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Situazione sempre più drammatica in Colombia dove si è arrivati al nono giorno di proteste e scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, mentre nel frattempo le immagini delle violenze, in molti casi gratuite, messe in atto da polizia e militari nei confronti dei cittadini scesi in strada, stanno facendo il giro del mondo e generando indignazione. Molte le iniziative di solidarietà con i manifestanti e contro il governo di Bogotà organizzate dalla diaspora colombiana fuori di consolati e ambasciate.

Gli scontri sono iniziati lo scorso 28 aprile in seguito all’annuncio da parte del presidente Ivan Duque di una riforma del fisco, denominata “Legge di solidarietà sostenibile“, che avrebbe aumentato l’Iva e ampliato la base dei contribuenti, andando così a creare seri problemi alle classi medie e a quelle a basso reddito, come illustrato dal Prof. Alejandro Useche dell’Università del Rosario di Bogotà. Uno dei punti più contestati riguarda l’obbligo dal 2022 di dichiarazione d’imposta sul reddito per chi guadagna più di 2,4 milioni di pesos al mese.

Una riforma arrivata nel peggior momento possibile considerato che la Colombia, così come molti altri Paesi dell’America Latina, si trova impantanata in una disastrosa situazione economica e sociale a causa del Covid e in piena terza ondata. Moltissime attività commerciali ed industriali hanno chiuso i battenti, la disoccupazione è in aumento (16,8% nel mese di marzo 2021) ed è dunque impensabile in un momento del genere imporre un aumento della tassazione. Basti pensare che l’economia del paese è calata del 6,8% nel 2020.

In seguito alle proteste, il governo ha annunciato di aver ritirato la riforma, mentre lunedì 3 maggio il Ministro delle Finanze, Alberto Carrasquilla, si è dimesso. Le proteste sono però proseguite a causa dell’elevato numero di morti, feriti e scomparsi e sono in molti a invocare le dimissioni del Presidente Duque, che già da prima della riforma non è che riscontrasse molta popolarità.

Gli scontri

Il 28 aprile nella città di Cali gli studenti sono scesi in strada per manifestare contro la nuova riforma fiscale e in pochissimo tempo la protesta si è allargata al resto della popolazione e in tutte le grandi città colombiane: Bogotà, Medellin, Cartagena, Barranquilla, Bucaramanga.

Durissima la risposta del governo che ha scatenato contro i manifestanti esercito e polizia in assetto anti-sommossa che hanno fatto uso eccessivo della forza sparando ad altezza d’uomo, inseguendo e massacrando i cittadini scesi in strada. Difficile fornire numeri precisi, ma si parla di almeno una ventina di dimostranti uccisi, circa 800 feriti, 87 “desaparecidos” e quasi 500 arresti, mentre sui social si moltiplicano le condivisioni di filmati amatoriali che documentano gli abusi della polizia, in particolare di quella in moto che aggredisce i manifestanti, immagini che non hanno nulla da invidiare ai colectivos in moto del regime venezuelano di Maduro.

Secondo la Ong Temblores, che sta documentando la violenza della polizia in Colombia, sarebbero almeno otto i manifestanti che hanno perso un occhio dopo essere stati colpiti dall’anti-sommossa, due dei quali sono anche stati intervistati dall’emittente indipendente colombiana Noticias Uno.

Dura la reazione della portavoce dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu, Marta Hurtado, che ha parlato di uso estremo della forza da parte della polizia e di violenze e minacce subite anche dal personale che si occupa del monitoraggio dei diritti umani. La Hurtado ha poi dichiarato: “…Ricordiamo alle autorità colombiane la loro responsabilità nel proteggere i diritti umani, inclusi quello alla vita e alla sicurezza personale, nonchè di agevolare il diritto di aggregazione e manifestazione pacifica”. La portavoce Onu ha anche rammentato alle forze dell’ordine che il ricorso alle armi da fuoco può essere fatto solo in caso di imminente pericolo alla propria vita o al pericolo di subire gravi lesioni.

La città maggiormente colpita dalle violenze è Cali, dove nei giorni scorsi si sono anche registrate interruzioni della rete internet, fatto indicato dai manifestanti come tentativo da parte del governo di evitare che le immagini venissero diffuse su web e social. Intanto a Pereira è esploso il caso di Lucas Villa Vazquez, il 37enne studente ed istruttore di yoga ucciso mentre manifestava pacificamente in strada assieme ad altri dopo che la polizia ha aperto il fuoco contro la folla.

La versione del governo

Differente la versione dell’esecutivo colombiano che ha parlato di “terrorismo” e di “vandalismo” additando gruppi terroristici di estrema sinistra come Eln e Farc di essere i burattinai delle proteste. In ambienti filo-governativi sta inoltre circolando la voce che dietro alle rivolte vi possano essere anche i servizi segreti venezuelani.

Ha fatto molto discutere anche un tweet, poi cancellato, dell’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, considerato il grande “patron” di Duque, con il quale annunciava il proprio sostegno alla polizia e ai militari: “Sosteniamo il diritto di militari e polizia ad utilizzare le armi per difendere la propria integrità e per difendere persone e proprietà dall’azione criminale del terrorismo vandalico”.

Al post ha replicato Luis Ernesto Gomez, segretario di Governo presso il municipio di Bogotà: “In uno stato di diritto anche un vandalo e un criminale hanno diritti, incluso quello al giusto processo e all’uso proporzionale della forza. Si arrestano, non si uccidono”.

Attenzione però, perchè il fenomeno del vandalismo, al quale fa riferimento il governo colombiano, è effettivamente reale, in particolar modo a Cali, dove diversi edifici sono stati attaccati, pesantemente danneggiati ed anche dati alle fiamme. Feriti si contano anche tra le file delle forze dell’ordine ed anche un morto; alcuni di loro feriti a colpi di arma da fuoco. Ben 47 stazioni del trasporto pubblico sono state distrutte o date alle fiamme da manifestanti provenienti dalle zone popolari, i cosiddetti “barrios”. Numerosi anche i supermercati, i bar e i ristoranti presi d’assalto e saccheggiati. Nel centro della città molti commercianti hanno tentato di difendere le proprie attività con bastoni ed armi da fuoco. Il tutto riportato dalla già citata emittente Noticias Uno, certamente non filo-governativa dato che allo stato attuale risulta una delle poche ad aver ampiamente documentato le violenze perpetrate dalla polizia.

Una situazione molto complessa

In realtà la maldestra e spericolata riforma fiscale intentata dal governo è solo parte di un problema ben più vasto che coinvolge gran parte della società colombiana e che ha fatto da miccia per una latente situazione esplosiva. Il divario tra ricchi e poveri nel Paese è difatti sempre più ampio, con una classe media che tende ad assottigliarsi e con un indice di povertà che nel 2020 ha raggiunto il 42,5%.

Nella città di Cali, dove sono esplose le proteste, si è passati da un indice di povertà del 21,9% nel 2019 al 36,3% nel 2020. Su una popolazione di 2.228 milioni di abitanti, ben 934 mila vivono in condizioni di povertà e con un indice di povertà estrema passata dal 5% del 2019 al 13% del 2020. La manovra fiscale intentata dal governo avrebbe certamente massacrato la classe media ed anche quella poco abbiente a discapito dei ricchissimi, ma ha anche fornito un ottimo assist agli ambienti di estrema sinistra e ai saccheggiatori per mettere a ferro e fuoco la città.

Le proteste contro la fallita riforma sono legittime e condivisibili in quanto è ingiustificabile che il governo possa mettere mano nelle tasche dei cittadini in maniera indisturbata, a proprio piacere, senza che i cittadini si facciano sentire. La versione propinata dal governo colombiano secondo cui la riforma sarebbe stata necessaria e indispensabile per la cittadinanza in quanto volta a migliorare la situazione economica del Paese, suona come uno sterile se non dannoso mantra che i colombiani conoscono molto bene.

La militarizzazione delle città e la violenta risposta degli apparati di sicurezza sono stati deleteri quanto il tempismo della riforma annunciata e subito ritirata. E’ plausibile che il governo non si aspettasse una risposta così massiccia da parte della popolazione? Difficile crederlo, significherebbe che a Bogotà non hanno la ben che minima idea della situazione socio-economica in cui naviga Paese. Eppure non solo c’hanno provato, ma hanno anche risposto con estrema violenza nonostante il fatto che gran parte della popolazione sostenesse le proteste. Evidentemente non avevano previsto neanche l’eco internazionale che la rivolta ha avuto, con manifestazioni in molte parti del mondo dove è presente una cospicua comunità colombiana che non hanno certo fatto bene all’immagine di Duque e dell’esecutivo.

Il vandalismo e l’ondata di saccheggi certamente vi sono stati, così come è plausibilissimo che siano presenti ambienti legati a gruppi terroristici ed estremisti di sinistra che strumentalizzano la rivolta, così come è possibile che il Venezuela strizzi l’occhio a questi estremisti, visto che il governo Duque è acerrimo nemico di Maduro. Il compito delle autorità era però proprio quello di prevenire e contrastare questi fenomeni, tutelando al contempo la libertà di manifestare da parte della popolazione, cosa che non è però successa. La polizia ha colpito nel mucchio, non ha fatto distinzione tra manifestanti pacifici, estremisti e delinquenti, ma soprattutto l’intelligence non è riuscita a prevedere una reazione scontata da parte della cittadinanza. Forse ora l’unica mossa che rimane a Duque, a meno di un anno dalla fine del suo mandato e con una popolarità ai minimi storici, sarebbe quella delle dimissioni, ma sono in pochi a credere che lo farà.