Il Partito comunista cinese può contare su 91 milioni di iscritti. È il cardine principale attorno al quale ruota il potere politico cinese. In cima al vertice del Pcc c’è Xi Jinping, segretario del partito è presidente della Cina. Molti liquidano il modello decisionale cinese definendolo nei modi più disparati, anche se da un punto di vista accademico le dinamiche di potere sono molto più complesse.

Non è corretto pensare che il Paese sia governato dal solo Xi, così come è fuorviante considerare il Pcc un blocco granitico privo di divisioni interne. Innanzitutto partiamo dalla cima della piramide. Il signor Xi è senza ombra di dubbio l’uomo più potente della Cina, anche se le sue decisioni devono spesso essere condivise con altre personalità di spicco.

Facciamo un passo indietro, per capire come si muove il potere di Xi e il meccanismo che regola il partito unico cinese. Ai tempi di Deng Xiaoping, per evitare che un uomo solo al comando potesse posizionarsi al di sopra del partito, come capitato con Mao Zedong, si decise di fare affidamento alla cosiddetta “democrazia interna al partito“.

Si tratta di una perifrasi per descrivere un aspetto di primaria importanza. I membri del gruppo decisionale del Pcc formano una macchina organica. Ognuno occupa una posizione, un ruolo, un compito, e tutti sono indispensabili al suo funzionamento. Chi sta al vertice della catena di comando è ovviamente circondato dal prestigio, anche se non può violare le regole del partito.

Il cuore del Partito

Dicevamo del vertice: questa posizione è occupata da Xi Jinping. Il cuore del partito coincide tuttavia con il Comitato Permanente dell’Ufficio Politico del Pcc. Al suo interno risiedono sette membri, ovvero i più importanti esponenti del Partito, dello Stato e del potere militare cinese. Oltre all’immancabile Xi, troviamo il primo ministro Li Keqiang e altri cinque membri eletti dal Comitato Centrale durante il 19esimo congresso del Pcc risalente all’ottobre 2017. Si tratta di Wang Yang, Han Zheng, Zhao Leji, Wang Huining e Li Zhanshi.

Tutti questi personaggi, compreso Xi, hanno avuto il loro bel da fare prima di ricoprire le attuali posizioni. I membri che occupano le posizioni di vertice, infatti, vengono selezionati attraverso una ferrea selezione meritocratica. Tale selezione è spiegata nel dettaglio da Daniel Bell nel suo fondamentale libro Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia. “In Cina il principale ideale politico – ha scritto lo studioso – condiviso da funzionari di governo, riformatori, intellettuali e persone in genere è quel che io definisco meritocrazia verticale, intendendo una democrazia ai livelli inferiori di governo e un sistema politico che diventa progressivamente più meritocratico ai livelli più alti”.

Detto altrimenti, dopo un periodo caotico, coinciso con il dramma rappresentato dalla Rivoluzione culturale, la Cina sarebbe arrivata ad adottare un governo i cui vertici sono funzionari scelti per meriti. Da questo punto di vista l’élite del Partito è composta da attori che hanno meriti verificabili, tanto in ambito accademico (titoli di studio) quanto sul campo (esperienze governative pregresse).

Come si entra nel Partito

Nel 1921, anno di fondazione del Pcc, il partito era formato da poche decine di intellettuali marxisti. Oggi lo scenario è completamente cambiato, visto che al suo interno troviamo anche imprenditori e altre personalità pubbliche di rilievo. Come ha sottolineato in un approfondimento il think tank Marco Polo, quando il presidente della Cina era Hu Jintao i membri del partito sono cresciuti con una media del 2,4% all’anno, passando dai 68,2 milioni del 2002 agli 85,1 milioni del 2012.

Durante il primo mandato di Xi, questo trend si è interrotto e la crescita media è scesa drasticamente intorno all’1% (addirittura la crescita è stata di appena lo 0,1% nel 2017). La scelta dell’attuale presidente cinese ha una spiegazione molto semplice: Xi Jinping non voleva (e non vuole) avere a che fare con gli “opportunisti”. Chi entrava nel partito, insomma, non doveva farlo per ottenere vantaggi.

Calcolatrice alla mano, il 6,6% della popolazione cinese fa parte del Pcc. I suoi membri, adesso, devono dedicare diverso tempo allo studio e alle riunioni, durante le quali vengono affinati i temi e le battaglie da portare avanti. Ma come si entra nel Partito Comunista cinese? A differenza del passato, oggi conta la qualità del singolo. Xi ha pensato di rendere la selezione d’ingresso più dura così da poter contare solo su profili di un certo spessore.

In ogni caso, aderire al Pcc, almeno sulla carta, è facilissimo: ogni cinese che abbia raggiunto i 18 anni può fare domanda per entrare nell’unità del Partito della propria località di residenza o del proprio datore di lavoro. Il difficile sta nell’essere accettati. Il processo di selezione è estremamente arduo. I candidati devono superare una serie di test, tenere colloqui, essere sottoposti a indagini, ricevere voti ed effettuare prove sul campo per un periodo compreso tra i 2 e i 3 anni. Soltanto a quel punto, forse, potrà scattare il semaforo verde.

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