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L’autoproclamazione a presidente di Juan Guaidò e l’irrigidimento di Nicolas Maduro potrebbero portare il Venezuela alla guerra civile, specie se continuerà il braccio di ferro internazionale legato al riconoscimento del giovane leader dell’Assemblea Nazionale. Lo sostiene con un editoriale sul Guardian Temir Porras Ponceleon, ex capo di gabinetto del successore di Hugo Chavez, da cui si è poi distaccato nel 2013 per avviare una carriera accademica che lo ha portato, quest’anno, sui banchi prestigiosi di Science Po a Parigi.

Come scrive il professore venezuelano, “la recente mossa di Guaidò, proclamatosi unilateralmente presidente ad interim, può causare conseguenze catastrofiche per il Venezuela”, considerato il fatto che lo stesso Guaidò non ha escluso l’ipotesi di un intervento militare esterno diretto contro il suo Paese e il suo stesso popolo, mentre Maduro ha apertamente paventato una guerra civile. “Se non è disposta a rischiare una guerra inutile in America Latina, la comunità internazionale deve creare urgentemente le condizioni per un dialogo nazionale volto a raggiungere un accordo politico”. Nella piena consapevolezza che da un punto di vista democratico “sia lo status quo sia le richieste di Guaidò non sono soddisfacenti e non garantiscono la pace e la stabilità del Paese”. 

A lungo tra le menti più brillanti del governo chavista, di cui ha contribuito ad elaborare la politica estera in America Latina, Ponceleon ha pagato in passato la sua capacità di analisi e critica che lo hanno portato ad analizzare e indicare a tempo debito le contraddizioni politico-economiche che hanno portato il Venezuela al disastro. La sua diagnosi sullo stato del Paese è corretta e non risparmia nulla al presidente Maduro, la cui legittimità è apertamente criticata, senza però portare necessariamente a ritenere che Guaidò possa essere una valida alternativa.

Al Venezuela serve un ritorno all’ordine immediato e una fase di certezze, dopo anni contraddistinti dalla violenta contrapposizione tra governo e opposizione, causa di centinaia di morti e di aperte violazioni della corretta condotta politica da parte di entrambe gli schieramenti, mentre sullo sfondo la Repubblica Bolivariana cadeva a pezzi a causa del crollo del sistema economico, dell’aumento dei tassi di povertà e dell’impennata vertiginosa della criminalità.

Messico e Uruguay sono in prima fila tra i Paesi mediatori ritrovatisi di recente alla riunione del gruppo di contatto a Montevideo, avendo preso assieme al Vaticano una linea che ha nel dialogo nel primario interesse del popolo venezuelano e della stabilità regionale i suoi punti focali. Messico e Uruguay si sono dichiarati favorevoli al mantenimento al potere di Maduro nella fase di transizione verso un voto democratico per ragioni di realpolitik, e anche la Santa Sede sembra essere disposta a un’apertura in tal senso.

Posto che tra le principali potenze internazionali gli Stati Uniti hanno fomentato per primi la sortita di Guaidò, mentre Cina e Russia sostengono non certo disinteressatamente Maduro, al fronte della mediazione resta ben poco spazio reale di manovra. Guardando tra i Paesi europei, l’unico che ha ancora uno spazio per partecipare al processo di mediazione è l’Italia. 

Parlando alla Camera nella giornata del 12 febbraio, il Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha dettato la linea dell’esecutivo: “Gli elettori venezuelani devono tornare padroni di scegliere chi li rappresenta e governa”, ha detto Moavero, ribadendo che Roma non ha alcuna intenzione di ritenere legittimo il voto-farsa che ha incoronato Maduro per il secondo mandato presidenziale a maggio 2018 ma, al tempo stesso, non sbilanciandosi sul riconoscimento di Guaidò, che per ora non appare all’orizzonte.

I 150mila italiani che vivono in Venezuela necessitano di una tutela particolare, che non potrebbe essere garantita da una scelta di campo unilaterale in un senso e nell’altro che semplicemente toglierebbe Roma dal terreno di gioco della mediazione. “Ultimatum e rimozioni di governanti buoni o cattivi non hanno mai prodotto vantaggi per la popolazione civile. Se l’obiettivo è tutelare i venezuelani e tanto più la nostra comunità italiana, porre un ultimatum a un presidente che è armato fino al collo e gode del supporto di Cina e Russia è poco saggio”, ha dichiarato a Formiche Ignazio Corrao, eurodeputato dei Cinque Stelle.