Nella giornata dell’1 giugno scorso Ernesto Galli della Loggia ha vergato un ampio editoriale sul Corriere della Sera in cui ha sottolineato il fatto che, a suo avviso, il principale limite che Fratelli d’Italia deve superare per poter concretizzare la sua ascesa politica in caso in cui il trend favorevole nei sondaggi si concretizzasse in un futuro successo elettorale e nell’ascesa al governo è la mancanza di una classe dirigente all’altezza delle sfide dell’Italia.

Fdi e la sfida della classe dirigente

Secondo Galli della Loggia i membri del partito di Giorgia Meloni “si definiscono forza di rinnovamento ma scontano improvvisazione, gaffe, assenza di rapporti internazionali e industriali, classe dirigente non all’altezza”. Il paragone tracciato è con il Movimento Cinque Stelle del 2013, giunto in Parlamento sull’onda di un roboante successo elettorale che colpì in contropiede, in primis, gli stessi grillini. L’affondo del politologo è decisamente duro nei confronti degli esponenti di Fdi e in certi punti anche fuorviante, ma ha avuto l’effetto di suscitare un dibattito importante sulla forza politica maggiormente in ascesa nel panorama politico italiano, aprendo una discussione su cosa Fdi abbia compiuto per consolidarsi come forza politica con visione di governo e su che temi debba ancora lavorare per affrontare da una posizione di forza eventuali sfide di carattere sistemico.

Partiamo da un presupposto: il tema della classe dirigente è oggi una questione fondamentale per tutto l’apparato politico italiano. L’era di Mario Draghi è iniziata valorizzando il peso degli apparati istituzionali e delle burocrazie strategiche (Banca d’Italia, Tesoro, partecipate pubbliche) a scapito di quello, in declino, dei partiti. La convergenza tra il flop precoce dell’esperimento del grillismo di governo e l’assenza di capacità di visione da parte di un partito con una storia consolidata alle spalle come il Pd ha prodotto il disastroso naufragio del governo Conte II. Fdi si trova oggi dunque a doversi confrontare con una sfida comune all’intera politica italiana: ripensare un ruolo nel contesto di una fase emergenziale e di ripresa nazionale in cui la politica è chiamata a immaginare un’Italia per i prossimi decenni, a costruire un nuovo patto sociale, a restituire coesione al sistema-Paese.

La scalata alle istituzioni

La sfida della classe dirigente non è dunque del solo partito della Meloni, ma dell’intera politica italiana. Con la differenza che, ad oggi, il gruppo dirigente di Fdi è in larga parte ancora da testare alla prova dell’impegno di governo e va, via via, espandendosi. L’obiettivo di conquistare la poltrona di comando del Copasir che ex lege spetta all’opposizione è funzionale a una tattica di graduale radicamento istituzionale che per Fdi è passata anche per la conquista della presidenza di regioni (Marche e Abruzzo hanno amministrazioni presiedute da suoi esponenti) e di diversi comuni che hanno al vertice sindaci del partito della Meloni (L’Aquila, Ascoli Piceno, Cagliari Catania sono amministrate da giunte guidate da membri di Fdi). Su scala nazionale, la sfida principale è prendere dimestichezza con le istituzioni e costruire una visione politica che sappia compattare un blocco sociale organico e permettere di ramificarsi negli apparati di governo: vincere le elezioni è sempre sfida più facile rispetto a costruire un’organica cultura dello Stato che crei un rapporto diretto tra politica e sistemi come la diplomazia, le burocrazie ministeriali, le partecipate pubbliche, i servizi segreti, le forze armate.

Questo sarà il terreno su cui Fdi si giocherà negli anni a venire le sue carte. Avendo tra i suoi esponenti di punta esperti dell’ambito industriale e del settore della Difesa come Guido Crosetto e membri attivi del Copasir come il papabile futuro presidente Adolfo Urso, attento alle questioni di vigilanza sulla politica economica e industriale italiana, Fdi può espandere ulteriormente il raggio del suo operato. In questo senso, l’ampio pluralismo interno e la presenza di un forte dibattito può selezionare le figure più adatte: Fdi sta acquisendo visibilità anche sull’onda della crescente credibilità conquistata dalla Meloni, ma non è un partito personale nè la sua segretaria ha interesse a trasformarla in qualcosa di simile. I membri della “generazione Atreju” gradualmente ascesi a esponenti di spicco del partito hanno condiviso sfide e battaglie politiche fin dalla gioventù, consolidato un orientamento conservatore e di destra sociale sul fronte interno che alla lunga ha saputo anche destreggiarsi dalle ricorrenti “sirene” bannoniane degli scorsi anni e oggi mirano a proporsi alla sfida del governo.

Ribaltare l’egemonia culturale

Galli della Loggia, dunque, è forse fin troppo duro quando attribuisce a Fdi connotati comuni a tutta la politica italiana e prospetta l’idea di una nuova transizione del partito verso posizioni maggiormente liberali/liberiste come unica via per l’accesso al potere. Il politologo Marco Tarchi, docente all’Università di Firenze, ha dichiarato all’Huffington Post che la principale differenza tra gli M5S del 2013 e Fdi di oggi è che il partito della Meloni “ha una storia breve, ma una genealogia lunga” in ambito politico. Piuttosto, nota Tarchi, la sfida principale per Fdi sarà conquistare uno spazio di manovra in ambito politico-culturale e ideologico in grado di rompere la malcelata e latente ostilità di parte dell’élite intellettuale, dai giornalisti agli accademici, verso la formazione principale della destra italiana. Rivelatasi nelle ultime settimane anche sotto forma di duri e sprezzanti attacchi alla Meloni.

“Questa ostilità spesso è degenerata nella demonizzazione e nell’emarginazione – ogni riferimento agli ambienti accademici, editoriali, giudiziari è voluto, fondato e ampiamente documentabile”, rincara la dose Tarchi. Come rompere questo accerchiamento? Constatare la debolezza della versione sbiadita e parodica dell’egemonia culturale della sinistra liberal (quella del Partito Comunista era ben altra cosa e frutto di ben altri intellettuali) serve a poco se non si riuscirà a strutturare una controffensiva sistemica. “La colpa delle destre consiste nel non aver mai voluto tentare un’azione contro-egemonica”, aggiunge Tarchi. Fdi, in tal senso, sta portando avanti discorsi politici originali per l’area di riferimento puntando a aprire un dibattito sull’ambiente in grado di rompere l’egemonia dei paradigmi liberal, strutturando dibattiti e studi sul contesto internazionale e l’interesse nazionale italiano e riprendendo discorsi come la questione della politica industriale scomparsa, l’innovazione, la tecnologia. I recenti confronti con i ministri Cingolani e Colao e con l’autorità delegata alla sicurezza della Repubblica Franco Gabrielli testimoniano di una volontà d’incidere e di un’apertura al confronto con il governo privo di alcun timore reverenziale.

La questione della classe dirigente, della riflessione sistemica sui temi d’interesse pubblico e mediatico e dell’interlocuzione istituzionale con i referenti politici di punta, in modo tale che possano avere, da alleati o avversari, in Fdi un punto chiaro di riferimento per dialogare e confrontarsi sarà fondamentale per misurare la preparazione di Fdi a eventuali future sfide di governo. I voti, virtuali o reali che siano, possono passare. Le capacità politiche e la visione strategica restano. La lezione delle prime ore della Repubblica al Paese di oggi resta questa. L’alchimia tra successo elettorale e cultura di governo la sfida che ogni partito emergente deve vincere. Una partita che vale la pena di essere giocata con la massima serietà.

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