L’amministrazione Trump ha riportato i Balcani al centro dell’agenda estera degli Stati Uniti dopo anni di trascuratezza. È qui, nella polveriera d’Europa, infatti, che si sta scrivendo uno dei capitoli più importanti della complessa e sfaccettata competizione tra grandi potenze che vede il coinvolgimento di Occidente, Turchia, Russia, Cina e Israele.

Negli ultimi quattro anni si è assistito ad un aumento delle pressioni euroamericane sulla Moldavia, la cui permanenza nella sfera di influenza russa sta venendo minata via diplomazia del dollaro ed energetica e supporto all’opposizione europeista, sulla Romania, in funzione anti-cinese, sul teatro serbo-kosovaro, per strappare al Cremlino il ruolo di intermediatore, e su Montenegro e Macedonia del Nord, entrati ufficialmente nell’Alleanza Atlantica.

La parola d’ordine della presidenza Trump nei Balcani occidentali è stata “pacificazione”, come palesato dagli accordi di normalizzazione tra Belgrado e Pristina, ed è stata “contenimento” (della Cina) nei Balcani orientali, come dimostra il caso della centrale nucleare di Cernavoda. Biden, diversamente dal predecessore, potrebbe sacrificare la pacificazione sull’altare dell’internazionalismo liberale di cui è paladino e, similmente a Trump, potrebbe proseguire lo scontro egemonico con Pechino.

Gli indizi in campagna elettorale

Durante la campagna elettorale più infuocata della storia recente degli Stati Uniti è avvenuto qualcosa di singolare: tre diaspore, note per una tendenza al basso profilo, si sono mobilitate attivamente a supporto dell’uno e dell’altro candidato alla presidenza. I comizi del presidente uscente sono stati arricchiti dalla presenza dei “Serbs for Trump” (Serbi per Trump), mentre quelli di Joe Biden hanno visto la partecipazione delle comunità albanese e bosgnacca.

Trump è stato elogiato dai serbi sia per aver cercato di condurre Belgrado e Pristina sulla strada della pace che per aver dato centralità ai valori cristiani in politica interna; non ha, quindi, cercato il loro appoggio, che è venuto naturalmente. Biden, invece, si è rivolto in maniera diretta agli elettori di origini albanesi, kosovare e bosgnacche, tornando sul ruolo da egli giocato nelle guerre iugoslave e promettendo l’adozione di una linea dura verso la Turchia, le cui mire espansionistiche minacciano i Balcani ed espongono le comunità islamiche ivi stanziate al rischio di radicalizzazione religiosa.

Il candidato democratico e futuro inquilino della Casa Bianca, per vincere il supporto di bosgnacchi, albanesi e kosovari, ha anche scritto due lettere aperte: “La visione di Joe Biden per le relazioni dell’America con la Bosnia ed Erzegovina” e “La visione di Joe Biden per le relazioni degli Stati Uniti con l’Albania e il Kosovo”.

Nella prima missiva Biden ha ricordato ai lettori di essere un loro “amico comprovato” e di aver “fermato la campagna brutale di genocidio di Slobodan Milosevic”, e ha promesso “lo sviluppo congiunto di una strategia per ancorare i Balcani occidentali alle istituzioni euroatlantiche”, ossia Unione Europea e Nato. Nella seconda lettera è stato promesso un maggiore supporto alla sicurezza nazionale e allo sviluppo economico di Tirana ed è stato fatto riferimento “alle minacce alla regione poste dalla Russia”.

Cosa potrebbe succedere?

Il contenuto delle lettere è il punto di partenza ideale per capire che tipo di politica estera adotterà Biden nei Balcani. Mentre Trump ha focalizzato gli sforzi sul contenimento della Cina e sul rafforzamento della periferia orientale dell’Alleanza Atlantica, dedicando meno attenzione alle cosiddette “autocrazie” che Biden ha promesso di combattere, l’ex vicepresidente di Barack Obama sposterebbe il focus sulla difesa degli interessi di Tirana (e Pristina), sul dialogo preferenziale con le forze politiche ritenute democratiche e sul contrasto alle agende regionali di Mosca, Ankara e Pechino.

In breve, Biden, anche alla luce dei suoi trascorsi politici e delle sue convinzioni ideologiche, potrebbe sacrificare il processo di pacificazione dei Balcani occidentali avviato da Trump sull’altare dell’internazionalismo liberale, aumentando le pressioni su Belgrado e Banja Luka in chiave antirussa e per ricambiare il supporto ricevuto dalle diaspore di Bosnia e Albania. Concretamente parlando, la nuova presidenza potrebbe rafforzare in maniera concomitante e simultanea la Nato tanto ad Est che a Sud-Est, ossia nei Balcani; un fatto, però, che potrebbe produrre degli effetti perversi, vanificando gli sforzi di Trump di allontanare Belgrado da Mosca e riaccendendo le animosità interetniche.

Ultimo, ma non meno importante, è possibile e probabile che Biden tenterà di ridurre l’influenza russa sull’Entità serba di Bosnia (Republika Srpska) nell’unica maniera possibile: il superamento degli accordi di Dayton e la riscrittura della costituzione. A questo proposito è fondamentale ricordare un intervento dello scorso agosto di Eric George Nelson, il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti a Sarajevo, inerente i punti di cui sopra. Nelson, rompendo un tabù in piedi dal 1995, aveva dichiarato che sarebbe arrivato il tempo di tornare sul contenuto di Dayton e di riformare la costituzione bosniaco-erzegovina. La revisione dei due documenti sarebbe funzionale al superamento dello stato di stallo geopolitico in cui si trova il Paese, a metà tra Occidente e mondo russo, e a renderne possibile l’accesso all’Alleanza Atlantica che, secondo Nelson, sarebbe richiesto da gran parte dell’opinione pubblica bosniaca.

Le dichiarazioni di Nelson avevano suscitato clamore, soprattutto da parte dell’entità serba, che nell’ultimo anno ha manifestato crescente insofferenza nei confronti della controparte bosniaca, adducendo quale motivo la sensazione di un presunto accerchiamento politico, corroborato dall’adozione di alcune leggi da parte di Sarajevo in violazione dei diritti di autonomia garantiti dalla costituzione a Banja Luka.

Qualsiasi cosa intenderà fare Biden nei Balcani, in particolare quelli occidentali, potrà godere dell’importante lascito proveniente dal predecessore e di un passato recente dal quale attingere; la rete di alleanze politiche e di appoggi sotterranei costruita da Washington durante l’era Clinton, infatti, è ancora in piedi ed è in attesa di essere riattivata.