Gli esperti di geopolitica nel corso dei decenni hanno coniato una parola, un concetto, per definire una vasta area del mondo attraversata da pulsioni e pressioni molto simili tra loro. Si tratta di Mena, l’acronimo inglese di Middle East and North Africa. Una lunghissima fascia che va dal Marocco all’Iran, una grande regione che ospita 361 milioni di persone. Dal 2011 questa fascia di territorio è stata investita prima da decine di proteste, poi da un’ondata di violenza che in molti casa ha sovvertito gli ordini persistenti. In questo senso le cosiddette “Primavere arabe” hanno rappresentato il punto di partenza di fenomeni che non si sono ancora arrestati.

Attraverso il vasto database dell’Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled) è possibile andare a vedere con mappe e numeri l’impatto di quella stagione, in particolare per alcuni Paesi. Il primo dato impressionante è il numero delle vittime stimate. Nel decennio 2001-2010 quelle censite dall’Acled erano state 5.600, mentre nel periodo successivo, quello che va dal gennaio 2011 al giugno 2018, le vittime sono state 25mila, un aumento percentuale che supera il 440%.

Il punto fermo che può aiutarci a visualizzare questo snodo può essere l’Algeria. Come si può vedere dalla seconda e terza mappa la maggior parte degli attentati e degli episodi di violenza sono avvenuti nell’ex colonia francese, basti pensare che solo in quel Paese si concentrarono 5.332 persone uccise mentre i Paesi vicini registrarono circa 300 vittime. In quegli anni il Paese stava uscendo da una decennale guerra civile che aveva lacerato gli animi e causato migliaia di morti. Ma nonostante la fine delle ostilità la violenza continuò in particolare per mano di due formazioni, il Gia (Gruppo islamico armato) attivo fino al 2004 e il Gspc (Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento) che rimase attivo e pericoloso fino al 2017 quando confluì nel ramo magrebino di al-Qaeda (Aqim).

Tenendo fissa la mappa sulla violenza algerina si può vedere come Marocco, Libia e Tunisia abbiano attraversato il primo decennio del nuovo secolo con una relativa tranquillità, una tranquillità sconvolta dopo la primavera del 2001.

La quarta mappa mostra come l’intensità della violenza si sia diffusa in tutta l’area, risparmiando praticamente solo il Marocco. Il dato forse più significativo è la Libia. Stando al database Acled tra il 2001 e 2010 sul suolo libico si erano verificati solo tre episodi violenti, con una sola vittima. Nel giro di un solo anno, il 2011, il numero delle vittime è letteralmente esploso con 3.300 persone uccise in scontri e attentati. Un numero cresciuto fino a 13 mila nel corso degli anni (dati aggiornati a giugno 2018), e spinto dalla violenza con cui le milizie e le tribù hanno combattuto (e combattono) per il controllo del territorio, un territorio sul quale non riesce a sorgere un governo centrale.

Ma il seme della violenza seguito alle Primavere arabe è arrivato anche in altri Paesi come la Tunisia, quella che ha dato il via a tutto. Prima nel 2011 a Tunisi e dintorni non era successo molto, in dieci anni erano stati registrati solo otto episodi di violenza, il più grave avvenuto nell’aprile del 2002 per opera di al-Qaeda che causò 22 morti. Un numero aumentato di oltre venti volte nel giro di pochi anni se si considera che tra il 2011 e 2018 le persone che hanno perso la vita in Tunisia sono state circa 500.

Lo tsunami partito da un piccolo ambulante della Tunisia all’inizio di gennaio ha fatto sentire i suoi effetti anche a chilometri di distanza, dove a febbraio sono arrivate le dimissioni del presidente Hosni Mubarak in Egitto. Da quel momento nel Paese è successo un po’ di tutto, elezioni libere con l’ascesa dei Fratelli musulmani al colpo di Stato del generale Abd al-Fattaḥ al-Sisi. A farne le spese però sono stati anche i comuni cittadini. Solo nei giorni più intesi della rivoluzione, tra il 25 gennaio e l’11 febbraio 2011 i morti furono 846. Nel decennio precedente le vittime furono a malapena 200, uccise molto spesso in piccoli agguati nel Sinai. Dopo la rivoluzione però tutto è cambiato.

Le vittime in sette anni di instabilità sono state più di 8mila. Non solo. Nel Paese, a est, nelle pieghe del deserto del Sinai, si è installato un ramo molto pericolo dell’Isis, Wilayah Sīnāʼ. Un gruppo di miliziani che si è reso responsabile di attentati contro i cristiani copti e ha minacciato anche la via lungo il corso del Nilo. Non bastasse questo, gli esperti hanno messo in guardia sulla nascita di nuove sigle combattenti che approfittando del caos libico si sono istallate lungo il confine occidentale, creando rifugi sicuri nel deserto. Difficile dire come sarà il percorso di pacificazione dell’Egitto e più in generale del Mena, quello che è certo è che l’insorgenza e il terrorismo diffuso partiti dal 2011 sono ancora pericolosi, nascosti e pronti a colpire. Come dimostra la lenta ma costante risalita di al Qaeda che proprio nel grande deserto del Nord Africa sta riuscendo.