Colloqui storici a Islamabad: Usa e Iran trattano a oltranza, nodo Hormuz

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Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha inaugurato oggi i tanto attesi Colloqui di Islamabad, segnando l’inizio di colloqui diretti ad alto livello tra Stati Uniti e Iran, i primi dal 1979. Sharif ha incontrato separatamente le delegazioni americana e iraniana, con l’obiettivo – estremamente ambizioso – di trasformare la fragile tregua di due settimane in una pace stabile nel Medio Oriente. La delegazione statunitense è guidata dal vicepresidente JD Vance, accompagnato dal genero del presidente Donald Trump, Jared Kushner, e dall’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff. La parte iraniana è guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, insieme al ministro degli Esteri Abbas Araghchi, al segretario del Supremo Consiglio di Difesa Nazionale Ali Akbar Ahmadian e ad altri alti funzionari, tra cui il governatore della banca centrale Abdolnaser Hemmati, riportano i media del Pakistan.

Secondo un comunicato dell’ufficio del primo ministro pakistano, Sharif ha espresso apprezzamento per l’impegno di entrambe le parti e ha ribadito il ruolo di mediatore sincero del Pakistan, pronto a facilitare progressi concreti per la stabilità regionale e globale. «Il Pakistan guarda con speranza a questi colloqui come a un passo verso una pace duratura», ha dichiarato il premier, assistito dal vice primo ministro e ministro degli Esteri Ishaq Dar, dal ministro dell’Interno Mohsin Raza Naqvi e dal capo di stato maggiore dell’esercito, il feldmaresciallo Asim Munir.

Le delegazioni arrivate a Islamabad

Nel corso dell’incontro con la delegazione iraniana, Sharif ha abbracciato calorosamente Ghalibaf e Araghchi. Subito dopo è seguito il colloquio con Vance e il suo team.Arrivi e contesto di una tregua fragileIl vicepresidente Vance è atterrato poco dopo le 11 all’aeroporto militare di Nur Khan, accolto da Dar, Naqvi e Munir. Il ministero degli Esteri pakistano ha sottolineato il «forte impegno degli Stati Uniti per una pace duratura» e ha rinnovato la disponibilità di Islamabad a facilitare il dialogo. La delegazione iraniana è giunta nella capitale pakistana nella mattinata di stamani, dopo un ultimo ostacolo legato agli attacchi israeliani in Libano. Teheran aveva condizionato la propria partecipazione alla cessazione delle ostilità in Libano, punto che il Pakistan ha assicurato fosse incluso nell’accordo di cessate il fuoco mediato l’8 aprile.

I colloqui si svolgono durante una pausa di due settimane nel conflitto iniziato il 28 febbraio con attacchi USA-israeliani contro l’Iran, un’escalation che si è estesa in tutto il Medio Oriente, sconvolgendo i mercati globali dell’energia e minacciando le rotte marittime. La tregua temporanea, mediata dal Pakistan, ha fermato temporaneamente le ostilità, ma restano forti divergenze.

Punti di frizione

L’Iran insiste affinché il cessate il fuoco si estenda a tutti i fronti, inclusi gli alleati come Hezbollah in Libano. Stati Uniti e Israele, invece, considerano gli attacchi in Libano al di fuori dell’accordo iniziale. Questa divergenza ha rischiato più volte di far saltare il processo diplomatico. Ghalibaf aveva chiarito venerdì sera che la partecipazione di Teheran dipendeva da due condizioni: il cessate il fuoco in Libano e lo sblocco di circa 7 miliardi di dollari di asset iraniani congelati all’estero. Sblocco che, al momento, non è stato consentito da Washington.

Sul tavolo dei negoziati c’è la proposta iraniana in 10 punti, accettata da Washington come quadro generale. Le differenze restano però profonde: gli Usa chiedono limitazioni al programma nucleare iraniano (arricchimento e rimozione di materiale nucleare), mentre l’Iran pretende la revoca completa delle sanzioni, il riconoscimento dei propri diritti nucleari, garanzie sulla navigazione nello Stretto di Hormuz e l’accesso ai fondi congelati.

Secondo una dichiarazione pubblicata online martedì sera dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, organo di vertice che definisce la politica estera e di difesa dell’Iran, Teheran afferma che l’obiettivo dei colloqui è quello di stabilire «nuovi equilibri politici e di sicurezza» in Medio Oriente, che riconoscano il «potere e la leadership» del Paese.

La scommessa di Vance

Come osserva l’analista del Guardian Andrew Roth ha pubblicato un’analisi tagliente sulla delicata posizione di JD Vance nei colloqui di pace in corso a Islamabad. Il vicepresidente, da sempre voce critica delle guerre americane in Medio Oriente, è rimasto silenzioso dall’inizio delal guerra Usa-Israele all’Iran. Ora si trova di fronte a negoziatori iraniani che si sentono rafforzati dal controllo dello Stretto di Hormuz e dalla loro dimostrata resilienza di fronte al più grande attacco congiunto americano e israeliano. La presenza di Vance ai colloqui eleva l’incontro al livello più alto mai raggiunto tra Stati Uniti e Iran dalla Rivoluzione islamica del 1979.

Il suo compito è chiaro sulla carta — colmare il divario tra un cessate il fuoco puramente retorico e una pace più duratura — ma la scelta che lo attende è drammatica: accettare sostanziali concessioni americane a Teheran pur di mantenere la tregua e far riaprire lo Stretto di Hormuz, oppure far fallire i negoziati e assumersi personalmente la responsabilità di un ritorno alla guerra, una prospettiva estremamente impopolare presso l’opinione pubblica statunitense. Qualunque sia l’esito, le conseguenze peseranno fortemente sulle sue ambizioni presidenziali per il 2028, già messe in discussione all’interno della base Maga per non aver espresso un’opposizione più netta al conflitto.

Il nodo di Hormuz

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti stanno iniziando le operazioni di bonifica dello Stretto di Hormuz, definendolo un favore verso numerosi paesi importatori di petrolio, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia e Germania. Trump ha ribadito che la marina, l’aviazione e i sistemi di difesa aerea iraniani sarebbero stati completamente distrutti e che l’unico rischio residuo per le navi in transito siano le mine navali iraniane, aggiungendo che tutte le 28 imbarcazioni posamine di Teheran giacerebbero ormai sul fondo del mare. Ha criticato duramente gli altri paesi per non avere «il coraggio o la volontà» di svolgere questo lavoro di bonifica essi stessi.

Pochi ore dopo l’annuncio, due supertanker cinesi, il Cospearl Lake e l’He Rong Hai, entrambi noleggiati da Unipec (il braccio commerciale di Sinopec, il più grande raffinatore asiatico), hanno transitato attraverso lo Stretto di Hormuz. Si tratterebbe dei primi grandi petroliere a uscire dal Golfo Persico dopo l’accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran raggiunto all’inizio della settimana. Le navi hanno utilizzato l’area di ancoraggio di prova che aggira l’isola iraniana di Larak, secondo i dati di tracciamento navale di LSEG.

Su Hormuz c’è ancora molta confusione. Axios riferisce che navi della Marina statunitense hanno attraversato oggi lo Stretto e sono entrate nel Golfo Arabo (Golfo Persico).Tuttavia, l’agenzia iraniana Fars News sostiene che un cacciatorpediniere americano abbia invertito la rotta dopo che l’Iran, tramite mediatori pakistani, aveva avvertito che la nave sarebbe stata presa di mira entro 30 minuti se avesse proseguito il suo percorso.

Secondo quanto riferito da una fonte pakistana alla Cnn, i colloqui tra Stati Uniti e Iran dovrebbero proseguire fino a notte fonda e potrebbero estendersi anche a domenica.

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