Non occorre spendere molte parole per dare conto del pericolo, da più parti avanzato sui nostri mezzi d’informazione, circa presunte ingerenze russe in occasione di consultazioni elettorali e altri eventi. Non volendo entrare nel merito, per non alimentare sterili polemiche, ci sia consentito osservare che curiosamente molti di coloro paventano simili rischi non si dimostrano altrettanto solerti nell’evidenziare le interferenze di matrice statunitense che, sia nel vecchio continente che in altre parti del mondo (come America Latina o Asia), hanno una lunga storia.
Prendendo spunto da un recente video pubblicato sul canale YouTube di Geopolitical Economy Report, testata fondata e diretta dall’analista americano Ben Norton, è innegabile come dal 1945 in poi le Amministrazioni (democratiche o repubblicane) non si siano limitate a ingerenze negli affari interni di altri paesi (spesso “alleati”), bensì a rovesciarne gli equilibri politici interni, imponendo nuove leadership e nuovi indirizzi in economia, funzionali agli interessi di Washington, e quasi sempre in rotta di collisione con quelli della nazione “attenzionata”.
Qualora volessimo disegnare una mappa geografica delle operazioni di intelligence e/o degli interventi militari promossi dagli Stati Uniti, salterebbe all’occhio come nel secondo dopoguerra siano state decine i governi che hanno subito pesanti intromissioni. Solo per dare conto delle cosiddette guerre illegali della NATO (leggi USA), sarebbe illuminante la lettura dei volumi scritti dallo storico svizzero Daniele Ganser.
Gli stessi funzionari americani lo ammettono.
Si badi bene che qui non si tratta di fare del cospirazionismo e/o coltivare una sorta di antiamericanismo, quanto parlare di cose spesso dette alla luce del sole. Per restare a tempi più vicini a noi, si potrebbero ricordare le parole dell’ambasciatrice statunitense in Grecia, Kimberly Guilfoyle, che secondo il racconto ripreso dal Wall Street Journal, parlando nel marzo scorso a una cena di gala – il riferimento era al governo rumeno, curiosamente caduto qualche mese più tardi per un voto di sfiducia – avrebbe affermato senza tanti giri di parole che: «Possiamo farlo in qualsiasi Paese vogliamo. Possiamo farlo anche qui». Per la cronaca i legali della diplomatica hanno contestato la ricostruzione, ma la rappresenta diplomatica ad Atene e il Dipartimento di Stato non sono intervenuti a confermare o smentire. Sullo sfondo questioni legate a nuovi corridoi del gas nei Balcani, che avrebbero coinvolto l’esecutivo rumeno (poi caduto), senza dimenticare la vicenda del primo turno delle elezioni presidenziali nel paese annullate circa due anni fa per ragioni poi rivelatesi infondate.
Per restare in Grecia, del resto, una certa interferenza washingtoniana dovrebbe essere rimasta nella memoria collettiva, considerato che molti storici concordano che nel colpo di Stato del 1967, che portò alla dittatura dei colonnelli, la mano USA fosse quasi certamente presente. E pure quando gli Stati Uniti non hanno avuto un ruolo diretto, è indubbio che per interesse strategico e/o calcolo politico abbiano sostenuto, o non avversato, regimi repressivi, compresi quelli che in una prima fase avevano osteggiato (il caso del regime franchista resta emblematico).
Cambia la tattica, la musica è sempre la stessa
Ai nostri giorni, quando la salvaguardia degli assetti democratici è funzionale a una certa narrazione – qualcuno avrà memoria dei discorsi sull’esportazione della democrazia, tanto “di moda” negli anni del cosiddetto unipolarismo – non impedisce la prosecuzione, sotto altre forme, di queste ingerenze. Esiste un documento pubblicato nel 2023 dallo European Council on Foreign Relations, noto think tank atlantista, nel quale si parlava apertamente di un’Europa vassalla degli USA, mentre circa due anni dopo la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, sottoscriveva un accordo commerciale molto penalizzante per il vecchio continente, significativamente nel resort di golf scozzese di Donald Trump. In quell’occasione pare che un’alta funzionaria della UE avrebbe ammesso che non ci fosse stata nessuna negoziazione, anche se gli uffici dell’esecutivo europeo dichiararono che si sarebbe trattato di un “political agreement”, i cui dettagli sarebbero stati sviluppati e formalizzati successivamente.
La subordinazione degli europei è di tutta evidenza, tra gli altri, nel campo delle politiche energetiche. Vedi il caso dei paesi dell’area balcanica – Bulgaria, Grecia, Moldavia, Romania – divenuti dipendenti dal gas liquefatto statunitense (LNG), in luogo delle assai più convenienti (per loro) forniture russe; un discorso non dissimile si potrebbe fare per le famose sanzioni. Per non parlare della recente imposizione agli europei di rilasciare cento milioni di riserve di barili e greggio, dietro minaccia del blocco delle esportazioni da parte americana. Tornano alla mente alcune parole di funzionari del Dipartimento dell’Energia USA, che lo scorso anno avrebbero detto che il governo di Washington fosse pronto a spianare la strada ai propri fornito, sotto forma di maggiori esportazioni.
Difesa dei valori e non ingerenza sono solo narrazioni.
Quanto alla narrazione circa la difesa della libertà e della democrazia, solo stando alla storia degli ultimi ottant’anni non mancano episodi quantomeno controversi, in aggiunta a quelli già citati:
– Iran (1953), col rovesciamento del primo ministro Mossadeq, reo di aver promosso la nazionalizzazione del petrolio, in contrasto con gli interessi delle grandi multinazionali del petrolio, rimpiazzato col lungo regime tirannico dello Scià.
– Guatemala (1954), con la deposizione del presidente Árbenz, avverso agli interessi della United Fruit Company, cui successe una delle tante dittature militari di destra.
– Cile (1973), con l’assassinio di Salvador Allende, e l’instaurazione della lunga dittatura di Augusto Pinochet, promotore di politiche ultraliberiste estremamente gradite a Washington. O ancora Brasile (1964) e Argentina (1976), assieme ai tanti golpe o regimi militari sostenuti dagli USA, repressivi all’interno, ma tutti inclini ai desiderata di Washington. In tempi più recenti abbiamo avuto il caso del Venezuela (2002 e 2019), coi tentativi di deporre Chávez e Maduro, poi rapito e defenestrato all’inizio dell’anno in corso, e l’arrivo al potere del governo assai più collaborazionista della ex vice Delcy Rodriguez. Il caso della Bolivia (2019) col rovesciamento di Evo Morales per interessi legati al litio, minerale strategico per le nuove tecnologie. O ancora l’Honduras nel 2009, col golpe contro Zelaya, sempre col sostegno degli USA.
Potremmo continuare a lungo, citando anche altre parti del mondo (Pakistan 2022 o la storia delle dittature militari in Corea del Sud o nell’allora Vietnam del Sud) ma lo scopo di questo breve panoramica è solo quello di evidenziare come certi pretesti non siano credibili, come del resto sarebbe mero eufemismo invocare il principio della non ingerenza negli affari interni (sancito dall’art. 2 della Carta delle Nazioni Unite), bellamente ignorato se non nella forma, per lo meno nella sostanza; stesso discorso potrebbe farsi per uso della forza o misure coercitive, sulla carta legittime solo qualora approvate dal Consiglio di sicurezza, e costantemente praticate dalle amministrazioni americane.
Ci sia consentito solo un ultimo riferimento a Cuba, dove pur non essendo mancati tanti errori commessi dalla dirigenza politica, ha avuto un ruolo determinante il famigerato bloqueo, nei fatti dando vita a un vero e proprio assedio di un’isola, ulteriormente aggravato dalle recenti decisioni dell’Amministrazione Trump, per il grave “torto” di non piegarsi alle volontà e interessi di Washington, come fece a suo tempo uno dei tanti tiranni in salsa caraibica appoggiati dalla Casa Bianca, che di nome faceva Fulgencio Batista.
In definitiva, gli Stati Uniti hanno usato (e continuano a farlo) l’arma delle ingerenze, quando non ricorrono alla plateale invasione, negando nei fatti la sovranità a tutti quei governi, democratici o meno poco importa, che non siano disposti ad allinearsi coi loro interessi, e a comportarsi come vassalli. E per coloro che non si piegano ci sono minacce e sanzioni, se non bastano si passa alle vie di fatto.
In tal senso, non può sorprendere che più di un analista arrivi alla conclusione che non ha senso parlare di democrazia e diritti umani in un mondo dove gli USA rivendicano il diritto di rovesciare qualsiasi governo non gradito.
Tornano alla mente le parole di Henry Kissinger: “L’America non ha amici o nemici permanenti, solo interessi”. Come parlando di regimi tirannici restano emblematiche le parole del presidente F.D. Roosevelt, che parlando del dittatore nicaraguense Somoza avrebbe detto che era un gran figlio di buona donna, ma il loro figlio di buona donna.
Per lo meno si può riconoscere loro una maggiore trasparenza e onestà di tanti loro colleghi, di ieri e di oggi.
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