È un incontro patinato quello tra Joe Biden e Vladimir Putin, nonostante qualcuno, come il blasonato Matthew Rojansky, direttore del Kennan Institute del Woodrow Wilson Center, è pronto a scommettere che “che questi ragazzi diventeranno amici”. Il primo, il più breve dei round tra i due omologhi si è concluso dopo poco meno di due ore insieme, andando solo leggermente oltre il programma. Una sorta di warm-up con la partecipazione del Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e del Segretario di Stato americano Antony Blinken.

E poiché le parole sono importanti, l’incontro ha avuto inizio con Joe Biden che ha definito Stati Uniti e Russia come “due grandi potenze“, una notevole elevazione dello status di Mosca, declassata a potenza regionale nell’era Obama. A seguire, baruffa tra fotoreporter e giornalisti, pronti a immortalare il saluto tra i due giganti, condito da sorrisi tesissimi, raro contatto visivo e frasi di circostanza come “So che hai fatto un lungo viaggio e hai molto lavoro” oppure “meglio incontrarsi faccia a faccia”. Dopo l’incontro ristretto, ha avuto luogo il meeting esteso, solo un round e non due come inizialmente paventato, conclusosi poco dopo le 17.00, ora locale, in netto anticipo sulla presunta tabella di marcia.

La conferenza stampa di Vladimir Putin

Conferenze stampa separate per i due leader, durante le quale si parla soprattutto alle proprie opinioni pubbliche. A parlare per primo è Vladimir Putin, incalzato immediatamente dalla stampa internazionale. Spassionato, concreto, a tratti cinico, gioca a ping pong con i giornalisti: all’insegna del whataboutism, direbbero gli americani.

Nessuna ostilità e spirito costruttivo”, così ha ritratto l’incontro il leader russo, citando immediatamente il dossier Ucraina: dichiara di averne discusso solo marginalmente, concludendo che il futuro dell’area sia legato strettamente al pacchetto di Minsk. Ad essere stressato è subito il tema della stabilità strategica: “Stati Uniti e Russia hanno una responsabilità speciale”, così esordisce sottolineando come le due potenze siano, innanzitutto, potenze nucleari. E il riferimento va subito al new START: una saggia decisione, secondo Putin, di estendere per altri cinque anni le consultazioni. Si va verso l’istituzione di comitati intergovernativi dei quali si provvederà a decidere i componenti, la road map e date e luoghi dei futuri incontri. Delicato il tema della cybersecurity: anche su questo aspetto Putin dichiara la necessità di futuri negoziati: tuttavia, rispedisce al mittente le accuse di aver ordito simili attacchi contro gli Usa che sembrano, invece provenire prevalentemente da Canada, Regno Unito e America latina.

Sul caso Navalny, Putin cita il nervo scoperto di Guantanamo, chiudendosi fortemente sull’argomento dichiarando meramente che il dissidente avrebbe, semplicemente, violato la legge russa. Putin ha proseguito: “Il signore in questione è andato all’estero per curarsi. Appena andato in ospedale ha mostrato i suoi video su internet… Voleva consapevolmente infrangere la legge. Ha fatto esattamente quello che voleva fare. Quindi che tipo di discussione possiamo avere?” Incalzato sul clima repressivo verso i sostenitori di Alexey Navalny, il presidente russo Vladimir Putin ha risposto parlando delle manifestazioni di Black Lives Matter negli Stati Uniti e dell’insurrezione al Campidoglio del 6 gennaio. “Siamo solidali con ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, ma non desideriamo che ciò accada in Russia”, ha detto Putin.

Come ci si aspettava, è stato previsto il rientro degli ambasciatori, presumibilmente già nei prossimi giorni. Nessun invito alla Casa Bianca, almeno per ora: Putin torna a casa, da pari, questa volta.

La conferenza stampa di Joe Biden

Il presidente Biden, come atteso, ha dichiarato che l’intento dell’incontro è stato quello di ricostruire relazioni “stabili e prevedibili” tra Russia e Stati Uniti. L’inquilino della Casa Bianca concorda nei toni pacati e costruttivi dell’incontro ma soprattutto sul suo aspetto pratico: all’insegna di “un interesse reciproco e della sicurezza del mondo”. Biden calca la mano sulla leadership morale internazionale che è andato via via intestandosi in questi mesi. Per questa ragione il tema dei diritti umani compare per primo: “la mia agenda non è contro la Russia ma per gli Americani” e ancora “continuerò a sollevare questi temi perché si tratta di ciò che siamo”.

A differenza di Putin, BIden ha sottolineato di aver discusso in maniera molto dettagliata sul controllo delle armi, convergendo verso un dialogo sulla stabilità strategica: da qui l’idea di formare una squadra di esperti e diplomatici che proseguiranno i colloqui su aspetti fortemente tecnici, oltre che politici. Anche sulla cibersecurity Biden ha evidenziato la necessità di intraprendere azioni comuni contro criminali di questo tipo: da qui, la necessità di creare un consiglio di esperti che possa tutelare, reciprocamente, infrastrutture vitali per i due Paesi e, pertanto, off limits. Paventata anche l’idea di azioni comuni contro Paesi terzi che stanno facendo dei cybercrimini il fulcro della loro azione all’estero.

Biden cita anche i vari teatri di conflitto, nei quali gli interessi russi e americani finiscono per fare attrito: la Siria, con la necessità di portare qui cibo e pace; il bisogno di limitare l’escalation nucleare in Iran; l’idea di mantenere l’Artico un’area di cooperazione e non di conflitto; proteggere il futuro dell’Afghanistan dalla minaccia terroristica. E poi ancora, l’idea di proteggere l’integrità territoriale dell’Ucraina e i comuni timori per la Bielorussia.

Come ci si aspettava, la vera notizia, oggi, è che il vertice c’è stato e che sia arrivato a conclusione senza colpi di scena. Certo, non è il 1985 e i due leader non sono nemmeno lontanamente paragonabili a Reagan e Gorbacev. I toni concilianti, gli argomenti generalisti, le linee guida sfumate, tradiscono la volontà pragmatica di tornare a incontrarsi senza interrompere le comunicazioni: settanta anni dopo, la linea rossa continua ad avere il suo perché.

 

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