A circa due settimane dall’8 novembre, giorno in cui gli americani saranno chiamati a scegliere tra il repubblicano Donald Trump e la democratica Hillary Clinton, arriva un endorsement di quelli che non possono passare sottotraccia, e che misura in qualche modo anche le differenze nei programmi dei due candidati alla Casa Bianca, soprattutto in tema di politica estera.

Si tratta dell’ex generale repubblicano Colin Powell, 65° Segretario di Stato degli Stati Uniti dal 2001 al 2005 sotto la presidenza di George W.Bush nonché primo afroamericano della storia del Paese a ricoprire tale ruolo. Come accadde già nel 2008 e nel 2012, quando sostenne ufficialmente in entrambe le tornate elettorali la candidatura di Barack Obama alle elezioni presidenziali, anche in questo caso l”ex ufficiale militare non voterà per il rappresentante del suo partito ma ha annunciato altresì il suo sostegno a Hillary Clinton. Powell ha comunicato la sua intenzione di voto martedì a New York, a margine di un incontro promosso dalla “Long Island Association”, la principale organizzazione aziendale di Long Island che raduna piccole e grandi imprese e che ospita non di rado gli interventi di politici di spicco. Secondo il portavoce dell’associazione, Matthew Cohen, l’ex Segretario di Stato avrebbe dichiarato di appoggiare Hillary Clinton “per via delle sue doti di leader e per la sua esperienza”.

Come riporta il New York Times, secondo la testimonianza di Paule Pachter, membro del consiglio d’amministrazione della “Long Island Association”, Powell sarebbe stato molto schietto al riguardo: “Ha spiegato le ragioni per cui Donald Trump non è il candidato adatto – ha raccontato Pachter al NYT – con particolare riferimento alla sua inesperienza politica e di come mandi dei messaggi negativi, mettendo in cattiva luce il Paese in tutto il mondo e con i nostri alleati”. È molto probabile, in realtà, che a Powell non piaccia particolarmente l’isolazionismo del tycoon e le sue idee in fatto di politica estera, la sua visione del Medio Oriente, gli ammiccamenti al presidente russo Vladimir Putin: temi che, se analizziamo la sua storia e carriera politica, lo legano e lo accomunano di più alla candidata democratica Hillary Clinton, rappresentante dell’establishment americano e promotrice di una politica estera molto più “interventista” e aggressiva dell’avversario.

Classe 1937, Colin Luther Powell nasce a New York da genitori giamaicani immigrati negli Stati Uniti. Dopo essersi laureato al “City College” nel 1958, nel 1971 consegue il prestigioso Master in Business Administration alla George Washington University. Nel mezzo l’esperienza della guerra in Vietnam. Alla fine degli anni ’50 infatti si arruola nell’esercito – dove vi rimarrà per 35 anni – e nel 1962 il Capitano Powell parte per affiancare le forze militari del Vietnam del Sud: ferito gravemente ad un piede nel 1963 è costretto a rientrare in patria, salvo poi ritornare sul fronte nel 1968 come maggiore nella 23esima Fanteria, meglio conosciuta come “Americal Division”. Nello stesso anno viene incaricato dall’esercito di indagare e acclarare eventuali responsabilità statunitensi nel Massacro di My Lai del 16 marzo 1968, quando i suoi compagni della Americal Division, agli ordini del tenente William Calley, uccisero 347 civili inermi, tra cui molte donne e bambini. Benché all’epoca Powell tenti di ridimensionare notevolmente l’accaduto, un’inchiesta giornalistica del Premio Pulitzer Seymour Hersh del 1969 riesce a fare chiarezza sulla vicenda e a incastrare Calley, che viene dichiarato colpevole di omicidio premeditato.

Dopo aver lavorato a fianco del sottosegretario Frank Carlucci nel 1972, e aver ricoperto ruoli di prestigio sotto le presidenze di Jimmy Carter e Ronald Reagan, viene poi nominato alto ufficiale militare con George Bush. All’età di 52 anni, il 1° ottobre del 1989 diventa il dodicesimo Capo dello stato maggiore congiunto, carica che mantiene fino al 1993. In questo periodo Powell gestisce 28 crisi internazionali, tra cui quella del 1989 a Panama contro il generale Manuel Noriega e l’operazione “Desert Storm” nella Guerra del Golfo. Nel gennaio del 2001 viene nominato Segretario di Stato sotto la presidenza di George W. Bush. A passare alla storia è senza ombra di dubbio il suo celebre discorso che, di fatto, porta gli Stati Uniti e la coalizione internazionale nella guerra in Iraq contro Saddam Hussein pronunciato il 5 febbraio del 2003 nella sessione plenaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Presentando delle prove poi rivelatesi false e totalmente infondate, Powell dichiara che “non ci può essere alcun dubbio che Saddam Hussein abbia armi biologiche e la capacità di produrne altre rapidamente. Abbiamo inoltre la certezza che Saddam stia lavorando per produrre delle armi di distruzione di massa nucleari”. L’allora Segretario di Stato americano riesce dunque a convincere il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e il 20 marzo dello stesso anno la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti invade l’Iraq.

Secondo l’analista Paul Craig Roberts, quello di Powell è un errore strategico gravissimo di portata epocale che ha minato la credibilità degli Stati Uniti e consegnato il Medio Oriente al radicalismo islamico: “Perché Powell non ha fatto la cosa giusta? – scrive Roberts in un articolo pubblicato nel 2006 su Counterpunch – La sua reputazione sarebbe stata per sempre al sicuro come un uomo di grande integrità. Perché ha sacrificato tutto per sottostare allo schema del suo comandante in capo? Avrebbe salvato il mondo da un errore strategico dalle terribili conseguenze, che è costato milioni di morti e feriti, oltre che centinaia di milioni di dollari buttati via. Uno sbaglio di portata storica che ha macchiato la reputazione degli Stati Uniti e radicalizzato la politica nel Medio Oriente”.

Medesime conclusioni a cui è giunta recentemente la commissione britannica, guidata da sir John Chilcot, a proposito della partecipazione del Regno Unito al conflitto iracheno e in particolare sulle responsabilità dell’allora premier Tony Blair. “L’invasione dell’Iraq nel 2003 fu una sciagura e ha avuto conseguenze negative fino al giorno d’oggi: ha causato, a partire dal 2009, la morte di oltre 150mila iracheni, di cui gran parte civili. Più di un milione hanno dovuto lasciare le loro case. Inoltre ha favorito al-Qaeda e il terrorismo” – si legge nel rapporto. C’è da chiedersi come la candidata democratica Hillary Clinton valuti l’endorsement di Powell…

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