Gli Stati Uniti e i talebani si sono incontrati per la settima volta a Doha, in Qatar, per cercare di mettere fine a una guerra che da 18 anni insanguina il paese asiatico.

A guidare la delegazione statunitense è Zalmay Khalilzad, diplomatico di origini afghane già ambasciatore degli Usa alle Nazioni Unite, in Iraq e nello stesso Afghanistan. Grande assente, invece, il governo di Kabul, guidato dal presidente Ashraf Ghani: i talebani non ne riconoscono la legittimità e continuano a rifiutarsi di sedersi allo stesso tavolo di un esecutivo considerato un “pupazzo” nelle mani degli Usa.

Ad aprile in realtà si era assistito ad un tentativo di dialogo tra talebani e governo di Kabul, ma anche in questo caso ogni sforzo è stato vano. La delegazione di Ghani aveva superato le 200 persone, indispettendo la controparte e compromettendo un auspicato miglioramento dei rapporti tra talebani e governo.

È in questo contesto che recentemente ha fatto il suo ingresso la Germania, offertasi di aiutare il Qatar nella gestione dei colloqui di pace e dicendosi disposta a ospitare in futuro un incontro tra una delegazione afghana ristretta e i talebani. Un simile faccia a faccia dovrebbe fare da apripista a un secondo meeting formale tra il governo e i combattenti religiosi, ma a una condizione: il ritiro delle truppe straniere dal territorio dell’Afghanistan secondo una tabella di marcia precisa. L’allontanamento dei soldati americani e della Nato è infatti il punto centrale della bozza di accordo finora raggiunta tra gli Usa e i talebani, a patto che questi ultimi non permettano che l’Afghanistan diventi ancora una volta un luogo di addestramento e un rifugio per gruppi terroristici.

Ultima richiesta: un cessate il fuoco in tutto il paese. Anche in questo caso, i talebani hanno specificato che deporranno le armi solo dopo l’approvazione da parte degli Usa di un chiaro piano di ritiro delle truppe. Nel mentre gli attacchi contro i civili non si sono fermati, facendo crescere ulteriormente il numero dei morti.

Proprio sulla deposizione delle armi e sulla definizione di “terroristi” si stanno concentrando gli ultimi incontri a Doha. I lavori dei negoziatori si trovano al momento in quella che potremmo definire una nuova fase di stallo, ma secondo gli analisti non si è mai giunti così vicini a una pace in Afghanistan.

Una pace destinata a fallire?

Gli Usa e i talebani, come detto, sembrano sul punto di firmare un accordo per la fine della guerra nel Paese asiatico, ma anche se così fosse la strada da percorrere per giungere realmente alla pace resta comunque lunga ed impervia.

Il complicato rapporto tra il governo di Kabul e i miliziani potrebbe ritardare il progetto di pacificazione del Paese, ma non solo. Come spiega ad Al Jazeera Peter Galbraith, ex diplomatico Usa ed ex inviato speciale per l’Afghanistan delle Nazioni Unite, a compromettere la tenuta dell’accordo potrebbero essere “gli attacchi dei talebani; il rifiuto del governo afghano di proseguire con il piano di pace; un rifiuto da parte dei tagichi e degli hazara di accettare un accordo; la convinzione da parte dei talebani di poter prevalere militarmente senza bisogno della pace”.

A ciò si aggiunge un’altra incognita: i negoziatori talebani saranno in grado di far sì che tutte le loro fazioni rispettino l’accordo firmato con gli Usa?

Il futuro delle donne

A chiedere un posto al tavolo delle trattative sono state anche le donne afghane, che temono di perdere i diritti ottenuti faticosamente negli anni se i talebani dovessero tornare al governo del Paese.

Prima del 2001, anno della caduta dei talebani, in Afghanistan le donne non avevano accesso all’istruzione, al lavoro, erano obbligate a indossare il burqa e i loro diritti erano particolarmente limitati. Negli ultimi anni la condizione della donna ha registrato un miglioramento, ma il lavoro da fare è ancora tanto e il rischio di un ritorno al passato è sempre più alto.

Come dimostrano i dati del Peace Research Institute di Oslo e delle Nazioni Unite, solo il 16% dei lavoratori è donna, solo la metà della ragazze in età scolare frequenta la scuola, e soltanto il 19 per cento delle bambine sotto i 15 anni è alfabetizzato. A ciò si aggiunge l’alto numero di ragazze costrette a sposarsi prima dei 19 anni (60%), in un Paese in cui il matrimonio si contrae in media intorno ai 15-16 per volere della famiglia.

Inoltre, come è emerso da un sondaggio realizzato a inizio 2019 da U.N. Women e Promundo, solo il 15 per cento degli uomini intervistati ritiene che le donne possano lavorare anche dopo il matrimonio, mentre due terzi credono che le ragazze abbiano troppi diritti. Alla luce di questi dati, la preoccupazione delle attiviste per un’ulteriore perdita dei diritti a seguito della pace con i talebani è più che giustificata e rischia di trasformarsi in realtà.