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Mentre i venti di guerra soffiano con sempre maggior forza al confine russo-ucraino e gli Stati Uniti, l’Unione Europea e gli altri Stati del Vecchio Continente trattengono il fiato attendendo cosa accadrà tra Mosca e Kiev l’Italia deve pensare a come muoversi in caso di deflagrazione della crisi. E non parliamo solo del fatto che il governo di Mario Draghi abbia esplicitamente sottolineato la sua lealtà all’Alleanza Atlantica, dichiarandosi pronto a nuove sanzioni contro la Russia in caso di invasione, e che Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, abbia mostrato il suo sostegno alle truppe italiane impegnate in Lettonia, nella missione-sentinella della Nato nel pieno dello spazio ex sovietico. La diplomazia italiana è già al lavoro per organizzare l’evacuazione dei nostri concittadini nel caso in cui la situazione in Ucraina arrivasse a surriscaldarsi gravemente.

Il ministero degli Esteri guidato da Luigi Di Maio e dal segretario generale Ettore Francesco Sequi, erede e delfino della “generalissima” della Farnesina Elisabetta Belloni che ha strutturato le prassi oggi dominanti, non ha all’inizio, avallato l’allarmismo di Paesi come Canada, Stati Uniti, Regno Unito sull’evacuazione di personale diplomatico e cittadini dall’Ucraina. La Farnesina ha inizialmente invitato gli italiani residenti in Ucraina a registrarsi perché si rendano più facilmente rintracciabili e ha predisposto il consiglio di evacuazione solo dopo la riunione odierna dell’Unità di Crisi.

L’Unità, diretta dal 28 ottobre 2021 dal Consigliere di ambasciata Nicola Minasi, è composta tra 30 funzionari in servizio permanente, è rodata da due importanti iniziative condotte negli ultimi due anni: a marzo-aprile 2020, il rimpatrio degli italiani assediati nel mondo dalla pandemia di Covid-19; in agosto dell’anno scorso, durante l’evacuazione degli italiani in Afghanistan. Il 15 agosto 2021, dopo la caduta di Kabul nelle mani dei Talebani, ai cittadini italiani residenti in Afghanistan, visto il grave deterioramento delle condizioni di sicurezza, è stato messo a disposizione dei cittadini italiani un volo dell’Aereonautica militare dall’aeroporto di Kabul, dei cittadini stranieri legati a Roma e delle persone del luogo attenzionate (i profughi, gli ex collaboratori afghani e potenziali bersagli dei Talebani, compresi purtroppo anche soggetti macchiatisi di crimini di guerra) e mandato via mail l’invito a lasciare il Paese con questo mezzo.

Sommando i dati degli italiani che lavorano in Ucraina nella cooperazione internazionale e nelle agenzie Onu, gli iscritti all’Anagrafe Italiana Residenti all’Estero e i figli di immigrati di seconda generazione tornati in Ucraina con cittadinanza del nostro Paese gli italiani in Ucraina assommano a circa 3mila persone. Duemila di questi, secondo i dati aggiornati della Farnesina, sarebbero oggi fisicamente nel Paese.

La registrazione dei cittadini italiani in Ucraina richiesta dal Lungotevere serve proprio a dare solidità a questo dato, a mappare la presenza precisa dei nostri concittadini, a organizzare risorse e forze e a programmare i movimenti e le operazioni diplomatiche in caso di degenerazione bellica della crisi. Soprattutto, a capire quanti dei nostri concittadini potrebbero trovarsi in una situazione di precarietà tra Kharkiv e le altre città dell’Est del Paese più prossime al confine russo e destinate ad essere investite in caso di invasione.

Chiaramente lo scenario che si ipotizza è quello del ponte aereo da effettuarsi mediante l’invio di grandi aerei di trasporto (C-130 o simili) negli aeroporti-chiave del Paese. Escludendo l’Est e gli hub di Dnipro e Kharkiv, passabili di essere investiti da un’offensiva concentrica dei russi, resterebbero gli scali di Kiev (Boryspil’ e Zuljany) e tre nell’Ovest dell’Ucraina: Cernivci, Leopoli e Ivano-Frankivs’k. Più complessa la situazione di Odessa, quarto scalo fruibile ma potenziale obiettivo di azioni provenienti dal Mar Nero e dalla Crimea.

Supponiamo dunque una catena di comando destinata a svilupparsi in questo modo:

  1. Registrazione degli italiani sul portale della Farnesina e loro censimento.
  2. Focalizzazione delle possibili evacuazioni dei cittadini sui privati non legati a organizzazioni internazionali dotate dei loro canali e censimento del personale diplomatico.
  3. In caso di sdoganamento dell’offensiva, chiamata a raccolta degli italiani sui cinque centri aeroportuali più sicuri (i due di Kiev, i tre dell’Ovest)
  4. Preparazione della missione di evacuazione, che visto le ridotte linee di comunicazione rispetto a quella agostana non potrebbe non impegnare forze minori dei 7 aerei utilzizati per l’operazione Aquila Omnia: 3 KC-767 e 4 C-130J dell’Aeronautica Militare impegnati nel ponte aereo dall’Afghanistan.
  5. Coordinamento con gli Alleati per la copertura securitaria, la scorta aerea, la sicurezza degli aeroporti.

Non lontano dall’Ucraina, nella base romena di Costanza, ci sono quattro Eurofighter dell’Aeronautica: una squadriglia con 140 persone che partecipano alla Task Force Black Storm della Nato. Essi potrebbero, adeguatamente supportati, contribuire a fornire uno scudo aereo all’evacuazione. Chiaramente bisognerà capire se e come, in caso di invasione, forze russe e forze  Nato entreranno a contatto e se ci saranno attacchi sugli aeroporti. Ma l’Unità di Crisi può muoversi su queste direttrici chiare, forte di un’esperienza consoldiata. Dagli tsunami alla pandemia fino alle catastrofi belliche, è in prima linea per monitorare e mappare la presenza degli italiani in aree di crisi. E anche sull’Ucraina la sua presenza è il vero asset a nostro favore per proteggere vita e salute dei nostri concittadini.





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