Il Mes può essere un pericolo per l’Italia. Giuseppe Conte, nelle sue dichiarazioni alla Camera e al Senato, ha provato a difendersi dalle accuse di aver tradito il suo mandato e, in generale, di aver negoziato un accordo di revisione del Trattato del Mes tenendo il parlamento all’oscuro di tutto. Ma la realtà è che il premier, più che aver difeso il Mes e la sua riforma, ha semplicemente difeso se stesso, in un’arringa dal sapore più accusatorio verso gli alleati ed ex alleati di governo e che però non è servita a dipanare i dubbi riguardo al Meccanismo europeo di stabilità. Conte ha voluto difendere se stesso, ma non è stato in grado di difendere né la sua prima esperienza giallo-verde né la sua seconda giallo-rossa. E le critiche restano: soprattutto perché a questo punto, il Mes rischia di avere gravi ripercussioni sul nostro Paese, e non è più soltanto una battaglia fra sovranisti ed euroscettici.

La domanda è semplice: perché il Mes preoccupa? Le risposte si possono trovare proprio nella sua proposta di riforme. Clausole che vanno interpretate alla luce della condizione del nostro Paese e che hanno fatto scattare l’allerta anche in personalità decisamente non accusabili di essere nazionaliste o in odore di sovranismo, come Carlo Cottarelli o come il presidente dell’Unione bancaria italiana, Antonio Patuelli. Innanzitutto, è doveroso partire da una premessa, che è inserita negli atti della riforma: il nuovo Mes nasce nell’esclusivo interesse dell’area euro. L’articolo 12 del Trattato inserisce la salvaguardia della “stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso” come obiettivo primario del Mes: prima di quella degli Stati membri. E, come si legge nel dossier pubblicato dal servizio studi del Senato, gli strumenti utilizzati dal Meccanismo europeo di stabilità sono utilizzati “nella prospettiva del creditore”. Prospettiva che però potrebbe riguardare anche la risoluzione delle crisi relative anche a “istituzioni bancarie e finanziarie”, quindi non solo riguardanti il singolo bilancio dello Stato debitore. Un esempio su tutti: Deutsche Bank.

In ogni caso, l’operazione di finanziamento non sarebbe quella di un “salvataggio”, ma un finanziamento basato su un complesso sistema di clausole per cui la prospettiva è esclusivamente quella di “salvare” il bilancio di uno Stato ma solo per proteggere l’area euro nel suo complesso. Una prospettiva che deve farci riflettere perché quando nacque l’idea del fondo salva-Stati, tramutato nel cosiddetto Mes, la Bce affermò qualcosa di estremamente rilevante: avrebbe difeso l’area “a qualunque costo”. Costo che evidentemente riguarda anche la sovranità economica del singolo Stato.

La questione del resto è semplice. Il Mes interviene, previa domanda (questa la forma) dello Stato, quando vi sia una situazione critica che minaccia la stabilità finanziaria dell’Eurozona e degli Stati membri. Per farlo, lo Stato però deve rispettare le condizioni imposte dal Mes in coordinamento con lo Stato debitore. Stato che però, a quel punto, si trova in una situazione estremamente complicata.

Il motivo è semplice: l’assistenza finanziaria “precauzionale”, come viene definita dall’accordo, opera in via semplificata soltanto ai Paesi in grado di rispettare requisiti specifici che sono evidentemente quelli degli Stati che controllano l’area euro. La richiesta di linee di credito “a condizionalità semplificata” viene infatti approvata solo a quegli Stati che non sono soggetti a procedure di disavanzo eccessive; rispettano pedissequamente in parametri di Maastricht (o si obbligano a rispettarli con drastici tagli del rapporto debito/Pil; non evidenziano vulnerabilità finanziarie né squilibri eccessivi. È chiaro quindi che per l’Italia la questione sarebbe ben più preoccupante: non potendo rispettare i parametri stabiliti, o taglia il rapporto di 1/20 all’anno, oppure dovrà accedere all’altra tipologia di linea di credito: quella “a condizioni rafforzate”.

Il nome già dovrebbe preoccupare. Ma preoccupa soprattutto perché i rischi per l’Italia aumentano. Mentre la Precautionary Conditioned Credit Line lascia allo Stato membro la possibilità di inquadrare gli interventi da porre in essere per rispettare i requisiti per essere ammessi alla linea di credito, quella rafforzata, (la Enhanced Contditions Credit Line) non fornisce alcuna discrezionalità: tutto sarebbe definito con una negoziazione delle diverse condizioni con la partecipazione di Commissione europea, Mes e Banca centrale europea. Una prospettiva che, evidentemente, non indica negoziazione ma semplice accettazione del diktat della super Troika, considerata la minima capacità negoziale di uno Stato debitore che chiede un finanziamento. Si è mai visto un debitore in grado di concordare con una banca delle condizioni accettabili e senza alcuna cessione in termini di potere decisionale? Appare abbastanza difficile.

Difficile come il fatto che resti solo un’ipotesi quanto previsto dall’articolo 3 del Trattato, secondo cui il Mes e la Commissione europea potrebbero monitorare la situazione macroeconomica dello Stato indipendentemente da richieste di sostegno da parte dello Stato membro. In pratica, esiste la possibilità che Mes e Commissione costruiscano dei dossier sulla situazione economica e finanziaria degli Stati al fine poi di intervenire, over richiesto, per “salvare meglio” lo Stato. Prospettiva su cui il governo italiano, nella Relazione programmatica sulla partecipazione all’Ue del 2019, si è già espresso contro.

Le domande sono molte. La prima: come può incidere il Mes sulla nostra autonomia finanziaria? Tanto, indubbiamente. La seconda: come è possibile far coincidere l’interesse dell’euro e dell’Eurozona con gli interessi del singolo Stato membro se il punto di vista è quello del creditore e la Bce “è disposta a tutto” per salvare la stabilità finanziaria dell’area euro? Come si può considerare senza pericoli un piano che prevede un ingresso sostanziale di Commissione e Mes nella politica macro-economica di un Paese? Domande cui Conte non ha risposto, preferendo un’arringa difensiva su se stesso. Infine, come si può non essere allarmati da un sistema che prevede (all’articolo 12) la clausola d’azione collettiva “a maggioranza singola” per la ristrutturazione del debito sovrano? Il fatto che gli investitori stiano già fuggendo è un segnale chiarissimo. Stiamo per concedere la nostra sovranità al Meccanismo. Oppure, nella peggiore delle ipotesi,  si rischia di essere in balia degli speculatori.