Come cambiano i rapporti tra Cina e India con la conferma di Modi

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Politica /

Narendra Modi è stato di recente rieletto trionfalmente per un secondo mandato da Primo ministro al termine del lungo e tortuoso processo elettorale indiano. Il leader del Partito Popolare Indiano (Bjp) ha avuto la meglio sull’opposizione del Partito del Congresso riuscendo a compattare una maggioranza trasversale radicata grazie alla forte accentuazione dell’orgoglio nazionale, del sentimento patriottico ed identitario indiano (Hindutva) e all’accentuazione di uno stile di governo populista, fortemente disintermediato. L’India si riconosce in Modi e a farlo sono soprattutto le fasce più deboli della popolazioni, nonostante queste siano state le meno propense a ricevere benefici dalle politiche fortemente liberiste di Modi e le più colpite dal rinnovato aumento della disuguaglianza anche in un contesto di crescita media dell’economia del 7% dal 2014 ad oggi: se nella capitale Delhi il reddito pro capite è di circa 4.000 dollari annui, negli Stati più poveri dell’India si arriva a malapena intorno a quota 1.000.

In Modi vi è, indubbiamente, una visione dell’India nel mondo, pensata come Paese strategicamente autonomo, economicamente competitivo e indipendente in politica estera. Visione che si riflette, sotto il profilo retorico, nell’esaltazione delle specificità culturali e storiche del Paese. E sul piano pragmatico, sul profilo delle scelte di policy, in un’interazione attiva con i Paesi confinanti o coinvolti strategicamente nelle aree di interesse di Nuova Delhi. Tra queste, a ricoprire un ruolo fondamentale è la Cina.

L’India di Modi ha un rapporto ambivalente con la Cina di Xi Jinping. I due leader simboli del nascente “secolo asiatico” condividono ambizioni di portata globale e una visione armonica del progresso dei loro Paesi come fattore di riequilibrio regionale. Ma non sono concordi nelle strategie per l’ottenimento di tale progresso. Xi è il campione della Nuova Via della Seta e dell’integrazione economica euroasiatica; Modi, e l’India in generale, temono che dietro la Belt and Road Initiative possa celarsi l’ambizione strategica cinese di accerchiare l’India con una serie di basi navali e di tagliarla fuori dall’accesso ai grandi mercati euroasiatici. Ma al tempo stesso, gli elementi di convergenza non mancano. Un segno eloquente e tangibile della convergenza che in alcuni ambiti specifici attrae Pechino e Nuova Delhi è dato dall’incremento esponenziale dell’interscambio sino-indiano dal 2000 in avanti: considerando solo il lasso di tempo compreso tra il 2004 e il 2015, l’interscambio si è dilatato di oltre sette volte, crescendo da 10 a 72 miliardi di dollari principalmente grazie alla crescita delle acquisizioni indiane di prodotti elettronici e macchinari industriali prodotti in Cina, che nel solo 2015 hanno generato un giro d’affari da 25,8 miliardi di dollari.

Nuova Delhi ha come teatro di riferimento principale l’Indo-Pacifico e punta fortemente sul rafforzamento della sua flotta militare e sull’alleanza con Paesi insulari africani ed asiatici per proiettare fortemente la sua potenza. Tuttavia, non può aderire a cuor leggero all’alleanza immaginata dagli Stati Uniti con Giappone e Australia come baluardo all’avanzata cinese: l’India, seconda potenza demografica al mondo e tra le prime economie mondiali, immagina un ruolo più assertivo ed attivo. E Modi, soprattutto, è uomo fortemente pragmatico nel rapporto con i capi di Stato e di governo stranieri. La competizione geostrategica sulla Belt and Road Initiative continuerà a fondersi con il crescente partenariato economico, con la comune ostilità alle offensive commerciali di Washington e, soprattutto, con la volontà di contenere il terrorismo in Asia Centrale e Meridionale.

India e Cina intendono rinnovare lo “spirito di Wuhan“, cementato in un summit informale tra i rispettivi governi tenutosi nel 2018: Pechino e Nuova Delhi riconoscono le reciproche differenze e la conflittualità su diversi punti delle rispettive agende, ma si impegnano a mantenere attivo il dialogo e a confrontarsi continuamente. Come testimoniato dal recente summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai in cui, scrive The Diplomat, “Modi ha avuto un bilaterale con Xi Jinping, in cui ha sottolineato come il summit di Wuhan abbia portato miglioramenti alle relazioni bilaterali”. India e Cina hanno incrementato la comprensione reciproca delle rispettive istanze e rispettano la voce della controparte. Per Modi, l’Hindutva si applica senza ostacoli all’eterno nemico pakistano, meno a una superpotenza come la Cina che non vuole conflitti e con cui Nuova Delhi intende stabilire un modus vivendi. Perché, se “secolo asiatico” sarà, Cina e India saranno chiamate a dialogare sempre più fortemente e a ricercare soluzioni a un numero crescente di problemi. E di questo Xi e Modi sono assolutamente coscienti.