che il rischio di morte aumenta con l’avanzare dell’età (per gli over 80 si arriva al 14,8%) e se i pazienti soffrono di patologie pregresse (diabete, malattie respiratorie, tumore, ipertensione, problemi al cuore).

Tra numeri e dati, i governi del mondo hanno attuato misure più o meno draconiane per cercare di ridurre o quantomeno contenere la diffusione del Covid-19. Non tutti hanno adottato lo stesso metodo. C’è infatti chi ha letteralmente staccato la spina al proprio motore economico e chi ha agito con fare chirurgico, intervenendo con provvedimenti stringenti ma comunque limitati a vari settori della vita sociale. In mezzo troviamo un ampio ventaglio di casistiche, non tutte da prendere come esempio.

La strategia della Cina

La Cina, al netto dei gravi errori iniziali, è il Paese che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha adottato l’approccio migliore. Pechino è riuscito a “contenere la rapida diffusione di un’epidemia mortale e in rapida ascesa” tramite provvedimenti senza eguali nella storia, isolando l’intera provincia dello Hubei e mettendo in quarantena la megalopoli di Wuhan, epicentro del contagio.

Nel momento più critico dell’emergenza, qui, come nel resto della Cina, le uscite sono state centellinate al minimo e in un lasso di tempo limitato (non più di qualche ora). Spesso poteva lasciare la propria abitazione un solo membro della famiglia e solo in alcuni giorni. Le autorità passavano casa per casa a misurare la temperatura corporea dei cittadini e si affidavano a droni per controllare che nessuno sgarrasse.

È stato resto obbligatorio l’uso della mascherina e impedito agli abitanti di evacuare dalle zone rosse. Trasporti pubblici, negozi, ristoranti, cinema, teatri, aziende: tutto è stato chiuso per circa un mese. Il Dragone ha fermato la macchina e adesso sta gradualmente ripartendo. Il livello di allerta è sceso in molte provincie anche se i controlli continuano a essere stringenti. In molte zone le disposizioni citate sono tutt’ora valide.

Gli approcci asiatici

All’opposto della Cina troviamo l’approccio dell’Iran. La Repubblica islamica ha negato per settimane che il coronavirus potesse aver fatto breccia a Teheran. Da febbraio in poi, a Qom, continuavano a morire decine di persone ma il portavoce del governo, Ali Rabiei, negava si trattasse di Covid-19: “A volte i sintomi sono gli stessi di quelli dell’influenza”. Morale della favola: oggi l’Iran è in ginocchio. Come se non  bastasse, tra i contagiati e le vittime troviamo anche importanti membri del sistema politico.

In Giappone la situazione adesso è stabile grazie a una serie di misure chirurgiche. Certo, prima di arrivare a una sorta di equilibrio sono trascorsi giorni infernali – dalla telenovela Diamond Princess a primi contagi all’interno del Paese – ma adesso Abe Shinzo sembra aver trovato la quadratura del cerchio: scuole chiuse per (almeno) due settimane, sospensione dei lavori di costruzione pubblici, chiusura di musei e attrazioni turistiche e controlli all’ingresso del Paese.

La Corea del Sud anziché puntare sulla quarantena, come in Cina, sta usando un’altra strategia, effettuando tamponi in massa per trovare più casi possibili, isolarli e curarli. L’obiettivo di Seul è contenere il focolaio agendo sui diffusori, cioè i contagiati.

Questa, almeno in un primo momento, era anche la strategia italiana. Il nostro Paese ha poi deciso di ridurre il numero di tamponi, probabilmente perché il sistema sanitario non avrebbe retto questi ritmi. In ogni caso, la sensazione è che Roma stia navigando in mare aperto senza avere alcuna bussola.

Germania e Usa minimizzano. La Francia ragiona per gradi

Restando in Europa, la Germania non si è fatta particolari problemi. Berlino è rimasta in silenzio per settimane, salvo poi dichiarare, a fine febbraio, 80mila casi di influenza: una circostanza a dir poco anomala, considerando che il problema principale degli altri Paesi era il coronavirus e che i sintomi delle due malattie sono molto simili.

Negli Stati Uniti i tamponi effettuati sono ancora pochi (costa migliaia di dollari) e anche i casi limitati nell’ordine di qualche centinaio di unità. Il presidente Trump minimizza ma non è detto che scavando in profondità non possano uscire dati del tutto differenti.

La Francia, che almeno fino qui non sembrerebbe aver intenzione di fermare di colpo la nazione, ha deciso di ragionare fin da subito per gradi. Al momento siamo nella “fase 2”, cioè “il virus è concentrato in alcuni focolai”. Anche se spera di non arrivarci, Parigi è tuttavia pronta al peggio, ovvero alla “fase 3”, “quando il virus circolerà in tutto il Paese”.

L’Oms incorona Pechino

È difficile dire quale sia l’approccio migliore per contenere il coronavirus perché in campo ci sono troppe variabili, a cominciare dal sistema politico. L’Oms ha tuttavia le idee chiare nell’incoronare la Cina. Tutti, a detta dell’organizzazione, dovrebbero cercare di imitare Pechino anche se “gran parte della comunità globale non è ancora pronta, nella mentalità e materialmente, ad attuare queste misure. Eppure sono le uniche efficaci: la sorveglianza estremamente proattiva per rilevare immediatamente casi, diagnosi molto rapide con isolamento immediato dei casi, monitoraggio rigoroso e quarantena dei contatti stretti”. Il problema è uno: il “livello eccezionalmente elevato di comprensione della popolazione e di accettazione di tali misure”. Non tutti i cittadini del mondo sarebbero disposti ad accettare dai rispettivi governi misure simili a quelle cinesi.