Guerra dei dazi, atto secondo. La Cina è pronta a sanzionare le imprese americane che hanno venduto a Taiwan armi per un valore complessivo di 2,2 miliardi di dollari. Proprio mentre si iniziavano a scorgere i primi raggi del sole da dietro le nuvole, ecco un nuovo colpo di scena destinato a cambiare le carte in tavola. Ma dove eravamo rimasti? Al G20 di Osaka, in Giappone. Qui, a fine giugno, Donald Trump e Xi Jinping, insieme alle rispettive delegazioni, ebbero modo di incontrarsi e avere un colloquio distensivo sulla questione dazi. Un faccia che sembrava fosse il primo passo per la tanto attesa pax commerciale. Ma come al solito, quando c’è di mezzo The Donald, è difficile scindere la battuta a effetto dalla realtà dei fatti. Nell’occasione il presidente americano aveva parlato di una vaga ripresa dei negoziati, interrotti lo scorso maggio, e della volontà di non procedere con l’applicazione di ulteriori dazi aggiuntivi al 10% su altri 325 miliardi di dollari di importazioni da Pechino, dopo il precedente aumento dal 10 al 25% delle tariffe su beni per 250 miliardi. Trump aveva poi annunciato che le aziende americane avrebbero potuto riprendere a vendere i loro prodotti a Huawei. Insomma, non proprio una stretta di mano risolutiva.

Una svolta inattesa

Da allora, poco o niente è trapelato riguardo la Trade War, ferma, in stand by, in attesa del prossimo colpo di scena. I mercati hanno tirato un sospiro di sollievo, anche perché le ultime rivelazioni hanno stabilito che per colpa della guerra nei dazi, nell’ultimo anno, l’export di entrambi i Paesi ha fatto registrare una perdita di circa 20 miliardi di dollari. All’improvviso, è stato un altro fronte aperto fra Cina e Stati Uniti a scatenare un putiferio diplomatico: Taiwan. Pechino considera l’isola una provincia ribelle mentre Washington la protegge dagli artigli del Dragone e al contempo sfrutta la sua posizione geografica per infastidire la Cina nel Mar Cinese. Pochi giorni fa il governo cinese si è a dir poco imbestialito in seguito a un accordo trovato tra la Casa Bianca e Taipei; gli americani hanno infatti venduto a Taiwan un’arsenale militare che può essere usato, potenzialmente, contro la Cina.

“Salvaguardiamo i nostri interessi nazionali”

E allora, mentre il ministero degli Esteri taiwanese spiegava che “la vendita di armi a Taiwan degli Stati Uniti dimostra il sincero sostegno americano per le esigenze di difesa del Paese”, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, ha detto che la Cina userà il pugno duro. Il Dragone imporrà sanzioni alle aziende statunitensi coinvolte nella vendita di materiale bellico a Taiwan, un’azione che secondo il Dragone violerebbe le norme base delle relazioni internazionali, oltre che del principio di una Cina e dei precedenti accordi congiunti fra Cina e Stati Uniti. I cinesi si sentono minacciati e reagiscono: la reazione è quanto più logica possibile, almeno dal punto di vista di chi vive al di là della Muraglia. “Per salvaguardare i nostri interessi nazionali – ha detto Geng, come riportato da Xinhua – la Cina imporrà sanzioni alle società americane coinvolte nella vendita di armi a Taiwan”. Armi che a questo giro comprendono 108 carro armati M1A2T e 250 missili Stinger con i rispettivi equipaggiamenti. L’ultima volta che Pechino ha sanzionato le imprese statunitensi era il 2015, e anche allora il motivo era il medesimo: vendita di armi a Taiwan.