Nella sua corsa all’acquisizione di un ruolo globale sempre più compiuto la Cina non ha trascurato nemmeno l’ultima frontiera della geopolitica planetaria, l’Artico: con la pubblicazione del primo libro bianco sulla sua strategia nordica e l’annuncio di un futuro sviluppo di un ramo “polare” della Nuova via della seta l’Impero di Mezzo ha ufficializzato il suo interesse artico, che ha il suo riflesso australe nella crescente attività scientifica nelle regioni antartiche.

E nella corsa cinese al Grande Nord un ruolo fondamentale è giocato dall’isola-continente che domina le regioni polari: la Groenlandia. Dal 2009 la Groenlandia esercita l’autogoverno nel contesto del Regno di Danimarca, da cui riceve un sussidio annuo di 500 milioni di euro, erogato dal governo di Copenaghen affinché la popolazione locale, costituita in larga misura da inuit e di poco superiore ai 55.000 abitanti, possa usufruire dei servizi vitali, ma le ultime elezioni politiche hanno dimostrato la presenza di un forte afflato indipendentista.

La corsa all’estrazione delle risorse della Groenlandia 

Nello scenario si inseriscono le attività cinesi: per mantenersi autonoma in caso di indipendenza e conseguente perdita del sussidio danese, che genera il 25% del suo Pil, la Groenlandia dovrà necessariamente pensare ad ampliare le sue politiche di sfruttamento delle risorse del sottosuolo al fine di ottenere royalties dalle compagnie straniere. E tale sfruttamento potrebbe essere sempre più profittevole mano a mano che  procederà il processo di scioglimento della banchisa artica, secondo uno studio della National Academy of Science statunitense acceleratosi da inizio millennio in avanti.

Come scrive The Diplomatin questo contesto “sempre più parti delle regioni costiere della Groenlandia si stanno aprendo a progetti di estrazione. L’isola è vista come una promettente fonte di metalli preziosi, gemme, uranio e terre rare. Data la crescente domanda per queste risorse in Cina, le imprese della Repubblica Popolare hanno accentuato la loro presenza in Groenlandia”. Di particolare interesse è il tema delle terre rare, elementi di cui la Cina possiede il 90% della produzione globale ma che potrebbero avere nella Groenlandia un nuovo hub di estrazione e commercializzazione, cruciali nel braccio di ferro per la supremazia tecnologica tra Pechino e Washington.

La Cina sta investendo attivamente in quote dell’australiana Greenland Minerals and Energy, attiva nella ricerca di terre rare nel sito di Kvanefjeld, possiede diritti di ricerca per potenziali miniere di ferro, considera la Groenlandia la sede più probabile per la sua seconda stazione di ricerca artica e investe in profusione nelle infrastrutture della terra nordica, in particolare sulla costruzione di tre aeroporti destinati tanto a cargo commerciali quanto a voli di linea turistici: del resto, i visitatori che si sono recati in Groenlandia dall’Impero di Mezzo sono cresciuti dai 9.500 del 2007 agli 86.000 del 2017.

Washington non molla la Groenlandia

In questo contesto, gli Stati Uniti non sono rimasti a guardare. La Danimarca è tra i loro più fedeli alleati in ambito Nato e l’asse Washington-Copenaghen si è saldato per prevenire un eventuale ingresso di una Groenlandia indipendente nell’orbita cinese. Come sottolinea Dario Fabbri su Limes, del resto la stessa corsa all’indipendenza di Nuuk dalla Danimarca turberebbe il quarantennale equilibrio stabilitosi dopo il raggiungimento dell’autonomia e dovrebbe passare per un massiccio ingresso di capitali, aziende e lavoratori stranieri in Groenlandia, potenziale fonte di turbamento degli equilibri sociali, economici e demografici del Paese.

“Anzi”, sottolinea Fabbri, “proprio un’indiscriminata apertura alle grandi multinazionali genererebbe una maggiore richiesta di protezione agli Stati Uniti per impedire che governi stranieri possano utilizzare la loro manodopera per imporre condizioni sfavorevoli al governo di Nuuk. D’altronde, il Pentagono mantiene tuttora in Groenlandia la base di Thule, oltre alla parziale gestione dell’aeroporto di Kangerlussuaq e della pista d’atterraggio di Raven Camp, nella regione centro meridionale”. La sensazione comune è che gli Stati Uniti nei prossimi anni “garantiranno un percorso verso l’indipendenza lento e di matrice filo-occidentale attraverso maggiori investimenti in ambito militare e scientifico, cui allegare la clausola di un’inderogabile adesione all’Alleanza Atlantica“.

Per Nuuk potrebbero arrivare presto tempi decisivi. La competizione geopolitica per il Grande Nord nei prossimi anni infiammerà l’Artico, ma sia Cina che Stati Uniti sono consci che gli equilibri planetari non si decidono in questa regione. Ancillare sotto il profilo strategico al baricentro indo-pacifico, a cui può tuttavia garantire complementarietà grazie allo sviluppo di nuove rotte commerciali. Ma né Pechino né gli Usa sono disposti a “morire per la Groenlandia”. Fragile gigante ghiacciato che sarà influenzato, ma non schiacciato, dalla competizione per l’influenza sul suo futuro che coinvolge le due superpotenze.