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L’immagine degli Stati Uniti è stata deturpata irrimediabilmente nel pomeriggio del 6 gennaio 2021, data in cui gruppi di quella White America dei disillusi, degli arrabbiati e dei dimenticati ha assaltato il Campidoglio per provare al proprio messia, Donald Trump, che c’è chi crede devotamente e con cieca convinzione alla tesi della frode elettorale.

La storicizzazione della presa (simbolica) della Bastiglia in salsa americana è già in atto: le città sono in fermento, gli ambienti QAnon tentano di approfittare del caos per condurre all’insurrezione e Trump, scaricato dal Partito Repubblicano, dismette i panni di uomo per trasformarsi nell’epifania per quell’America profonda che non vuole arrendersi all’ineluttabilità di un futuro dominato dal politicamente corretto, dall’imposizione coercitiva del pensiero unico e dalla fine della supremazia dei WASP (White, Anglo-Saxon, Protestant).

Perché Trump, in verità, mai è stato semplicemente l’aspirante giustiziere della classe media impoverita dalla pauperizzazione, del ceto operaio distrutto dalle delocalizzazioni e dei puritani travolti dalla secolarizzazione. Trump è stato, anche e soprattutto, colui che ha portato alle urne gli ultimi fra gli ultimi, come i reietti redneck, e che ha dato voce al malessere di quella “maggioranza silenziosa” degli Stati Uniti nei confronti dell’egemonia culturale liberal. E, proprio perché il presidente uscente ha tentato di accreditarsi come il catéchon contro la fine dei tempi – i tempi della White America –, il conto (salatissimo) verrà fatto pagare a tutti coloro che, in minima o in larga parte, ne hanno sostenuto le battaglie.

Trump censurato

Mark Zuckerberg, proprietario dell’impero social più esteso e popolato del pianeta, ha emesso il proprio verdetto incontrovertibile sui fatti del 6 gennaio: Trump, accusato di essere il mandante morale degli scontri (e dei morti), è stato punito con l’esilio da Facebook e Instagram, del cui spazio non può più avvalersi. La censura, di natura straordinaria e senza precedenti storici – è la guerra di una piattaforma sociale contro un capo di Stato –, durerà sino all’avvenuto insediamento di Biden alla Casa Bianca.

Misure restrittive basate sulla sospensione temporanea dei profili ufficiali di Trump sono state adottate anche da Twitter e Snapchat, i quali hanno legittimato il ricorso alla censura in termini medesimi: il presidente uscente sarebbe il mandante morale dell’assalto al Campidoglio e un’ulteriore permanenza potrebbe comportare il protrarsi del clima di scontro.

La vera novità, rispetto alle schermaglie degli scorsi mesi fra Casa Bianca e grandi realtà della nuova comunicazione, è data dal fatto che, questa volta, al boicottaggio nel nome della verifica dei fatti (fact-checking) e alla caccia ai profili di destra, è stata preferita l’adozione della censura totale. Ad essere silenziato, però, non è un troll, non è un cittadino ordinario, ma il presidente degli Stati Uniti – un fatto che crea un precedente gravissimo e spiana la strada all’eutanasia del pensiero libero.

La criminalizzazione delle idee

L’assalto al Campidoglio sta venendo magistralmente strumentalizzato dal mondo liberal, sia europeo che di oltreoceano, per screditare e demonizzare un intero universo politico – la destra – colpevole di aver visto nel trumpismo l’occasione per rivitalizzare il discorso sugli stati-nazione, sul patriottismo, sul protezionismo, su fede e identità, e sulla lotta alla dittatura del politicamente corretto.

Lo spettro dell’equazione “destra=Campidoglio” ha già iniziato ad essere agitato. Laura Boldrini, ad esempio, commentando i fatti del 6 gennaio, ha scritto su Twitter che il “sovranismo populista è una minaccia per la democrazia”, veicolando esplicitamente l’idea che il possesso di talune convinzioni non possa che condurre a simili scenari. I paladini della cultura della cancellazione, forti dell’uscita di scena di Trump e del conseguente indebolimento dell’internazionale conservatrice, si stanno preparando ad elevare il tono dello scontro, il cui obiettivo finale è l’abolizione definitiva del pensiero indipendente.

Avere delle idee proprie – non conformi, in controtendenza, peculiari e frutto di percorsi squisitamente personali di maturazione intellettuale – non è mai stato così rischioso e passibile di colpevolizzazione e criminalizzazione. Contrariamente ai grandi utopismi coercitivi del Novecento (nazismo e comunismo), dove la trasformazione degli individui raziocinanti in automi spoliati della loro identità e proni al pensiero unico era la norma, il fondamento basico e distintivo delle società democratiche d’Occidente è stata la libertà: libertà di parola, di pensiero, di stampa, di riunione.

Il problema – per la realtà liberal, le grandi corporazioni politicizzate, il mondo dello spettacolo, i salotti intellettuali e la stampa schierata – non è mai stato Trump, ma ciò che egli incarna(va): la manifestazione di un ideale politico che si vorrebbe cancellare dai libri di storia e dalla mente della gente, facendo leva sull’influenza culturale degli Stati Uniti per uniformare il mondo intero alla propria visione.

È nel nome di questo disegno orwelliano, il cui capolinea sarà l’eutanasia del pensiero autonomo, che il mondo liberal ha mutuato dagli utopismi coercitivi gli strumenti per la soppressione del dissenso: autocensura, damnatio memoriae, congiure del silenzio, epurazioni, sorveglianza, manipolazione dell’opinione pubblica, cacce alle streghe, scrematura delle fonti su basi politiche.

La traduzione di questi metodi in realtà implica, fra le varie cose, che i presentatori televisivi scelgano che cosa gli spettatori debbano vedere – interrompendo il discorso di Trump –, che i filosofi dell’eutanasia del pensiero decidano quali opere debbano essere studiate nelle scuole e vendute nelle librerie – un rogo di libri, ma senza fuoco, in stile Fahrenheit 451 –, e che la difesa della democrazia venga utilizzata come pretesto per abolire la libertà.

È scritto nel libro dell’Esodo che le iniquità dei padri ricadono sui figli. Similmente, le colpe e le mancanze di Trump verranno pagate a caro prezzo dai suoi sostenitori e simpatizzanti e da coloro che, a torto, verranno identificati nel trumpismo in quanto identitari, conservatori e nazionalisti, o perché, più semplicemente, avversi al politicamente corretto. L’internazionalismo liberale sta per tornare alla Casa Bianca, agguerrito e armato di un nuovo strumento da utilizzare in patria e all’estero, la cultura della cancellazione, e per le destre di tutto l’Occidente si prospettano anni bui.