L’importanza della Polonia all’interno dell’Alleanza Atlantica e dell’agenda estera della Casa Bianca sta aumentando gradualmente e si tratta di una tendenza destinata a perdurare nel tempo. Il motivo di tutto ciò è che la cortina di ferro non è mai caduta realmente, si è semplicemente spostata più ad Est, e con il ritorno della tensione fra Occidente e Russia a livelli prossimi a quelli della guerra fredda, il fu centro del Patto di Varsavia si è trasformato nel nuovo asse portante della Nato.

Maggiore importanza per Poznan

Il 9 settembre l’ambasciatore degli Stati Uniti a Varsavia, Georgette Mosbacher, ha annunciato che Poznan, la quinta città più grande del Paese, è stata ufficialmente candidata ad ospitare il quartier generale europeo del quinto corpo d’armata degli Stati Uniti, popolarmente noto come “il corpo della vittoria” (Victory Corps).

Le attività del corpo erano state sospese nel 2013, dopo quasi un secolo di impegno regolare e costante in tutto il mondo, dalle due guerre mondiali alla più recente guerra al terrorismo, e sono state riprese a febbraio di quest’anno su decisione di Donald Trump. Lo scorso mese dagli Stati Uniti era giunta la notizia che il nuovo quartier generale del corpo in Europa, un tempo sito in Germania, con molta probabilità sarebbe stato allestito in Polonia.

I soldati presenti nel quartier generale dovrebbero essere almeno 200 e il loro arrivo è previsto in poche settimane, perché il piano dell’amministrazione Trump è di avere del personale in loco già dal primo ottobre. La loro presenza seguirà lo stesso meccanismo della rotazione sul quale si regge l’intero sistema dell’Alleanza Atlantica.

La decisione di collocare il corpo della vittoria a Poznan soddisfa diverse esigenze legate alla sicurezza regionale e, più in generale, rientra nel quadro della visione di Barack Obama e Trump per l’Ue: de-germanizzazione dello scheletro Nato, spostamento ad Est della cortina di ferro, centralità della Polonia e dell’alleanza Visegrad. Inoltre, il posizionamento di truppe a Poznan può essere anche letto come un messaggio alla Bielorussia, il cui confine dista dalla città poco più di cinquecento chilometri.

L’accordo di difesa potenziata

La scelta di Poznan quale sede del corpo della vittoria in Europa fa seguito all’annuncio di una significativa riduzione della presenza Nato in Germania e alla firma dell’accordo di cooperazione per la difesa potenziata (Enhanced Defense Cooperation Agreement). Il documento porta le firme di Mike Pompeo, il segretario di Stato degli Stati Uniti, e Mariusz Blaszczak, il ministro polacco della difesa, ed è stato ufficialmente finalizzato il 15 agosto, nel corso della commemorazione della battaglia di Varsavia.

Il segretario di Stato americano si trovava nel Paese in veste ufficiale, per rappresentare gli Stati Uniti durante le celebrazioni, ed era giunto nella capitale polacca al termine di un tour nell’Europa centro-orientale che lo aveva condotto a Vienna, Lubiana e Praga.

Il contenuto dell’accordo era stato rivelato il 31 luglio dal primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e prevede il rafforzamento della presenza militare statunitense nelle basi dell’Alleanza Atlantica localizzate nel Paese. Il contingente aumenterà di mille soldati, provenienti dalla Germania, passando da 4.500 a 5.500, ma in caso di minaccia reale e immediata potrebbero salire fino a 20mila.

La Polonia nella visione di Trump

La funzione storica della Germania di muro portante della strategia degli Stati Uniti per l’Europa si è esaurita con la fine della guerra fredda. La cortina di ferro è caduta, le due Germanie si sono riunite e, soprattutto, il patto di Varsavia si è sciolto per via dell’effetto domino scatenato dalla rivoluzione polacca del duo Reagan-Wojtyla sull’intero blocco comunista.

Fu proprio durante negli anni della guerra fredda che la Casa Bianca prese atto della rilevanza geostrategica della Polonia ai fini dell’equilibrio di potere nell’Europa centro-orientale e ciò fu possibile grazie all’operato di due polacchi: Giovanni Paolo II, il sovrano della chiesa cattolica, e Zbigniew Brzezinski, uno dei più influenti strateghi all’epoca in circolazione negli Stati Uniti insieme a Henry Kissinger.

Sono passati più di trent’anni dalla rivoluzione di Solidarność e la visione geopolitica che questo storico trio ha lasciato in eredità ai posteri, ovvero agli statisti e agli strateghi che stanno vivendo gli anni 2020, non soltanto continua ad essere valida ma si è arricchita di un elemento ulteriore: la funzione antitedesca.

La Polonia dispone di una rendita di posizione incredibilmente elevata che promana dalla sua geografia. Il Paese si trova a metà fra Germania e Russia e per via di ragioni storiche e culturali esercita una forte influenza sul vicinato baltico e sui Paesi che compongono l’alleanza Visegrad. Ques’ultima, a sua volta, rappresenta una porta con la quale accedere ai Balcani e all’Ucraina.

In sostanza, la Polonia ha il potenziale per assumere il ruolo-guida di uno spazio egemonico che corrisponde all’intera Europa orientale e taglia in due il continente, fungendo da parete divisoria fra l’Occidente e il mondo russo. Il padre della Polonia moderna, Józef Piłsudski, nel periodo interguerra tentò di persuadere il vicinato regionale della necessità storica di realizzare questo corridoio, da lui ribattezzato Intermarium (Międzymorze), in chiave antitedesca e antirussa. Quale fu il destino dell’Europa centro-orientale, sorda agli appelli di Piłsudski, è ormai storia, e le classi politiche emerse nel dopo-1989 non sembrano intenzionate a ripetere gli errori di chi le ha precedute.

È in questo contesto di recupero di antiche visioni strategiche che si inquadra l’entrata in scena dell’Iniziativa dei Tre Mari (3SI), fortemente patrocinata dalla Casa Bianca e all’interno della quale Trump ha voluto che gli venisse ritagliato dello spazio d’azione, la trasformazione dell’alleanza Visegrad nel cuore pulsante dell’euroscetticismo dalle venature antitedesche, i sodalizi che Varsavia sta stringendo con i Paesi Baltici e l’Ucraina, e il recente protagonismo nel dossier Bielorussia.

Riguardo quest’ultima, la caduta di Aleksandr Lukashenko, se venisse effettivamente sostituito da una classe politica europeista, aumenterebbe sensibilmente le probabilità di realizzare l’Intermarium o, in altri termini, una Confederazione polacco-lituana 2.0, creando un corridoio polacco-centrico esteso dal mar Baltico al mar Nero.

Gli attacchi di Trump contro Berlino, la 3SI e l’intera agenda di Trump per Varsavia, dal dossier Cina alla sicurezza energetica, all’E40 e agli aiuti ingenti per la crescita e lo sviluppo, sono guidati da una visione che definire antirussa è semplicemente riduttivo, oltre che erroneo; in gioco vi sono la riscrittura della mappa del potere nel Vecchio Continente e il depotenziamento della Germania: troppo debole per tentare sforzi egemonici di novecentesca memoria e al tempo stesso innatamente votata alla grandezza e ad una dimensione eurasiatica, quindi intrinsecamente pericolosa.

La consacrazione della Polonia quale prima potenza regionale nell’Europa centro-orientale, un fenomeno che sta già avvenendo nel silenzio mediatico e nella trascuratezza degli analisti politici, servirà a ridurre tanto l’espansionismo russo a Oriente che a limitare gli spazi di manovra tedeschi all’interno dell’Ue.