“Il 20 ottobre, il giorno delle elezioni, è stato una giornata tranquilla, una di quelle domeniche che si trascorrono mangiando in famiglia. Le gente andava a votare, tutti pensavano che sarebbe stato un giorno normale”. Nulla lasciava presagire che da lì a meno di 24 ore la situazione in Bolivia sarebbe cambiata con tanta rapidità, fino ad arrivare una settimana dopo alla fuga del presidente Evo Morales e all’autoproclamazione di un nuovo (anzi nuova) capo di Stato. L’investitura della senatrice dell’opposizione non è stata esente da critiche e rappresenta una delle tante contraddizioni che caratterizzano le ultime settimane boliviane. Jeanine Áñez è stata nominata presidente ad interim da un Parlamento senza quorum, data l’assenza degli esponenti del Movimento al Socialismo (o Mas) di Evo Morales, ma il Tribunale costituzionale ha definito legittima l’operazione confermando così il passaggio di poteri. Il suo compito adesso è traghettare il Paese a nuove elezioni, che si terranno probabilmente tra gennaio e febbraio 2020.

“Qualcuno doveva prendere il potere. Non sono contento di come sono andate le cose, ma non appena Morales è andato via sono iniziati gli atti vandalici. Non possiamo restare senza un Governo”. A parlare dall’altra parte del telefono è Wilmer, studente universitario di La Paz. “Domenica e lunedì le strade erano completamente vuote. La gente ha paura di uscire di casa dopo i saccheggi degli ultimi giorni nei quartieri popolari e gli ultimi atti vandalici. Gente mascherata ha dato fuoco a 69 autobus, alcune case sono state date alle fiamme e diverse persone sono state aggredite, tra cui il rettore dell’Universidad Mayor de San Andrés. Da quel momento il numero di studenti scesi a manifestare è aumentato”.

Capire chi si nasconde dietro questi atti di violenza non è sempre facile e le notizie che passano sui media locali non aiutano a fare chiarezza. “La colpa di tutto viene dato ai simpatizzanti di Morales e alle gente di El Alto”, città a prevalenza aymara nonché roccaforte dell’ex presidente che non riconosce l’investitura di Áñez come capo di Stato. Proprio da El Alto sono partite le proteste contro la deposizione di Morales, avvenuta a seguito di quello che in molti, fuori e dentro il Paese, definiscono un colpo di Stato. Una versione della storia che non tutti condividono e conseguenza diretta di una presunta manipolazione dei voti attuata dall’ex presidente di cui ancora non si hanno le prove. La verifica della regolarità delle urne d’altronde non era importante per Luis Fernando Camacho, leader indiscusso delle proteste contro il Governo del Mas. El Macho non ha perso tempo a differenza di Carlos Mesa, capo dell’opposizione e diretto sfidante di Morales alle elezioni. Camacho, “un uomo uscito dal nulla”, ha scritto una lettera di dimissioni da far firmare all’ex presidente e da Santa Cruz si è diretto a La Paz. “È stato questo gesto a renderlo famoso. Prima nessuno lo conosceva, era solamente il presidente del comité di Santa Cruz. È riuscito a entrare in città e a raggiungere il Palacio Quemado (sede del Governo) solo grazie alla polizia”. Dopo aver steso sul pavimento la bandiera boliviana, Bibbia alla mano, Camacho si è inginocchiato minacciando di occupare il palazzo fino a che il presidente non avesse lasciato il suo incarico.

Proprio le forze dell’ordine hanno avuto un ruolo determinante nell’andamento politico del Paese. A spingere Morales a dimettersi e a lasciare la Bolivia è stata soprattutto la decisione della polizia di Cochambaba prima e di Santa Cruz e La Paz dopo di ammutinarsi. Un comportamento imitato a stretto giro anche dall’esercito e culminato con la richiesta di dimissioni di Morales avanzata dal generale William Kaliman.

A dettare le sorti della Bolivia non sono state solo le forze armate con il loro potere militare o i comité con quello politico-economico. Morales si è trovato privo di quel sostegno della popolazione di cui aveva sempre goduto in passato e ha dovuto fare i conti con il malcontento di mineros e cocaleros. Un cambio di posizione quello di queste ultime due categorie tanto repentino quanto determinante. Ma la perdita di popolarità di Morales ha origini più lontane. “Il presidente voleva presentarsi per un quarto mandato, ma per farlo bisognava cambiare la Costituzione. Il 21 febbraio 2016 ci fu un referendum, ma il 51 per cento degli elettori si espresse contro la ricandidatura del presidente. Morales però non ha dato retta al risultato, inimicandosi i suoi stessi sostenitori”.Il resto è storia.

Tuttavia, le reazioni alle dimissioni del presidente sono state diverse e dimostrano le differenti  posizioni della popolazione rispetto al leader del Mas. “Molti hanno festeggiato per le strade quando il presidente ha rinunciato al suo incarico, ma la situazione è degenerata dopo che la polizia si è strappata le mostrine con la whipala (simbolo dei popoli indigeni, ndr) e ha bruciato l’omonima bandiera. La gente di El Alto a quel punto è scesa a La Paz per manifestare. È stato un chiaro segno di razzismo”. Nonostante le politiche messe in campo dal presidente Morales e dai suoi ministri infatti la discriminazione della popolazione bianca nei confronti degli indios nel Paese è ancora forte. Per tutta risposta, Áñez ha di recente nominato la alteña Martha Yujra come ministro della Cultura, nel tentativo di pacificare El Alto e mettere fine alle manifestazioni e ai blocchi che stanno interessando La Paz. Il ritorno alla normalità tanto sperato dalla presidenta però sembra ancora lontano.