Di solito le elezioni e, più in generale, gli eventi politici che contraddistinguono la Repubblica di Cipro del Nord non hanno un interesse di primo piano. Appare infatti scontata l’adesione di questo territorio turcofono ai voleri di Ankara e, in particolar modo, del presidente Erdogan. Questa volta però il discorso è stato molto diverso. Le presidenziali di domenica hanno rappresentato un voto importante per due motivi: da un lato in ballo c’era l’indirizzo politico circa il dialogo con la comunità greco cipriota e, dall’altro lato, sul piatto c’erano le velleità del presidente turco nell’ambito delle tensioni in corso nel Mediterraneo orientale. Su entrambi i fronti l’esito del voto ha sorriso alle volontà di Ankara.

La vittoria del candidato filo Erdogan

Mai come questa volta le elezioni nella repubblica di Cipro del Nord, costituita sul territorio occupato dalla Turchia nel 1974, hanno rimarcato una netta spaccatura in seno all’opinione pubblica turco – cipriota. Non solo una questione elettorale, bensì anche di natura culturale e identitaria. É come se nella scheda i cittadini avessero risposto alla domanda su come considerare nel prossimo futuro la loro repubblica non riconosciuta a livello internazionale: se una semplice appendice dell’Anatolia oppure se, al contrario, una parte integrante di Cipro da guidare verso una più ampia autonomia da Ankara. Quest’ultima posizione era rappresentata dal presidente uscente, il socialdemocratico Mustafa Akinci. Molti osservatori hanno evidenziato un sempre più crescente distacco tra la sua politica e quella di Erdogan. In primis perché, a dispetto delle tensioni recenti tra Turchia e Grecia, Akinci ha sempre promesso un riavvicinamento con i greco ciprioti e si è detto favorevole a una federazione cipriota. A favore invece di una maggiore integrazione con le velleità turche si è espresso l’altro candidato al ballottaggio, nonché premier uscente, Ersin Tatar. Quest’ultimo poi, al timone del partito nazionalista Ubp, ha parlato in campagna elettorale della volontà di non proseguire il dialogo con la comunità greca.

Per una manciata di voti a spuntarla è stato proprio Tatar. Se nel primo turno il candidato vicino a Erdogan aveva raggiunto il 32.35%, domenica invece gli è bastato il 51.7% per diventare nuovo presidente di uno Stato che ufficialmente sulla carta non esiste ma che, oggi più che mai, potrebbe essere ago della bilancia per le dispute nel Mediterraneo. Non a caso da Ankara è stata espressa profonda soddisfazione. Lo stesso Erdogan con un tweet si è congratulato con Tatar e ha chiesto alla comunità internazionale di rispettare “la voglia di libertà dei turco ciprioti”.

Cosa cambia nel Mediterraneo orientale

Il presidente uscente Akinci avrebbe potuto rappresentare, come hanno sottolineato fonti greco cipriote, una piccola ma significativa spina nel fianco per la Turchia. In un momento in cui Erdogan sta spingendo per le rivendicazioni, a nome proprio della repubblica di Cipro del Nord, sullo sfruttamento dei giacimenti di gas attorno l’isola, la rielezione di un “moderato” poteva in qualche modo bloccare la verve del suo governo. Adesso invece la salita al potere di Tatar non può che dare un ulteriore via libera alle politiche turche nella regione. Lo stesso neo presidente turco cipriota in campagna elettorale più volte ha fatto riferimento alla possibilità di sfruttare i ricchi giacimenti per rilanciare l’economia locale.

Occorre infatti ricordare che buona parte delle tensioni tra Egeo e Mediterraneo orientale hanno come base la scoperta di gas e idrocarburi a largo di Cipro. L’isola a livello internazionale è rappresentata unicamente dal governo grecofono stanziato nel sud del Paese, il quale è anche un membro dell’Unione Europea. Per cui legalmente soltanto questa autorità potrebbe decidere le sorti dei giacimenti. Ma la Turchia vede in questa mossa una minaccia alle proprie mire regionali e si è fatta garante per Cipro del Nord, il cui governo è riconosciuto solo da Ankara, di un’equa ripartizione delle risorse. Circostanza quest’ultima impossibile da accettare sia per il governo di Nicosia che di Atene. Da qui le provocazioni, specialmente di matrice turca, degli ultimi mesi. Con Tatar in sella il governo nord cipriota da potenziale spina del fianco potrebbe adesso trasformarsi definitivamente in testa di ponte della Turchia nel Mediterraneo orientale.

Le prospettive interne all’isola di Cipro

Cosa potrebbe accadere adesso rispetto alla questione cipriota è ben intuibile da un episodio accaduto nei giorni scorsi. Per ingraziarsi il favore dei nazionalisti, in qualità di capo del governo Tatar alla vigilia del primo turno ha riaperto il quartiere di Varosha, nella città di Famagosta, permettendo a molte persone di accedere in una zona abbandonata dai grecofoni nel 1974. Vedere decine di cittadini con la bandiera turca in una città abbandonata dai greci ha significato un importante aumento della tensione. Ma soprattutto potrebbe essere espressione delle velleità del nuovo potere nord cipriota. A 46 anni dall’intervento turco che ha spaccato l’isola, Tatar potrebbe rappresentare il presidente meno propenso alla riunificazione. Se nel 2003 sono stati i greco ciprioti a bloccare il riavvicinamento bocciando in un referendum la proposta di una federazione, adesso invece è dalla comunità turca, in ossequio alle volontà di Erdogan, che potrebbero arrivare i maggiori ostacoli alle future trattative.

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