Hilary Clinton sotto inchiesta per il mailgate, ma soprattutto per l’accordo sull’uranio risalente al 2010. Il Congresso Usa indagherà sui due casi, entrambi riguardanti l’amministrazione Obama, ma direttamente collegati all’attività politica dell’ex first lady e candidata a presidente degli States. La commissione Giustizia della Camera cercherà di fare luce sul mailgate, mentre la commissione Intelligence ha dato parere positivo rispetto all’avvio di un’indagine sull’accordo del 2010 per cui la Rosatom, una società russa, riuscì ad ottenere il controllo di un grande quantitativo di uranio appartenente agli Stati Uniti. Donald Trump ha dichiarato che il caso dell’uranio rappresenta: “Il Watergate dell’era moderna”. Entrambe le questioni, del resto, erano state sollevate dal Tycoon in campagna elettorale. Davide Nunes, il presidente repubblicano della commissione Intelligence del Congresso, ha annunciato l’inizio di un’indagine sui perché l’Fbi, all’epoca, non rese partecipe il Parlamento sui dubbi riguardo all’appropriazione da parte di Rosatom del canadese Uranium One. La stipulazione della vendita avvenne sotto la presidenza Obama, quando la Clinton era Segretario di Stato. Ma qual è l’accusa nei confronti della candidata dem? Rosatom avrebbe acquisito il 20% dell’uranio dopo che la Uranium One avrebbe ripetutamente donato dei soldi alla Clinton Foundation. Sui passaggi di denaro e sulla possibile contiguità di queste due operazioni, insomma, il Congresso è chiamato ad indagare.

The Hill ha rilanciato questa storia, sostenendo l’esistenza di prove di “passaggi di denaro” e “reati di corruzione”, si legge qui, finalizzati a far sì  che Vladimir Putin e Rosatom crescessero economicamente, quindi politicamente, negli Stati Uniti. Un testimone oculare, poi, avrebbe indicato la Clinton Foundation come “destinatario di milioni di dollari, nello stesso periodo in cui la moglie Hilary, sconfitta da Obama alle primarie, veniva riciclata da quest’ultimo come capo della diplomazia a stelle e strisce”. Secondo le rivelazioni dello stesso sito, Bill Clinton aveva interrogato il Dipartimento di Stato sulla possibilità dell’esistenza di un conflitto di interessi, riuscendo ad ottenere il permesso di incontrare un dirigente del Rosatom. Il New York Times, inoltre, ha pubblicato questo articolo, secondo cui i russi riuscirono ad ottenere il controllo di Uranium One per mezzo di tre transazioni, avvenute tra il 2009 e il 2013. Il flusso, insomma, avrebbe riguardato la sempre più discussa fondazione presieduta da Bill Clinton. Il caso era già stato sollevato da un libro di Peter Schweizer, “Clinton Clash” ed è scoppiato mediaticamente solo adesso, salvando la presidenza Obama da una vicenda che avrebbe potuto travolgerla. Il denaro circolato per questa storia, infatti, non è poco. Il colosso statale Rosatom ha acquistato un quinto delle riserve minerarie di uranio degli Stati Uniti per “decine di miliardi di dollari”, si legge qui, mentre l’ex presidente Bill Clinton “incassava in un solo giorno mezzo milione di dollari da una banca d’affari russa legata al Cremlino, la Renaissance Capital, forte sostenitrice di Rosatom, per un discorso pronunciato a Mosca”. Una contropartita per la vendita dell’uranio?

La coppia dei Clinton, insomma, sembra giunta al tramonto politico. Il Russiagate riguardante Donald Trump si è mediaticamente smorzato nel tempo a causa delle mancanza di prove fattuali. Relativamente a questa vicenda dell’uranio, invece, pare esserci più di un indizio sfavorevole al duo democratico. Negli ultimi giorni, peraltro, un’inchiesta giornalistica aveva svelato come il comitato nazionale democratico avesse avuto un ruolo nel commissionare il dossier sui rapporti tra Trump e Mosca durante la campagna elettorale per le presidenziali. Hilary Clinton, spesso, dichiara di essere pronta a contestare l’esito delle presidenziali americane, nonostante sia passato quasi un anno dal voto americano, ma sembrano altre le questioni che dovrà contestare nel breve periodo. La notizia risale al 2010, ma il Dipartimento di Giustizia americano ha indagato per altri quattro anni. Cosa sarebbe successo se il tutto fosse emerso mentre Obama trattava con Putin sul nucleare? I nomi coinvolti, infine, lasciano aperta qualche domanda: Il ministro della Giustizia dell’epoca era Eric Holder, obamiano di ferro; il capo dell’Fbi era Robert Mueller, che invece oggi si occupa come “special prosecutor” del Russiagate di Trump; Nel 2013, a Mueller, è succeduto quel James Comey che ha accusato l’attuale presidente degli Stati Uniti di “mentire” e si è dichiarato certo che Mosca abbia “interferito col voto americano”. Un terzetto che, secondo qualcuno, potrebbe aver contribuito quantomeno a non far esplodere il caso sull’uranio.