Da Portland a Chicago, da Detroit a Baltimora, passando per Atlanta e New York. Donald Trump vuole ristabilire “legge e ordine” nelle città guidate dai democratici, molte delle quali travolte da un’ondata di crimini senza precedenti. Il 45esimo presidente americano, in corsa per la riconferma alla Casa Bianca, è pronto a calare il jolly in uno dei momenti più delicati del suo mandato, inviando nei luoghi più a rischio centinaia di agenti federali.

Quella di Trump è senza ombra di dubbio una mossa politica, pensata per rosicchiare consensi allo sfidante democratico Joe Biden. Il ragionamento di The Donald è semplice: far capire agli elettori che nei centri urbani amministrati dagli esponenti del Partito Democratico la situazione legata al mantenimento dell’ordine pubblico è ormai fuori controllo.

Eppure, al netto delle strategie elettorali, il deprimente scenario presente in alcune delle più grandi città del Paese è sotto gli occhi di tutti. Già, perché oltre alla criminalità quotidiana, radicata in quartieri o aree notoriamente ad alto rischio, adesso le forze dell’ordine devono fare i conti anche con gli scontri collegati, direttamente o indirettamente, alle rivendicazioni antirazziste del movimento Black Lives Matter. Forse sarà solo un caso (molto probabilmente no), ma se scendiamo nel dettaglio notiamo come gli scenari più complessi da gestire coincidano proprio con quelle città amministrate dai Dem.

Situazione fuori controllo

“Non abbiamo scelta”, ha ripetuto ai suoi Trump durante un discorso alla Casa Bianca. Mentre il presidente pronunciava queste parole, il dipartimento di Giustizia Usa si stava attrezzando per inviare nelle città più critiche centinaia di agenti da Dea, Atf, Us Marshall, Homeland Security ed Fbi. Tra l’altro, lo schema adottato dal tycoon ricorda moltissimo quello da lui usato due anni fa, alla vigilia del voto per il rinnovo di una parte del Congresso.

Da un punto di vista comunicativo Trump ha colto nel segno. Gli americani sono spaventati da quanto sta accadendo. Per di più, lo spauracchio che le proteste sociali possano trasformarsi in rivolte attanaglia una gran parte di elettori. “Non lasceremo che New York e le altre città finiscano in preda all’anarchia. Sono tutte guidate dai democratici. Non lasceremo che succeda al nostro Paese. Se Joe Biden diventasse presidente, il rischio sarebbe reale”, ha dichiarato Trump.

Da Portland a Chicago: città Dem contro Trump

Lo scontro tra la Casa Bianca e gli amministratori Dem è incandescente. I liberal del Congresso dell’Oregon hanno promesso di introdurre una legge capace di limitare il ruolo degli agenti federali. Come se non bastasse, a Portland, proprio nell’Oregon, numerosi attivisti anti Trump hanno puntato il dito sul ruolo giocato dalle squadre di soldati federali inviati dal presidente. A detta loro, si muoverebbero di città in città, senza badge di riconoscimento, in totale autonomia, slegati dalla polizia locale e attaccando i manifestanti.

Trump se ne infischia delle polemiche. Anzi: il presidente Usa ha recentemente deciso l’invio a Chicago di 150 agenti speciali a causa dell’aumento dei casi di criminalità. Qui, nell’ultimo weekend, 63 persone sono state colpite da proiettili; di queste, 12 sono morte. Nonostante la città abbia un tasso di omicidi superiore a quello di New York e Los Angeles, la sindaca democratica, Lori Lightfoot, si è però schierata contro i federali: “La militarizzazione della città non sarà accettata”.

Il dramma di Atlanta

I Democratici continuano ad attaccare Trump, considerandolo uno sceriffo che vuole azzittire i suoi avversari politici. La sicurezza è tuttavia un tema centrale delle prossime elezioni, forse ancora più importante del risentimento anti Cina e degli altri spinosi nodi in politica estera. La verità, numeri alla mano, è che negli Stati Uniti esistono città in cui sparare ed effettuare crimini è una pratica quotidiana.

Il Wall Street Jorunal ha offerto un ritratto di Atlanta, capitale dello stato della Georgia. Da queste parti, nel 2020, omicidi e sparatorie sono schizzati alle stelle. I dati raccolti dal dipartimento di polizia locale lasciano senza parole: a marzo c’erano meno di 100 sparatorie a settimana, salite poi a 200 a giugno e a 300 a luglio, in concomitanza con lo scoppio delle proteste razziali.

Nei 28 giorni precedenti l’11 luglio sono state uccise 106 persone, cioè il 40% in più rispetto a quanto rilevato nel 2019 nello stesso lasso di tempo. Questo mese, tra gli altri, hanno perso la vita il 30enne Rudolph Johnson, un rapper locale noto con lo pseudonimo di Lil Marlo, e una bambina di 8 anni. Gli amministratori democratici non accettano la soluzione messa sul tavolo da Trump. Il problema è che non propongono alternative. E nel frattempo altre persone innocenti continuano a morire.

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