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Nella giornata di martedì la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha votato quasi unanimemente il rinnovo decennale dell’Iran Sanctions Act, il pacchetto legislativo di sanzioni economiche e politiche in capo a Teheran dal 1996, rinnovato a cadenza decennale per approvazione di entrambe le camere del governo di Washington.L’annuncio è stato dato da Paul Ryan, lo speaker della Camera dei Rappresentanti, dopo che la consultazione aveva dato esito di 419 voti favorevoli al rinnovo delle misure restrittive. Ora toccherà al Senato esprimersi in tal senso e, in ultima istanza, si attenderà la firma del presidente uscente Barack Obama, prima di ufficializzare tale provvedimento che, tuttavia, sembra avviarsi a riconferma. Ciò dovrebbe avvenire con certezza entro il prossimo 31 dicembre in quanto, andando a scadenza il rinnovo votato nel 2006 sotto la presidenza Bush, decadrebbe il provvedimento in questione.La motivazione addotta, come riportato da Reuters, alle ragioni dell’approvazione di tale provvedimento riguardano essenzialmente un riflusso di orgoglio statunitense circa il terreno perso nel campo mediorientale, risultato di una politica estera nell’area più volte ritenuta, a ragione, disastrosa. Per stessa ammissione del deputato Eliot Engel, il capogruppo dei democratici nella Commissione degli Affari Esteri del Congresso, “il voto bipartisan sulla questione, nonostante la lotta interna nell’elezione del presidente degli Stati Uniti e il cambio di mani del potere, non causerà l’affievolirsi della leadership statunitense sullo scenario mondiale”. Una sorta di Make America Great Again anche fuori dai confini, che tuttavia poco va ad interessare la forte valenza interna di tale slogan.Con questo atto, ufficialmente, si accoglie il fallimento della politica estera mediorientale di Obama, che dunque ha un lascito assolutamente nullo. L’unica nota positiva del suo mandato, vista anche l’escalation in Siria, in Libia e in Iraq, era stata proprio il raggiungimento dell’accordo sul nucleare con l’Iran, che con sé aveva portato alla promessa dell’eliminazione delle sanzioni contro il regime degli Ayatollah. Alla luce di tale inversione, dunque, le possibilità che si propongono sono tutte delle gatte da pelare per il presidente incoming. Trump non si è mai detto favorevole all’accordo con Teheran, e lo stesso Partito Repubblicano non aveva accolto con favore l’esito positivo del negoziato portato avanti dai P5+1 nei mesi scorsi.banner_cristianiTuttavia, un riacuirsi delle tensioni con l’Iran, e dunque una possibile ripresa dello sviluppo del programma sul nucleare – questione peraltro mai verificata con certezza -, rischia di minare dal principio le basi di una ripresa del dialogo tra Washington e Mosca. Nei giorni scorsi si era data la notizia di una telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin, con l’auspicio che la posizione non contraria alla Russia del magnate newyorkese potesse sanare le fratture prodottesi negli anni precedenti. Un nuovo irrigidimento dei rapporti tra USA e Iran potrebbe sicuramente influenzare la posizione del Cremlino, vista anche la concomitanza dell’imposizione ex novo di un pacchetto di sanzioni contro Iran, Russia e Siria per i crimini di guerra attribuiti alla coalizione filo-Assad. Insomma, sembra proprio che questo colpo di coda di Obama sia finalizzato a mantenere un nocivo status quo delle cose. Gli Stati Uniti si rifiutano di perdere la presa sul Medio Oriente, e la situazione dimostra come siano pronti a ritornare sui propri passi.D’altro canto, chi potrebbe beneficiare di questo dietrofront è Israele, verso il quale Trump ha dimostrato grande favore, e che vede così privilegiato come interlocutore sullo scenario mediorientale, vista anche la pericolosa rivalità con l’Iran.

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