Per alcuni media occidentali siamo di fronte alle nuove “leggi razziali”. Per le Ong e gli attivisti dei diritti umani Pechino vorrebbe colpire i dissidenti all’estero e assimilare le minoranze in patria. Per il governo guidato da Xi Jinping, invece, la nuova discussa, controversa, chiacchieratissima Legge sull’unità etnica servirebbe a “creare una coscienza comunitaria comune per la nazione cinese”.
Ci sono tre narrazioni diverse sulla Legge sulla promozione dell’unità nazionale e del progresso etnico entrata in vigore in Cina lo scorso primo luglio, ciascuna a suo modo esagerata. Per capire meglio di cosa stiamo parlando vale analizzare il testo della norma nella maniera più oggettiva possibile (qui il testo integrale).
La misura conferisce al governo ampi poteri per perseguire gruppi e individui all’estero ritenuti responsabili di minare l’unità nazionale o di incitare alla divisione etnica. Questo ha ovviamente sollevato timori in merito al fatto che le autorità del Dragone possano accusare di crimini gli attivisti residenti all’estero e richiederne l’estradizione o il rimpatrio oltre la Muraglia. Il viceministro della Giustizia cinese, Hu Weilie, ha tuttavia denunciato “interpretazioni distorte” da parte dei media occidentali, aggiungendo che la legge è “legittima, legale, necessaria” e in linea con le norme internazionali.
Una legge controversa
Secondo il New York Times la legge sull’unità etnica cinese seguirebbe la retorica di sinizzazione portata avanti dal governo cinese nei confronti delle minoranze presenti nel Paese. Secca la replica di Pechino che, in un linguaggio burocratico, ha spiegato che il provvedimento non servirebbe altro che a creare “un futuro condiviso caratterizzato da legami di sangue, credenze comuni, affinità culturale, interdipendenza economica e vicinanza emotiva”.
Cosa dice questa legge? Vieta qualsiasi atto che “mina l’unità etnica o crea divisioni etniche” tra i cinesi, sia all’interno che all’esterno della Cina, e richiede che tutta la società cinese partecipi alla missione di integrazione etnica. Prevede l’uso del mandarino come lingua di insegnamento nelle scuole e nelle comunicazioni ufficiali e ordina ai genitori di “educare e guidare i figli ad amare il Partito Comunista Cinese“.
Volker Turk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, sostiene che “rischia di aggravare le restrizioni alla libertà di lingua, istruzione, religione, cultura, espressione e riunione” delle minoranze in Cina.
C’è chi ha acceso i riflettori sull’articolo 63 della legge, un articolo che conferisce alle autorità cinesi il diritto di agire contro organizzazioni e individui al di fuori della Cina che creino “divisioni etniche”. Questo particolare sembra dare al governo cinese l’autorità legale per perseguire coloro che difendono i diritti delle minoranze etniche e che vivono all’estero.
L’arbitrarietà della legge e l’obiettivo di Pechino
Proprio l’articolo 63 ha scatenato un acceso dibattito internazionale: la Cina d’ora in avanti può quindi perseguire globalmente chiunque difenda i diritti delle minoranze? Agli occhi di Pechino la risposta è affermativa. Tuttavia per il Dragone sarà difficile – se non impossibile – far rispettare questa legge alla maggior parte dei Paesi stranieri, che difficilmente accetteranno di estradare oltre la Muraglia persone che abbiano criticato le politiche etniche cinesi.
La sensazione, semmai, è che la misura serva a inviare un messaggio attraverso elevati gradi di ambiguità. La formulazione generica della legge apre infatti la strada a un’applicazione arbitraria che presumibilmente scoraggerà dibattiti su temi sensibili. Chiaro inoltre il monito inviato ai dissidenti di spicco che operano al di fuori dei confini cinesi: le loro parole, anche se pronunciate a distanza, potrebbero avere conseguenze reali (soprattutto per chi ha ancora parenti in Cina ed è solito visitare il Paese).
Il tentativo cinese si inserisce dunque a metà strada tra la salvaguardia della propria sicurezza nazionale (una tendenza particolarmente diffusa in questo momento storico) e l’esigenza di forgiare i numerosi gruppi etnici del Paese in un’identità nazionale collettiva. Il resto del mondo monitora tutto con attenzione e diffidenza.