Il confronto tra la Cina e gli Stati Uniti è la più rilevante caratteristica degli attuali scenari internazionali: per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, Washington si deve infatti relazionare con una potenza capace di proiettare la sua influenza sul piano mondiale e che è intenta a sviluppare una sua personale architettura di potere coniugando avanzamento politico, sviluppo della sua influenza economia e consolidamento del proprio apparato militare.

Quella tra Cina e Stati Uniti è una relazione complessa. Da un lato, essa è connotata da una rivalità accesa per il predominio geopolitico nella cruciale regione dell’Asia indo-pacifica, dove Washington ha posizionato la sua più avanzata linea di difesa ed intende inchiodare Pechino portando la linea del containment sino alle stesse sponde del Mar Cinese Meridionale. Alla rivalità strategica si aggiunge il contenzioso economico: l’ascesa alla presidenza di Donald Trump ha rinfocolato negli apparati economici statunitensi l’idea di una Cina avversario esistenziale, la cui ascesa andrebbe frenata sul nascere prima che sia giunto a compimento il decollo di uno Stato definito “revisionista” dell’ordine mondiale a guida Usa dalla prima National Security Strategy firmata Trump.

D’altro canto, la bilancia commerciale fortemente sbilanciata dalla parte di Pechino segnala una relazione bilaterale tra le più ampie del pianeta: il commercio tra le due economie più grandi del mondo valeva complessivamente, nel 2017, 634 miliardi di dollari e difficilmente la nascitura guerra commerciale potrà, sul lungo termine, cambiare radicalmente gli equilibri. Al tempo stesso, Cina e Stati Uniti intendono mantenere sotto controllo la loro rivalità e sfruttare ogni sponda possibile per stabilizzare gli equilibri geopolitici asiatici: nell’incontro tra Trump e Kim Jong-un a Singapore, di fatto, il convitato di pietra era Xi Jinping, orchestratore della campagna diplomatica di distensione.

Cina e Usa, due universalismi a confronto

La postura stessa delle potenze che si contendono la leadership mondiale permette di capire l’ampiezza del loro confronto. Stati Uniti e Cina sono, allo stato attuale delle cose, le uniche grandi nazioni della Terra che hanno la possibilità di realizzare sul piano concreto la vocazione universalista insita nel loro retroterra politico-culturale.

Quello statunitense è l’universalismo fondato sulla religione civile dell’eccezionalismo americano. Teologia e teleologia politica fondata dalla concezione di “Impero della Libertà” sviluppata da Thomas Jefferson, alimentata dal mito della frontiera nel XIX secolo e tradottasi in dottrina geopolitica con Theodore Roosevelt, agli inizi del XX secolo, nel momento in cui Washington iniziò la sua lunga marcia verso l’ascesa ad egemone planetario. L’eccezionalismo americano, dopo essersi espanso nel corso della Guerra fredda al campo occidentale, ha conosciuto il suo zenit nei primi anni della globalizzazione neoliberista, quando Bill Clinton poté etichettare l’America come “nazione indispensabile”, ma ha subito i primi duri colpi con i fallimenti delle guerre mediorientali di inizio XXI secolo e con la grande crisi finanziaria che ha esacerbato le fragilità interne statunitensi.

L’universalismo cinese si declina nel nome stesso della nazione: Zhongguo, l’Impero di Mezzo, concezione derivante dalla filosofia confuciana del tianxia, che presuppone un ordine mondiale riflesso di una precisa armonia celeste, e propugna l’idea di una Cina protagonista della storia che ora, con la “Nuova via della seta” e l’arrembante protagonismo in politica estera, aspira a riprendersi un ruolo ceduto, solo transitoriamente, all’Occidente: cosa sono, fondamentalmente, un paio di secoli su una scala storica di oltre 4mila anni?

La Cina sorpasserà gli Usa come prima economia mondiale?

Washington e Pechino sono consce del calibro effettivo della controparte e, sino ad ora, sono riuscite a mantenere la loro rivalità entro un canale controllabile, erigendo argini solidi attraverso una cooperazione costante. Tuttavia, i recenti screzi commerciali segnalano l’esistenza di una profonda sfiducia fondamentale. Sfiducia da parte degli Stati Uniti, che nella loro proiezione post-imperiale marcata Donald Trump vedono nell’espansionismo “leggero” del sistema cinese, veicolato principalmente in campo economico, una minaccia latente allo status quo internazionale. La “Nuova via della seta” rappresenta, in questo contesto, una sfida cruciale: la potenza statunitense, radicata nel controllo degli oceani, avrebbe di che preoccuparsi dal consolidamento di un blocco commerciale euroasiatico.

Al tempo stesso, la Cina continua la sua corsa verso la primazia economica mondiale, già raggiunta in termini di Pil di parità di potere d’acquisto e proiezione commerciale, ma non ancora in termini di influenza globale: la “via cinese alla globalizzazione” passa attraverso una revisione dell’architettura finanziaria internazionale che ha visto a lungo, sino al 2016, la Cina sottorappresentata nel Fondo Monetario Internazionale ma che difficilmente potrà passare esclusivamente per il gruppo dei Brics, fortemente eterogeneo al suo interno. La Cina potrà dirsi veramente prima economia al mondiale quando avrà eradicato le principali piaghe del suo sistema, a cui Xi Jinping ha lanciato una lotta senza quartiere: la povertà delle aree rurali, la dilagante corruzione delle burocrazie regionali del Partito comunista e l’esistenza di numerose imprese parastatali improduttive in settori chiave dell’economia.

La “trappola di Tucidide” tra Cina e Usa: la sfida geopolitica

Quella che in economia è una sfida intermittente, in campo geopolitico rischia di trasformarsi in rivalità a tutto campo. Lo scenario dell’Asia indo-pacifica disegna un arco di tensione che dalla Corea corre sino al Mar Cinese Meridionale, specchio marittimo dall’elevata pregnanza economica, commerciale e strategica, in quanto porta della proiezione navale della Cina nel mondo. Lo sviluppo delle forze armate cinesi sul modello di quelle statunitensi segnala come Pechino voglia portare avanti la sua strategia anche sul binario militare.

Al tempo stesso, gli Usa intendono tutelare i loro interessi geopolitici e rafforzare il controllo dell’Oceano Pacifico e dell’Oceano Indiano saldando le loro alleanze con Paesi chiave come India, Giappone e Australia. Lo scivolamento del Pakistan nell’orbita dell’influenza cinese e il graduale riavvicinamento di Thailandia e Corea del Sud a Pechino segnalano che i tradizionali alleati di Washington puntano a un più spiccato ruolo autonomo.

Sullo sfondo aleggia la “trappola di Tucidide”, la teoria elaborata dall’analista Graham Allison, secondo cui la rotta di collisione tra una potenza egemone percepita in declino relativo e uno sfidante in rapida ascesa possa portare a un conflitto diretto per la difesa dello status quo o il suo completo sovvertimento: tra Cina e Usa, allo stato attuale delle cose, lo scenario sembra remoto, ma le continue provocazioni bilaterali nel Mar Cinese Meridionale, i contenziosi su Taiwan e la partita a scacchi in campo navale segnalano come i rapporti tra Pechino e Washington presentino numerose criticità. La soluzione della crisi coreana potrebbe, in questo contesto, favorire il dialogo sino-americano a partire dal raggiungimento di un comune, fondamentale obiettivo.