Che gli anni 2020 sarebbero stati turbolenti era intuibile dal modo in cui si sono conclusi gli anni 2010: nuova guerra fredda tra Occidente e Russia, scontro egemonico fra Stati Uniti e Cina, rafforzamento dell’internazionale jihadista nell’Africa subsahariana e nei punti di transito della Nuova Via della Seta, il riapparire delle tensioni etno-religiose nei Balcani, il grande ritorno della Turchia nel Mediterraneo e, ultimo ma non meno importante, il conflitto sempre più acceso fra l’Iran e il blocco Washington-Tel Aviv-Riyad.

L’assalto all’ambasciata statunitense di Baghdad, in Iraq, avvenuto a fine dicembre, per il quale Donald Trump aveva accusato direttamente Teheran, ha precipitato gli eventi in Medio Oriente, spingendo la presidenza statunitense a prendere una decisione tanto storica quanto controversa: il semaforo verde all’uccisione di Qasem Soleimani, una delle figure-chiave dell’Iran rivoluzionario e della lotta al terrorismo islamista.

L’assassinio, simbolicamente avvenuto a inizio anno, è carico di significati profondi e, come sottolineato dal ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, sarà fonte di “gravi conseguenze”, soprattutto perché ridefinisce la legittimità dell’utilizzo della forza in situazioni di guerra non dichiarata e la liceità dell’uccisione di persone ufficialmente al servizio dei governi.

Una violazione del diritto internazionale

Gli Stati Uniti sono stati accusati dalla Russia di voler minare la stabilità regionale e di aver fatto nuovamente ricorso ad un unilateralismo pericoloso, similmente a quanto accaduto durante l’invasione dell’Iraq del 2003, scegliendo di non discutere l’eliminazione di Soleimani in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’organo teoricamente adibito a piattaforma di dialogo per tematiche di rilevanza internazionale.

Il caso “Nicaragua vs. Stati Uniti” della Corte Internazionale di Giustizia degli anni ’80 continua ad essere la principale fonte di giurisprudenza per quanto riguarda temi come il diritto degli stati alla sovranità e all’integrità territoriale, l’utilizzo della forza, il ricorso ad operazioni non convenzionali, l’esercizio dell’autodifesa. Decidendo di uccidere Soleimani, che era un generale delle forze armate, è stata commessa una chiara violazione dei principi basilari del diritto internazionale, anche perché non c’erano prove di un suo coinvolgimento nell’assalto all’ambasciata di Baghdad.

Anche se l’Iran decidesse realmente di portare l’assassinio dinanzi la Corte Onu, e ottenesse una sentenza favorevole, il risultato sarebbe identico a quello del Nicaragua: Stati Uniti teoricamente condannati a risarcire il governo sandinista per i danni causati dall’embargo, dagli atti di sabotaggio e dalle azioni dei Contras e degli Uclas, ma praticamente impunibili in virtù dello status di superpotenza ricoperto e dei limiti del Consiglio di Sicurezza (il sistema del veto) nel fare applicare la decisione dei giudici.

Relazioni internazionali più violente

Ma c’è una differenza sostanziale fra la guerra coperta contro il Nicaragua e quella contro l’Iran, che rende il futuro delle relazioni internazionali estremamente preoccupante e ricco di incognite: la neutralizzazione di Soleimani apre alla possibilità di uccidere membri di un governo ostile o delle sue forze armate regolari, dietro la scusante della prevenzione.

Un’idea, quest’ultima, che precede l’avvento di Donald Trump, e anche la celebre dottrina della “guerra preventiva” dell’amministrazione Bush Jr, e che fu utilizzata dall’impianto difensivo degli Stati Uniti proprio durante le sessioni del processo presso la Corte Onu per giustificare il finanziamento all’opposizione anti-sandinista, le rappresaglie economiche e gli attentati contro le infrastrutture strategiche che avevano paralizzato il piccolo Paese centroamericano.

L’assassinio di Soleimani crea un precedente destinato a fare scuola di giurisprudenza da ora in avanti e a rivoluzionare il mondo della diplomazia e di fare e interpretare le relazioni internazionali: non sarà più un tabù rispondere a delle provocazioni avvenute nel contesto di una guerra non dichiarata, ordinando l’uccisione di figure di alto livello, che siano dei politici o dei soldati, al servizio ufficiale di un governo ritenuto ostile.

Soleimani è la prima vittima di questa nuova visione, incredibilmente muscolarista e incurante delle conseguenze, che in futuro potrebbe colpire ministri, diplomatici e capi di Stato. Perché Soleimani non era un semplice soldato, ma un generale rinomato, comandante della brigata Gerusalemme delle guardie della rivoluzione, ed anche il custode dell’agenda estera di Teheran.

In un altro contesto, come ad esempio uno scontro tra grandi potenze, la sua eliminazione avrebbe potuto fungere ragionevolmente da casus belli, nell’impotenza della comunità internazionale. Il nuovo decennio comincia, quindi, all’insegna dell’incertezza provocata dalla consapevolezza che il diritto internazionale è sempre meno rilevante e che Washington è disposta a percorrere ogni strada e ricorrere ad ogni strumento, anche il più estremo, pur di allontanare lo spettro del proprio declino dinanzi l’avanzare di potenze rivali. L’Iran è stato colpito, ma Cina e Russia sono avvertite.

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