Il 7 giugno 2025, un quattordicenne ha aperto il fuoco contro il senatore colombiano Miguel Uribe Turbay durante un comizio elettorale nel quartiere Modelia, a Ovest di Bogotá, ferendolo gravemente. L’attacco, che ha visto il politico 39enne colpito da tre proiettili (due alla testa e uno al ginocchio), rappresenta il primo tentativo di assassinio mirato di un alto esponente politico colombiano dal 1995, anno in cui a perdere la vita fu il leader conservatore Álvaro Gómez Hurtado. Questo recente episodio ha riacceso i timori di un ritorno alla violenza politica e alla lunga scia di sangue che hanno segnato il Paese negli anni ’80 e ’90, in un contesto locale già fortemente teso a causa delle elezioni presidenziali fissate per il 31 maggio 2026.
Uribe Turbay, precandidato del partito conservatore Centro Democrático (CD) per le presidenziali, è noto per le sue critiche feroci al presidente colombiano Gustavo Petro e per il suo sostegno a politiche securitarie, in opposizione al dialogo di pace promosso dall’attuale governo. L’attentatore, identificato come Juan Sebastián Rodríguez Casallas, un minore proveniente da un programma governativo per giovani a rischio, ha dichiarato di essere stato pagato per agire, senza però rivelare i mandanti. Arrestato sul posto dopo essere stato ferito a una gamba dalla scorta del senatore, il ragazzo è stato successivamente incriminato per tentato omicidio e porto illegale di arma da fuoco.
L’attentato ha da subito scatenato un’ondata di indignazione e solidarietà. Secondo l’Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), nelle settimane successive sono state registrate almeno 36 proteste in 22 città, organizzate principalmente dal CD. La più imponente si è tenuta lo scorso 15 giugno a Bogotá, con oltre 70.000 persone che hanno marciato accusando Petro di alimentare la polarizzazione politica. I manifestanti hanno chiesto la difesa della democrazia e un’indagine trasparente sull’attacco, percepito come un’aggressione non solo a Uribe, ma all’intero sistema democratico del Paese.
Ma le conseguenze dell’attacco al senatore non sono state caratterizzate solo da marce solidali. Il 10 giugno, una serie di attacchi terroristici attribuiti ai dissidenti delle FARC, guidati da Néstor Gregorio Vera Fernández, alias “Iván Mordisco”, uno dei leader più agguerriti, ha colpito i dipartimenti di Cauca e Valle del Cauca. Diciannove esplosioni, dirette contro stazioni di polizia e zone commerciali, hanno causato almeno cinque morti e oltre 40 feriti. A El Plateado, nel Cauca, 57 soldati sono stati temporaneamente presi in ostaggio dai civili, probabilmente sotto pressione dei dissidenti, evidenziando la fragilità della presenza statale in queste aree.
Questo susseguirsi di eventi criminali ha riportato al centro del dibattito politico la questione della sicurezza e della violenza politica. La Colombia, che aveva sperato di lasciarsi alle spalle gli anni bui dei cartelli e della guerra con le FARC, si trova a confrontarsi con un passato che sembra non essere mai del tutto superato. Il processo di pace del 2016, pur avendo smobilitato la maggior parte delle FARC, non è mai riuscito a neutralizzare i gruppi dissidenti, che restano attivi soprattutto nelle aree rurali come la già citata Cauca e Nariño.
Alla caccia del mandante
Le indagini sull’attentato a Uribe hanno portato all’arresto del criminale Elder José Arteaga Hernández, alias “El Costeño”, considerato il mandante dell’attacco. Secondo la polizia colombiana, Arteaga avrebbe coordinato una rete di sicari, pagando fino a 1.000 milioni di pesos per l’operazione. L’arresto, avvenuto il 4 luglio a Bogotá, è stato definito dalle autorità un passo avanti, ma solleva interrogativi sull’efficienza della sicurezza dei leader politici. L’avvocato di Uribe, Víctor Mosquera, ha denunciato che la protezione del senatore era stata inspiegabilmente ridotta da sette a tre guardie del corpo il giorno dell’attentato, nonostante 23 richieste di rafforzamento della scorta presentate nel 2025.
Il presidente Petro ha condannato l’attentato, definendolo un attacco alla democrazia, ma le sue parole non hanno placato le critiche. Il segretario di Stato USA, Marco Rubio, ha accusato il governo di alimentare un clima di odio con una “retorica violenta di sinistra”, mentre esponenti del CD come María Fernanda Cabal hanno suggerito che l’attentato potrebbe essere stato orchestrato per galvanizzare l’elettorato di destra.
La Colombia si trova nuovamente a dover fare i conti con il passato: l’attentato e gli attacchi nel Sud-Ovest del Paese evidenziano l’impellente necessità di un patto etico tra le forze politiche per evitare un’escalation di violenza che potrebbe compromettere il processo elettorale e la sicurezza nel Paese. Come ha sottolineato lo storico Gianni La Bella, “è fondamentale che tutte le forze sociali e politiche mantengano lucidità per evitare un ritorno ai climi di insicurezza del passato”. Con le elezioni del 2026 all’orizzonte, la Colombia deve necessariamente cicatrizzare le sue ferite storiche, oltre a garantire un dibattito democratico che sia libero dalla paura. L’attentato a Uribe è un monito: senza un impegno condiviso per la pace e la sicurezza, il Paese rischia di scivolare nuovamente in un ciclo di violenza e terrore.